Il Buco che ho nel cuore ha la tua forma

Piccole storie di questo millennio inquieto nell'esordio letterario di Eleonora Molisani

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Sabino Labia

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Inneschi di ordigni pronti a esplodere, lanciati per deflagrare sulle pagine e nel cuore di chi legge. Eleonora Molisani, giornalista milanese, nel suo esordio letterario “Il Buco che ho nel cuore ha la tua forma” (Priamo & Meligrana editore, euro 12; e-book euro 4,99) racconta piccole storie, al ritmo furioso e sincopato di questo millennio inquieto. “Sono iceberg dalla punta aguzza e la zavorra pesante, che scuotono la coscienza in modo brutale e politicamente scorretto, mettendo il lettore di fronte allo spettacolo spesso osceno del mondo contemporaneo, senza più totem e certezze, dove le vittime si confondono con i carnefici, dove è difficile ormai tracciare il confine tra bene e male” spiega l’autrice.

Le parole denunciano, con straordinaria forza narrativa e, allo stesso tempo, con uno stile scarno e crudo, la solitudine esistenziale di noi tutti sempre più connessi al mondo virtuale e sempre più lontani dal mondo reale, dove la tecnologia ha accorciato le distanze fisiche ma non ha colmato quelle emotive.

Ed ecco tutta una serie di personaggi/protagonisti (il vagabondo, la prostituta, il disoccupato, il disabile, l’amante, l’immigrato, il genitore degenere) che diventano l’immagine di quello che ci piace pensare, in maniera fredda e distaccata, essere "gli altri" ma che in realtà potremmo essere noi, appunto, spogliati delle nostre sicurezze e certezze della vita quotidiana.

“In tempi di globalizzazione, la vicinanza è solo virtuale. Non a caso, invece di essere più uniti e solidali, siamo sempre più vittime di odi razziali, intolleranza religiosa, ideologica, sessuale”, continua l’autrice. “Non basta un click su facebook per aderire a una buona causa, se quando sposti gli occhi dal monitor non rivolgi la parola al tuo vicino di casa che è disperato perché ha appena perso il lavoro”.   

Il buco che ho nel cuore ha la tua forma dal punto di vista narrativo sembra volutamente assecondare l’esigenza di un pubblico sempre meno disposto a letture lunghe e minuziosamente descrittive; qui l’efficacia dei messaggi è ottenuta con metafore e paradossi, andando a sottrarre, piuttosto che aggiungere parole. “Volevo scrivere un libro scarno e senza fronzoli, un sorta di fermo immagine su questo periodo storico - chiarisce l’autrice - volevo qualcosa che si potesse leggere tutto d’un fiato, che avesse la potenza nucleare di far rimanere attaccato il lettore alle pagine fino alla fine. Non importa se chi legge prova orrore, disgusto, tenerezza, fastidio. L’importante è che rimanga un sedimento dei messaggi contenuti in queste storie”.

Naturalmente, proprio perché si tratta di storie dei nostri giorni, non c’è spazio per l’happy-end in questo moderno manuale della dolcezza e dell’orrore. E non c’è spazio nemmeno per un giudizio, perché lo sguardo su storie è personaggi rimane sempre obiettivo. “Facendo la giornalista”, conclude l’autrice “sono abituata al distacco partecipato, alla curiosità non giudicante. Chi scrive è solo la cassa di risonanza di chi non ha voce per parlare o urlare al mondo le sue verità”.

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