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Amabili fantasmi a Torino

In una città sospesa tra il reale e l'altrove, si intreccia il destino di sei personaggi: vivi e "diversamente visibili".

Untitled design (99)

Stefania Vitulli

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Si vede che Torino ben ripaga gli scrittori che la scelgono come ambientazione. In questo qualcosa di magico ce l'ha per forza. È accaduto anche a Daniela Mattalia, giornalista, con il suo esordio, La perfezione non è di questo mondo (Feltrinelli).

Tanto per cominciare, il romanzo parte proprio con un'apparizione fantasmatica: Adriano, professore di filosofia in pensione, 82 anni ma dritto e magro come quando ne aveva cinquanta, ha perso (solo all'apparenza) la sua amatissima moglie Giulietta, senza riuscire nemmenoa dirle addio. Ma in realtà la vede, la vede ogni volta che ci torna, all'ospedale Le Molinette: davanti a sé, i capelli bianchi corti e leggeri, precisa a quando è morta, un mese e qualche giorno prima. Lei cammina assorta, si aggira fra le corsie, a volte gli sorride, magari gli fa un gesto se lui cerca di attirarne l'attenzione, un gesto evasivo come a dire "Dopo, dopo".

Adriano non è l'unico a muoversi per Torino, tra il parco del Valentino e l'ospedale, alla ricerca di qualcuno o qualcosa che possa ridargli speranza nella vita. C'è Fausto, illustratore free-lance, piuttosto compiaciuto della sua fidanzata ricca, bionda ed elegante (ma troppo perfetta) e padrone di un bracco gioiosamente tonto. C'è Gemma, giovane libraia dal futuro precario e figlia distratta di una madre che la travolge con un ciclone di parole, spesso insensate, e che da più di un anno vive sola.

C'è Olga, ex-infermiera, che a 75 anni non si sente per niente decrepita e però, e per fortuna, ha trovato il numero verde del Filo d'Argento, così parla sempre con qualcuno di gentile. C'è infine un eccentrico taxista, che non solo alla storia di Adriano ci crede ma che pure lui vede fantasmi, come l'amico Ernesto, che gli assicurano che la morte, in fondo, non è niente di speciale.

In questa commedia, lieve e ironica, i vivi e i "diversamente visibili" si cercano, si sfiorano, si inseguono. E tutto appare perfettamente verosimile ("Ognuno vede il suo, di fantasma", dice il taxista ad Adriano "io vedo il mio amico, lei sua moglie") e confortante, quando non assolutamente divertente: invece di trasferirsi in un paradiso impeccabile versione condominio di lusso dove tutti vanno più o meno d'accordo, Ernesto e Giulietta preferiscono restare nei paraggi, negli interstizi fra l'aldiqua e l'altrove, a osservare l'andirivieni dei vivi.

E queste presenze, invisibili e imperfette, irrequiete ed enigmatiche, sono poi anche molto concrete: sbirciano, ridendo come ninfe dispettose, nelle tasche di medici antipatici, o possono diventare straordinari chaperon, fino all'ultimo istante. Così, attraverso un gioco irriverente tra presente ed eternità, il girotondo di personaggi creati da Mattalia trova il suo compimento non solo in un incrocio finale di destini, ma in una delicata ricollocazione di quel tempo falso cui ormai ci hanno abituato i cliché mediatici, che qui appaiono molto più irreali dei fantasmi.

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