Andrea Molesini, 'La solitudine dell'assassino' - La recensione

Un impasto intraducibile di vite vissute, trascritto attingendo alla lingua universale degli affetti

La solitudine

La solitudine dell'assassino, particolare della copertina – Credits: Iain Faulkner, Adrift (particolare), 2012, Courtesy of Abemarle Gallery

Michele Lauro

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Il ritmo fluido e pastoso, la cura per i dettagli, le ambientazioni nitide e avvolgenti, i colpi di scena ben assestati, secchi e senza rumore: malinconia della vita e amore per la poesia si affrontano nel nuovo romanzo di Andrea Molesini, La solitudine dell'assassino. Fino a squarciare il velo delle apparenze. Un thriller esistenziale che come un vecchio film in bianco e nero invita a mettersi comodi davanti al camino in una giornata di pioggia, tra il crepitio della legna e le fusa di un gatto, spalancando a un tempo i cupi orizzonti della coscienza e quelli infiniti del mare aperto.

Molesini guida il lettore nel sottosuolo dell'identità, la caverna male illuminata che custodisce il mistero di Carlo Malaguti, assassino. Un uomo che ha ucciso può essere buono? La domanda delle domande risuona senza risposta nelle stanze del Minotauro, l'archetipo inventato dal mito per rendere rappresentabili i recessi oscuri della nostra psiche, il luogo dove il bene e il male sono impigliati nella ragnatela opaca del rimosso. Ricostruire il filo di Arianna è il gioco di questo romanzo: trovare nel Giardino dei sentieri che si biforcano (Borges) il bivio che determinò il destino di quest'uomo finito recluso nella Fortezza e poi per sempre braccato, come La pantera di Rilke, "dal semicerchio di buio".

La voce narrante è quella di un Teseo ben poco eroico, uno stimato traduttore vagamente depresso. La sua incuria esteriore denunciava la battaglia interiore tra "il vagabondo e il professore che in me coabitano", mentre le domande sulla propria identità e il senso della vita che sempre più spesso lo tormentavano, a quarant'anni parevano, se non fuori luogo, fuori tempo oltre che foriere di tempesta. Uno spiraglio di luce arriva un giorno dal buio di una cella: la direttrice del carcere e il suo editore cospirano per assicurarsi le memorie di un anziano ergastolano in procinto di uscire, ex bibliotecario dal passato fitto di segreti. Ma non basta un semplice ghostwriter, ci vuole - alla lettera - un traduttore. Qualcuno che sappia introdursi nei suoi codici affettivi e riceverne il transfert. Che accetti la scommessa di tradurne l'anima. Lui.

Un'amicizia paradossale lega così il narratore e il suo ottantenne mentore, uomini maturi la cui siderale distanza è colmata dalla comune passione per la mot juste, la parola esatta secondo la celebre definizione di Flaubert. Sotto il segno della poesia, intesa come l'unica possibile "traduzione" delle emozioni più intime, la stima reciproca si vena a poco a poco di striature affettive nonostante la ritrosia, i silenzi, le contraddizioni. O forse proprio grazie a quelle. Quando lo scrittore si ritrova sotto coperta con il coltello puntato alla gola capisce che nemmeno il percorso dell'amicizia - se vuole affondare le radici nel cuore - può essere prevedibile, lineare, controllabile. L'amicizia che gli impone Malaguti è "la sedia chiodata di un fachiro", campo di battaglia da tenere vivo, acceso. Anche in vecchiaia, anzi a maggior ragione nel tempo in cui amicizia e amore rinsaldano la propria fonte primigenia: una bella lezione, piena di pathos e tenerezza.

Una delle tante porte socchiuse da La solitudine dell'assassino è proprio il legame fra amore e amicizia. Legame sfuggente, come quello di due fratelli che ramificano ai margini opposti dell'albero genealogico eppure traggono linfa dalla matrice comune, non potendo farne a meno. La vera colpa dell'assassino deriva in fondo da una fissazione sentimentale sviluppata nella giovinezza, il paradiso assaggiato e subito perduto. L'espiazione della colpa diviene l'unica possibilità, per l'uomo d'onore, di fronte al tradimento: non della legge ma della donna ideale. "Amar xe ben, amar troppo no", sentenzia la maga di Sant'Erasmo. Ma la gelosia la sa più lunga della ragione, tutti siamo stati almeno una volta Otello. Come sfuggire allora, per le anime sensibili al fuoco, allo sguardo delle donne che hanno il diavolo negli occhi?

Interni memorabili compongono i luoghi di questo romanzo. Si varca la soglia ogni volta sedotti dalle luci di una scenografia perfetta, nei dettagli degli oggetti, nei dialoghi fra le persone. Non solo il carcere, marcescenza di stipiti e clangore di chiavistelli a sottolineare l'umiliazione della perdita della solitudine. Ma i caffè di Trieste, con gli osti scontrosi a servire un'umanità assuefatta al rito del nero o del goccetto; la biblioteca coi suoi labirinti di cunicoli e scaffali, antro di muffe polveri sudori ed escrementi di topi dove le pagine chiuse paiono sprigionare antichi sortilegi; la barca a vela, microcosmo sinuoso e infingardo, prova iniziatica di convivenza o forse di sopravvivenza a tu per tu con l'ignoto.

Ma l'episodio che mi è entrato nel cuore è ambientato in una villa sull'isola veneziana di Sant'Erasmo, dove una vecchia signora vive in compagnia di una colonia di gatti gelosi e veggenti. È l'idea folle che rompe gli schemi di un'architettura narrativa a volte fin troppo cerebrale. È la rivincita del Prosecco sulla letteratura, del corpo sulla mente, della dimenticanza sul ricordo (dei gatti sui cani). Non è ai libri che possiamo demandare il compito di "respingere il ricatto della mediocrità che ci assedia". Sta a noi, ancora una volta, viverlo fino in fondo. Perché la verità, come dice l'adorabile gattara, si cela nelle cose non scritte, quelle che non si lasciano ingabbiare. La morale è che serve un libro, perché no, per imparare che i libri vanno bene un poco, "ma poi servono i gatti, e l'orizzonte, le barche, la vanga, e il canto dei piccoli uccelli, e la paura del ladro".

Andrea Molesini
La solitudine dell'assassino
Rizzoli
368 pp., 19 euro

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