Andrea Girolami, Atlante delle cose nuove

Da “Anonimato” a “Videoclip”, il mondo che cambia in 48 parole

Giulio Passerini

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In un tempo che corre sempre più veloce, ogni tanto è bene fermarsi a mettere nero su bianco qualche parola a cui aggrapparsi per non essere trascinati dal flusso inarrestabile delle novità. È quello che ha fatto Andrea Girolami col suo Atlante delle cose nuove (edito da Indiana), 48 parole per sapere dove va il mondo da “Anonimato” a “Copyright”, da “Ego” a “Lavoro”, fino a “Startup” e “Videoclip”. Per ogni parola (qui le troverete in corsivo) un’idea utile e due o tre pagine di spiegazione per sapere cosa farci.

Qua nessuno c'ha il libretto d'istruzioni
In una società che ha smesso di produrre manuali di istruzioni (almeno per i suoi oggetti più avanzati e complessi) orientarsi diventa sempre più difficile, o meglio, sempre meno scontato. Non è più il tempo delle strade segnate, dei divieti, del buonsenso. Tutto è possibile, chiunque può essere portatore di novità, ogni cosa è rilevante in potenza. Eccoci allora come tanti atleti dell’estetica pronti a scattare ai blocchi di partenza dell’hype, saltellando di qua e di là nel tentativo di non perderci l’ultima tendenza, il nuovo, l’inedito. E pazienza se strada facendo ci capiterà di abbattere ostacoli di un’era passata come copyright e privacy, baluardi di qualcosa a cui ormai non si riconosce più valore perché il valore si trova da un’altra parte.

Lo stretching dell'attenzione
È l’hipster-ia del nuovo e del consumo a guidarci, lo stretching dell’attenzione, una ricerca dell’identità tra nostalgia (i nonni dopoguerra come il massimo del cool) e sottrazione (anonimati, anticonformismi, neoveganesimi radicali, escapismi ciclistici e boschivi) alla ricerca di un sé sempre più sfuggente e minimalista. Il cielo stellato sopra di me, la legge del brand dentro di me: all’epoca dell’immensa riproducibilità di ogni cosa quello che resta della proprietà intellettuale è l’autore. Ed eccoci tutti col progetto, con la startup, con il lavoro liquido e diffuso, a cercare di monetizzare le nostre ossessioni. E se non basta c’è il porno, i social, la velocità, la dupstep, i nostri mille feticismi.    

Video killed the poster star
Mentre i poster cadono dalle pareti delle camerette per risorgere su Pinterest, le immagini e il video prendono il potere e impongono la loro iconicità a una testualizzazione del parlato sempre più espansa e indebolita (ma non date la colpa ai Captcha). E anche se leggiamo almeno dieci volte di più dei nostri nonni semi-alfabetizzati, il giornale lo comprano solo loro. Loro che vivono nel giorno prima mentre noi viaggiamo in tempo reale.

La situazione è dunque eccellente
È stato calcolato che in una giornata media sui social riceviamo una quantità di stimoli che la generazione dei nostri nonni ha conosciuto solo in guerra. Nella nostra prima mezz’ora ci commuoviamo, indigniamo, ridiamo ed eccitiamo almeno un paio di volte, ci perdiamo. Potenza dei gattini e dei video su Facebook. Ma siamo bravi e sappiamo recuperare: col self-tracking, il fitness, il contapassi, la playlist coi gusti giusti, le foto della vacanza nell’album col nome esplicativo. Mettiamo a posto le nostre cose, facciamo ordine nell’ego, compriamo libri che ci spiegano come i giapponesi si liberano delle cianfrusaglie e dagli ingorghi sentimentali. Curiamo le nostre personalità con impacchi di like e filter bubble. Insomma, grande è la confusione sotto il cielo, dicono Mao e Girolami, la situazione è dunque eccellente.

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