«Amore chiama, amore risponde» ovvero la banalità del bene

La storia di una donna "non banale", della sua famiglia "bella", di una vita "felice"

La copertina del libro: "Amore chiama, amore risponde" (credits: Giunti editore)

Elisabetta Burba

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Interno, mattina. Mentre sto uscendo trafelata con le chiavi della macchina già in mano spingendo i bambini verso l’ascensore, mi viene in mente che devo scrivere la recensione del libro della mia amica Cristiana. L’avevo preparato sulla console, ma non c’è. «Dov’è finito il libro con la fascetta fucsia?» urlo. Mio marito dice che l’ha preso in mano, ma poi lo ha rimesso a posto. Mentre smadonno, si fa avanti Gemma, la mia governante-cuoca-tata-consulente di moda ma soprattutto amica. «Quello della donna che ha perso la memoria con il cane grasso? L’ho preso io» confessa. «Domani lo riporto».  

Rassegnata, me ne vado. In macchina, però, fra me e me rifletto: «Se il libro di Cristiana riesce a catturare un austero professore universitario e un’allegra donna di casa, vuol dire che funziona». La constatazione mi riempie di buon umore: è proprio vero che talora le cose belle accadono.  

Quando, quasi due anni fa, Cristiana mi aveva mandato il suo manoscritto per un parere, m’ero trovata in profondo imbarazzo. Come potevo avere il necessario distacco per esprimere un parere al di sopra delle parti? E poi, non era il mio lavoro… «Quello che posso fare è darti un parere “tecnico” sulla scrittura» avevo detto un po’ brusca. «Poi, se vuoi, lo faccio leggere a un paio di mie amiche: Rosanna, che ha uno studio editoriale e Donatella, giornalista in un femminile». Cristiana sprizzava il suo solito entusiasmo: «Ottimo. Anche perché tu sei fuori target: questo è un libro per donne. Non per una che si occupa di guerre, colpi di stato e carestie».

Detto, fatto. Il test della scrittura era stato superato in modo brillante: mi era bastato leggere le prime cartelle per scoprire che Cristiana scriveva bene. Fatto tutt’altro che scontato per l’addetta stampa di un’azienda high tech… Sul contenuto avevo qualche dubbio: l’idea di raccontare la storia di una famiglia era buona, ma la costruzione era un po’ farraginosa. Comunque preferivo sentire il parere delle mie amiche. Rosanna aveva dei dubbi sulla formula autobiografica. Donatella era più possibilista.

In una giornata di sole, abbiamo combinato un pranzo all’Antico albergo di Limito, vicino alla Mondadori dove lavoriamo Donatella e io. Davanti a un bicchiere di bianco, le abbiamo parlato fuori dai denti: l’idea era buona, la scrittura anche, ma l’impianto andava rivisto. Cristiana ascoltava, guardandoci con i suoi occhioni vispi.

Pochi mesi dopo, la notizia: Cristiana aveva riscritto il testo e l’aveva fatto leggere nientemeno che a Susanna Tamaro. E alla scrittrice era tanto piaciuto che lo aveva segnalato alla casa editrice Giunti. Sembrava un sogno: queste cose di solito capitano nei film americani. Non a Trieste, dove vive Cristiana.

In realtà Cristiana è un po’ un personaggio da film. O, meglio, da romanzo.

Piccolina, ma sportivissima come possono esserlo solo i triestini, è una forza della natura. Come la protagonista del suo libro (rimasto molto autobiografico), ha avuto la prima figlia a 21 anni. E adesso che di anni ne ha 40, i figli sono tre: uno più bello dell’altro. La maternità precoce non le ha impedito di laurearsi e di fare una bella carriera. Oltre che per l’azienda Eurotech di Amaro (Udine), ha fatto l’addetta stampa per tre Olimpiadi: Torino, Vancouver e Londra.

Cristiana vanta anche un blasone, ma da vera aristocratica non lo esibisce. Io ho scoperto quasi per sbaglio che è una contessa. Esibisce invece un costante buon umore, unito a una straordinaria forza di carattere («Finalmente una donna con le palle» è stato il commento di un collega al quale l’ho presentata). Attributi che probabilmente le vengono dai geni: Cristiana ha la mamma ebrea. Pur battezzata, secondo il Talmud Cristiana è ebrea (e non è un paradosso, visto che Gesù era ebreo).  Come tutti gli appartenenti alla comunità giudaica di Trieste (l’unica città italiana ad aver ospitato un campo di sterminio nazista), Cristiana porta dentro di sé i fantasmi dell’Olocausto.         

Forse proprio per esorcizzare quest’atroce passato, Cristiana ha deciso di scrivere. Pubblicato da Giunti con l’inequivocabile titolo «Amore chiama amore risponde», il suo libro è un inno alla vita. Ma alla vita normale, fatta di affetti familiari, piccoli piaceri, gioie minimaliste. Come rifugiarsi nel letto del proprio bambino per riuscire ad addormentarsi, lasciar salire il cane sul divano, riordinare la cucina con il marito quando i figli dormono… Quella banalità del bene che uomini con la svastica sul braccio hanno strappato a milioni di ebrei finiti poi nel camino. E che la Yiddishe Mame Cristiana dalla Zonca celebra in «Amore chiama amore risponde».        
 

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