'L’angelo Esmeralda' di Don DeLillo

Al suo primo libro di racconti il compito di ricapitolare un più che quarantennale tragitto d'autore

Credits: Getty Images, Afp, Olycom, Daniele Cipriani

L’angelo Esmeralda
di Don DeLillo
(Einaudi, 216 pagine, 19 euro)
Don DeLillo ha affidato al suo primo libro di racconti il compito di ricapitolare un più che quarantennale tragitto d’autore. Come ogni altro suo testo, anche le nove short story incluse nell’Angelo Esmeralda sono infatti prose scolpite da uno stile allusivo e un ritmo ipnotico che non si piegano alla logica del discorso o del narrato, ma evocano le allucinazioni di cui è vittima l’uomo postmoderno, incapace di ricavare significati certi dall’esperienza del mondo o dal proprio sforzo introspettivo. Così, in Baader-Meinhof, La mezzanotte in Dostoevskij, La denutrita, è arduo capire se l’incontro con l’altro, con un evento o con l’arte implichi per i protagonisti un fugace contatto con un pur indecifrabile frammento del reale e con una pur ignota ipotesi di verità, o se essi si imbattano in proiezioni del loro inconscio. Né DeLillo ha mai mancato di riferire questa condizione di insicurezza, vissuta dall’individuo contemporaneo, al quadro politico globale. In Momenti di umanità nella terza guerra mondiale si respira perciò il terrore della catastrofe diffuso all’epoca della divisione del mondo in due blocchi. Età in cui, a stemperare l’euforia, specie negli anni Ottanta, per un crescente benessere, v’era in Occidente il timore di poter cadere vittime di insensati complotti o dell’ira di una natura stuprata dallo sviluppo: Il corridore e L’acrobata d’avorio sondano tali paure. Cui ora si è aggiunta, sullo sfondo di risorti conflitti tra culture, quella del tracollo economico, come Falce e martello suggerisce. E se Creazione è il testo più debole della raccolta, la short story che le dà il titolo è una summa dei capolavori di DeLillo, Underworld e Rumore bianco, poiché dipinge l’Occidente come un cumulo di rifiuti da cui si trae alimento per distruzioni sempre nuove e come un’accolita di reietti pronti a credere a ogni finzione di verità dispensata dai mass media. (Antonio Tricomi)

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