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'Attìa e la guerra dei gobbi' raccontato da Isidoro Meli

Intervista all'autore di un originalissimo romanzo di ventura, ambientato nel Risorgimento e che ricorda 'L'armata Brancaleone'

Isidoro Meli, Attìa e la guerra dei gobbi

Antonella Sbriccoli

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Isidoro Meli, giovane scrittore siciliano, dopo il successo del suo romanzo d’esordio, La mafia mi rende nervoso, è di nuovo in libreria – sempre con Frassinelli - con il suo secondo romanzo, Attìa e la guerra dei gobbi. Un romanzo ambientato nel 1860, e che ruota intorno – in modo del tutto particolare – alla spedizione dei Mille.

Partiamo dal titolo, decisamente originale. Puoi provare a spiegarcelo e dirci qualcosa sulla trama del romanzo?

Cercando di limitare gli spoiler all’essenziale, il romanzo racconta le peripezie di una scalcinata compagnia di quattro uomini, inviata dall’esercito borbonico panormita alla volta di Caprera, per rapire la donna di Giuseppe Garibaldi e costringerlo così a rinunciare all’impresa dei Mille. Attìa è uno dei quattro: un ladruncolo costretto a prendere parte alla missione perché, insieme al suo compare Panc (un omone gigantesco ma quasi innocuo), ha derubato la persona sbagliata, e adesso deve scappare via dalla Sicilia. Attìa e il suo compagno di ventura sono i protagonisti intorno a cui ruotano tutti gli accadimenti, la classica coppia delle commedie slapstick  - Asterix e Obelix, Don Chisciotte e Sancho Panza, Bud Spencer e Terence Hill. I gobbi invece sono i Savoia. Il riferimento evidentemente è al nomignolo con cui tutti quanti chiamiamo gli juventini, squadra e tifosi. Mi è sembrato un accostamento naturale: la juventus è la versione italica del real madrid, la squadra della monarchia castigliana (e del dittatore Franco), e Agnelli è stato definito più volte il re d’Italia. I Savoia sono gobbi ante litteram.

Hai ambientato il romanzo nel Risorgimento perché volevi raccontare, a modo tuo, quell’epoca, o è semplicemente il “fondale” più adatto che hai trovato per raccontare la tua storia?

Entrambe le cose. Volevo scrivere un romanzo di ventura e il Risorgimento Italiano mi sembrava un’ambientazione magnifica, perchè mi permetteva agevolmente di attingere alle fonti più svariate - vere, verosimili e inverosimili. E’ un’ambientazione che conosciamo principalmente attraverso i toni tronfi del patriottismo, e la pubblicistica alternativa, di stampo filo-borbonico, è altrettanto tragicomica. Sono narrazioni che rimuovono parti consistenti della realtà: cancellano la sporcizia, la polvere, il sangue povero, le brutture delle esistenze ordinarie. Tutte cose che io adoro raccontare. Tendo ad essere molto sensibile  alle diverse forme che assume l’ipocrisia.

Il tuo è un romanzo picaresco e d’avventura, decisamente inusuale nel contesto italiano. Esiste un filone letterario nel quale ti senti di collocarlo, o dei singoli romanzi che ti hanno in qualche modo ispirato?

Il filone è quello dei romanzi di ventura, dunque  i riferimenti sarebbero infiniti: il Don Chisciotte, le storie di corsari, Salgari, Luigi Natoli, tutto il cinema di Monicelli, ma anche l’opera dei pupi, che ho avuto la fortuna di conoscere attraverso un puparo fenomenale come Mimmo Cuticchio. E’ un genere che in Italia ha riscontrato fortuna nell’epoca della narrativa d’appendice. Ha avuto sviluppi e reintepretazioni più recenti anche in campo letterario, soprattutto all’estero (Michael Chabon su tutti), per quanto credo che il mio romanzo sia alquanto peculiare. Il bello della narrativa picaresca è che hai molta libertà di divagare, di inserire vicende laterali, di giocare con la fantasia: dentro ci puoi mettere di tutto (io ci ho messo dentro Bud Spencer e Terence Hill, i Monty Pithon, l’umorismo di Ron Gilbert, a cui il libro è dedicato). L’altra faccia della medaglia è che riuscire a calibrare tutti gli ingredienti è molto faticoso. Ma anche molto gratificante, a lavoro finito. Se devo nominare una singola opera a cui il mio libro forse può essere accostato, è l’Armata Brancaleone. Ma lo dico in ginocchio e con il capo preventivamente cosparso di cenere.

I tuoi personaggi, sia in questo che nel romanzo precedente, sono spesso espressionisti, a volte ai limiti del grottesco. È una scelta? Un modo per dire che le persone anomale, non allineate e non omologate sono in fondo quelle più “vere” e interessanti?

E’ una scelta stilistica, strettamente legata all’effetto complessivo che volevo ottenere: la comicità molto fisica della commedia slapstick, e allo stesso tempo il dolore. Dolore fisico intendo: fame, stanchezza, lividi, fiotti di sangue, ossa rotte. Il grottesco, se usato con la giusta cura, ti permette di raggiungere maggiore empatia con i personaggi. (Che io abbia usato la giusta cura lo lascio all’opinione dei lettori). L’uso degli emarginati è un’altra caratteristica del genere, cui io non mi sono sottratto. Ma non penso che le persone ordinarie siano meno interessanti. Uno dei personaggi chiave del romanzo è il generale Landi, descritto come un grigio burocrate.

Spesso, nel corso del romanzo, ci si imbatte in passaggi con riflessioni di carattere sociale e politico, dal carattere universale. È esagerato dire che il tuo romanzo è anche una riflessione sul potere, e sul rapporto tra potenti e popolo?

E’ un romanzo che si svolge quasi interamente all’aria aperta, in territori selvaggi o in mezzo al mare, ambienti che spesso spingono le persone a speculare sui massimi sistemi. Così lo fanno anche i miei personaggi. In generale però, a parte un fatalismo di fondo, la sensazione diffusa che ci sia una distanza insormontabile tra il potere e il popolo, non c’è una tesi portata avanti. A parte forse il discorso sull’anarchia tra Attìa e il capo dei briganti sardi, che è costruito con un intento pedagogico, e si ispira a una scena di Terra e Libertà in cui Ken Loach spiega, con estrema semplicità, l’essenza del Marxismo.

Quanto è importante la Sicilia, e il tuo essere siciliano, nella tua opera di romanziere? Ti senti uno “scrittore siciliano”?

Ho vissuto gran parte della mia vita in Sicilia, girando molto al suo interno. Tutto ciò che ho appreso, tutti gli stimoli che ho ricevuto, appartengono a questa terra, e anche io le appartengo. Ciò detto, non avverto alcun orgoglio. Una delle cose più importanti che ho appreso dall’essere siciliano è la ricchezza che deriva dall’incrocio tra le etnie. Per quanto mi riguarda l’esistenza degli stati e dei confini territoriali è un male necessario, ma pur sempre un male, perché genera dannose diffidenze, e differenze inesistenti. Sono siciliano, dunque sono bastardo: e di questo sì, vado orgoglioso.


Isidoro Meli, Attìa e la guerra dei gobbi. Imprese et mirabilie di un eroe siciliano in difesa della sua terra invasa dai barbari 

Frassinelli, 2018

301 p.

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