Arundhati Roy, 'll Ministero della suprema felicità' - La recensione

Intimo, universale, emozionale, combattente: dal subcontinente indiano, ecco il poema epico della modernità

Il ministero della suprema felicità

Il ministero della suprema felicità, particolare della copertina – Credits: Grafica di copertina: Two Associates

Michele Lauro

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Pochi romanzi come Il dio delle piccole cose sono trasvolati dal Novecento al nuovo millennio lasciando dietro di sé una scia di così indelebili tracce. Dal Sud dell'India, quella storia si propagò come una visione capace di appassionare e commuovere milioni di lettori. Sono passati vent'anni, l'avvicendarsi di una generazione, durante i quali Arundhati Roy ha preferito imbracciare la militanza attiva (e letteraria) anziché danzare su quel tappeto di petali chiamato successo che il karma sembrava aver preparato per lei. Sono passati vent'anni e ora il suo Ministero della suprema felicità sembra un'opera così necessaria e potente da contenere, inestricabilmente, tutte le passate e future battaglie contro le ingiustizie, le guerre, le sopraffazioni, i nazionalismi e le spoliazioni delle risorse, tutte le storie frantumate degli intoccabili della Terra. In un romanzo: tutta la speranza, tutto il dolore del mondo.

Un realismo magico e militante

New Delhi, il Gujarat, l'Andhra Pradesh, il Kashmir e Jammu. L'Incredible India degli slogan pubblicitari affonda qui nella corruzione e nella violenza, continuando a fare finta che il Ramayana resti il simbolo della vittoria del bene sul male e non il manifesto di una comunità di guerrieri occupati da sempre a far rispettare i doveri morali, religiosi, familiari, maschilisti e castali di un sistema chiuso. Le ambientazioni di questo libro sono magiche e verosimili, magiche e terribili. Un cimitero islamico trasformato in centro benessere da un'umanità diseredata ma in fondo dignitosa e perfino allegra. Il marciapiede del Jantar Mantar di Delhi, laboratorio di idee e zoo della democrazia, affollato di mendicanti per una fantasmatica seconda lotta di liberazione per l'India. Il fetido labirinto di Srinagar, simile a un termitaio. Una culla di rifiuti, una Casa da Sogno. Però basta saper guardare dietro le apparenze, saper immaginare. Restituire al tempo la sua ruota.

Crocevia di dilemmi universali, la capitale dell'India è il punto di contatto fra il mondo di sopra - quello dei salotti e dei cavalcavia, dei centri commerciali e dei fast food, della tigre economica che ruggisce sulle riviste patinate: "Il nostro momento è adesso" - e quello di sotto: il mondo non asfaltato di baraccopoli e paludi industriali, binari della ferrovia, discariche, dormitori promiscui. Ogni ruga una strada, ogni strada un luna park. Delhi è la colossale, drammatica metafora della città contemporanea. Con pennellate secche e decise la Roy dipinge l'istante in cui la campagna cercava "goffamente e tragicamente di trasformarsi in città". La città strega millenaria, coi suoi succosi meloni coltivati in purissimi scarichi industriali, dove le ruspe cancellano le persone in eccesso. 

"Era l'estate in cui la Nonna divenne una puttana" si legge nel capitolo intitolato Natività, altra allegoria feroce della città in cui la Roy continua ad abitare, Delhi, umiliata con sarcasmo per la diabolica ambizione di trasformarsi in icona del progresso a scapito della sua folla di sopravviventi. Delhi non è altro che il teatro della guerra quotidiana a intensità variabile che si combatte fra il mondo di sopra e quello di sotto, la guerra dei ricchi contro i poveri. Qualche anno fa Arundhati Roy aveva messo in luce il pregiudizio e la disuguaglianza che crepano il tessuto sociale dell'India nella prefazione di Annihilation of Caste (L'eliminazione delle caste), il saggio in cui B.R. Ambedkar definiva l'induismo una "stanza degli orrori". In India la diversità è ancora sancita per nascita, secondo un assetto gerarchico di ordine naturale-teologico su cui si fonda la millenaria cultura brahmanica: il sistema delle caste. Ma è poi così diverso nel resto del mondo?

