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Banche Popolari addio: un libro per due opinioni a confronto

L'imprenditore Franco Debenedetti e il giornalista Gianfranco Fabi e le loro tesi contrapposte sulla riforma del settore

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La copertina del libro "Popolari addio?"

È stato giusto riformare le banche popolari italiane con il decreto-legge del 20 gennaio 2015, convertito definitivamente dal Parlamento il 24 marzo? La norma, varata dal governo Renzi a tempi decisamente di record, impone alle banche popolari di maggiori dimensioni di trasformarsi in società per azioni entro 18 mesi.

La scorsa settimana la Regione Lombardia ha dato mandato alla sua avvocatura di presentare un ricorso alla Corte costituzionale: il governatore Roberto Maroni e la maggioranza in consiglio regionale sono convinti che «la trasformazione del voto capitario nel voto tipico azionario espropri senza alcun indennizzo il diritto di voto cooperativo, ledendo vari diritti costituzionali».

La polemica non è nuova. Mesi fa si era molto discusso anche se la materia avesse le “condizioni straordinarie di necessità e urgenza”, come richiede la Costituzione, per giustificare un provvedimento varato senza che vi fosse alcuna novità o straordinarietà.

Ma i dubbi più importanti sono altri. A sollevarli, mentre la questione corre dalla Lombardia verso la Consulta, è ora un saggio a due voci, intitolato Popolari addio? La riforma di Renzi e il futuro delle banche del territorio nella nuova collana “Sì, sì, no, no: idee di parte per farsi un’idea” (Editore Guerini e associati, 136 pagine, 13,50 euro), in libreria dal 20 maggio.

I due autori sono Franco Debenedetti, imprenditore, economista e per 12 anni parlamentare dei Ds e poi del Pd, oggi presidente dell’Istituto Bruno Leoni, tempio del liberismo italiano; dall’altra parte c’è Gianfranco Fabi, giornalista, già direttore del settimanale Mondo Economico, poi vicedirettore vicario del Sole 24 Ore, direttore di Radio24 e docente di economia al master di comunicazione dell’Università cattolica di Milano.

Le posizioni di Debenedetti scorrono nell’alveo delle tesi governative: l’economista esprime una critica serrata al vecchio modello cooperativo basato su «una testa un voto», che «dà luogo a opacità e disfunzionalità gestionali».

Fabi, al contrario, esprime il dubbio. Sostiene che la riforma renziana è “ideologica nella sua filosofia, ispirata a uno statalismo che non riconosce il valore della sussidiarietà”. Le contesta anche di essere “velleitaria negli obiettivi, perché punta a uno sviluppo del credito per istituti che hanno già fatto il loro dovere molto meglio delle altre categorie”.

Ma Fabi va oltre: la trasformazione coatta delle banche popolari in Spa sarebbe anche rischiosa “perché lascia campo aperto all’arrivo dei fondi speculativi e d’interessi estranei alle economie locali”. Ed è un unicum europeo: nessun altro Paese, sostiene il giornalista “ha mai imposto trasformazioni simili e anzi Germania e Francia, pur se in forme diverse, hanno difeso il carattere e rispettato l’autonomia delle loro popolari”.

Fabi critica anche l’introduzione “del tutto arbitraria” della barriera di 8 miliardi per gli attivi, così come l’abolizione di una serie di vincoli tradizionali (che dice “basati sulla sana prudenza”), per esempio quello di nominare gli amministratori tra i soci cooperatori.

Insomma, un vero grido d’allarme, teso a difendere un settore che ha sicuramente prodotto vantaggi importanti per il territorio: le popolari destinano mediamente il 5% dell’utile netto (ma raggiungono punte dell’8%) a finalità sociali e negli ultimi anni, nonostante la crisi, hanno investito circa 140 milioni di euro. Le donazioni che le popolari hanno erogato alle comunità locali negli ultimi sette anni sono vicine al miliardo.

 

 

 

 

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