Tutte le cose che si possono e non si possono dire

Fra le Cose che si possono e non si possono dire, come si chiamava il libro-testimonianza dell'incontro fra John Cusack, Arundhati Roy, Daniel Ellsberg e Edward Snowden, ce n'è una sotto gli occhi di tutti: milioni di persone sul pianeta non hanno diritto di vivere con dignità. Eppure i temi legati all'inclusione-esclusione sono cruciali per il futuro planetario, a partire dalla migrazione epocale verso l'Europa. I confini come fomentatori di conflitti - confini a tutti i livelli, reali e immaginari, interiori e giuridici, sociali, politici, militari - sono dunque il motore immobile del Ministero della suprema felicità, l'emblema della società contemporanea globalizzata sotto l'egida del filo spinato e della prevaricazione. "Come donna e come scrittrice i confini nazionali non li accetterò mai, qualunque essi siano", ha detto Arundhati Roy.

La diversità è invece la risorsa degli indimenticabili reietti che affollano questo libro: la comunità degli hijira, anime femminili in corpo maschile la cui antica sottocasta è presente già nella mitologia indù, e poi i combattenti kashmiri braccati dai miliziani, le creature innocenti nate da uno stupro e le madri costrette ad adottare le proprie figlie biologiche, le tribù adivasi (maoiste) della foresta... È stupefacente come, su uno sfondo sociopolitico concreto e documentatissimo, la Roy riesca a rinnovare la forma-romanzo oltrepassando la tradizionale bipartizione tra fiction e non fiction. "Raccontami una storia", ma una storia vera, chiedeva la piccola, furbissima Miss Jebeen al suo adorato padre. "E lasciamo perdere le sciocchezze sulle streghe e le foreste".

Ecco, Arundhati ha aspettato vent'anni per diventare quel tipo di narratrice, cucinando una fiaba vera ma anche senza tempo, dolcissima e amarissima, con ingredienti universali: tenerezza e crudeltà, poesia e filosofia, amore e possesso, fisicità e spiritualità, virilità e femminilità e tutte e due mischiate insieme, giochi linguistici e ironia: sprigionando a ogni pagina commozione e affetto per i suoi antieroi. Un sincretismo letterario debitore forse a Naipaul, Rushdie e Garcia Marquez, ma che poi con estrema libertà mescola Oriente e Occidente traendo ispirazione a tutto campo, da Nazim Hikmet a Pablo Neruda, dal Mahabharata a Osip Mandel'štam, dal Ramayana a Leonard Cohen.

Il poema epico della contemporaneità

Proprio grazie al ferreo ancoraggio con la storia dell'India contemporanea, Il Ministero della suprema felicità aggiorna l'epica del subcontinente fino a travolgere tutte le istanze della modernità. Se, come sosteneva provocatoriamente il filosofo Maurice Blanchot, "la letteratura va verso se stessa, verso la sua essenza che è la sparizione", questo romanzo testimonia al contrario il potere inesauribile della grande narrativa, consolazione per la mente e per il cuore ma anche stimolo per le coscienze. Occasione per guardare in faccia la realtà da un altro punto di vista. Per esempio questo: la guerra contro le ingiustizie si comincia a combattere dentro ciascuno di noi, liberandoci dai falsi giudizi. 

E quest'altro: il dio delle piccole cose continua il suo lavoro silenzioso nei bassifondi dell'umanità, riconoscendoci tutti come semplici esseri umani, donne e uomini e transgender, bianchi e neri, omo ed eterosessuali, indù e musulmani, sani e malati. "Abbiamo dato i nostri oggi per i vostri domani", recita un'insegna al Cimitero dei Martiri nella valle del Kashmir. Nel Ministero della suprema felicità, là dove si saldano tutta la speranza e tutto il dolore del mondo, ci sarà sempre spazio per un sogno: le rivoluzioni possono cominciare, ha scritto la Roy, "a volte lo hanno fatto, dalla lettura di un libro".

Arundhati Roy
ll Ministero della suprema felicità
Guanda
495 pp., 20 euro

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