Alberto Vignati, ‘Alle periferie dell’impero’ - La recensione

L’hinterland milanese è il set di una street novel contemporanea di stampo cavalleresco

Alle periferie dell'impero

Alle periferie dell'impero, particolare della copertina

Michele Lauro

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Vincitore del Campiello Giovani qualche anno fa con un racconto intitolato Girasole impazzito di luce, Alberto Vignati ha rielaborato la matrice di quella storia per il suo esordio sulla lunga distanza. Un romanzo acerbo, imperfetto nel plot almeno secondo il canone young adult, tuttavia proprio questo è il suo bello. Alle periferie dell’impero attrae nel suo groove come un demotape privo di quella patina che ne appiattisce asperità, ingenuità, incongruenze. Giovani adulti o adulti giovani, genitori, prof., studenti che state per iniziare l’anno della maturità, figli di papà e papà di quei figli, rappers incalliti, latinisti, videogamers, nerd, pensionati, millennials, nostalgici del codino di Roberto Baggio: questo libro è per voi.

Una settimana, un giorno alla Maturità

Mentre la copertina e il titolo sembrano alludere al fantasy, è proprio il realismo dell’ambientazione il pezzo forte di un romanzo che si svolge, per niente metaforicamente, alle periferie dell’impero: Corsico, Milano sud-ovest, il fitto abitativo cresciuto in disordine su un fianco e l'altro del Naviglio. Lì, nei palazzi grigi A, B, C, D che si dispiegano come le ali di una prigione, abitano Joseph e i suoi amici storici Zorba e Argenti. Per loro da sempre la vita ruota attorno a Piazza Europa, buco di rara bruttezza sorvegliato dalle camionette dell’esercito e dal campanile della chiesa ribattezzata di Santa Noia. In piazza fa capolinea il 325, Caronte a due ruote che promette la fuga verso il quartier generale dell’Impero, il centro città. Dall’altro lato, il cavalcavia della tangenziale lascia immaginare un altrove più definitivo, ambito e temuto.

A diciannove anni i tre ragazzi, pur restando inseparabili, hanno preso strade diverse. Mentre Zorba e Argenti lavoricchiano al CC (centro commerciale) per dare un senso alla giornata e pagarsi il fumo, Joseph sta per cominciare gli esami di maturità scientifica al Liceo Leonardo da Vinci di Milano. Suo padre (il Vigilante) è africano ma lui, malgrado la pelle scura, in Africa non c’è mai stato né di certo preme per andarci, sentendosi un “puro prodotto del substrato milanese”. Per arrotondare dà ripetizioni di biologia a un quindicenne suo omonimo, Giuseppe, uno strano tipo che non esce mai di casa e passa le giornate a tradurre dal latino. L’amicizia fra i due si salda inaspettatamente sullo sfondo di una faida legata alla ’ndrangheta calabro-milanese, che coinvolge uno dopo l’altro tutti i giovani coprotagonisti in un crescendo di colpi di scena.

La dialettica centro-periferia spicca in questo romanzo delineando con cruda ironia un contesto di disagio. Che è sociale, culturale, economico, estetico ma soprattutto esistenziale, per ragazzi che si affacciano all'età adulta senza punti di riferimento. Alla desolazione suburbana di piazza Europa risponde l’orrido edificio del prestigioso Liceo Leonardo. Joseph non si sente a suo agio né tra l’umanità scollata dell’hinterland né tra i compagni di classe, la banda di fighetti a cui anni prima era stata sufficiente una mezza occhiata al suo look per discriminarlo. Non ha fatto gruppo neppure con gli altri emarginati, Ciccibomba e Ebe, la ragazza col piercing che l’ultimo giorno di scuola sale in piedi su un banco salutando i bulli come lui avrebbe sognato di fare, se solo ne avesse avuto il coraggio: con un sonoro vaffanculo.

Se neppure la fuga è la soluzione

Eppure, nonostante tutto ora che la maturità di avvicina Joseph non ha alcuna voglia di finirlo il liceo. Ha paura, come tutti, paura di non riuscire a controllare le emozioni al momento giusto, una paura matta di fallire e di soffrire. La paura di crescere e il bisogno di fare qualcosa di eroico. Vignati sfiora con intelligente leggerezza i capisaldi del vissuto adolescenziale: la riattivazione delle ansie infantili, l'impulsività d'azione, l’incertezza fra omologazione e differenziazione, l’amicizia come tramite per la costruzione di un’identità, la musica come rifugio, guida, consolazione, il rapporto padre-figlio dentro una famiglia monogenitoriale. E per finire un classico: l’ultimo giorno delle superiori, innamorarti della ragazza che per cinque anni ti è stata seduta accanto.

Lo scatto di crescita coincide con la revisione del meccanismo di difesa con cui Joseph era abituato ad affrontare l’imprevisto. “Segui le regole”, si diceva sempre. Come in matematica o nella fotosintesi clorofilliana, anche nella vita i problemi si risolvono applicando formule fisse. Problema. Formula. Soluzione. E invece no, non funziona così. La metafora del virus, all’incontro col male, squarcia il velo sull’infinita complessità del nostro essere nel mondo: il virus utilizza le stesse regole delle cellule sane, puoi perfino volergli bene come a uno di famiglia, prima che ti ammazzi finendo per ammazzare anche se stesso. Ma allora che senso ha tutto? 

Joseph alza il volume dell’autoradio e va incontro al suo destino, con in tasca la consapevolezza che pone fine all’adolescenza. Si può essere eroi in un modo per niente superomistico ma invisibile, silenzioso, essenziale. Che fra i tanti paradossi della vita c'è anche questo: "ogni volta che si fa un sacrificio per qualcuno si diventa più adulti”, cioè dismettere il proprio ego è il primo passo per diventare se stessi.

Alberto Vignati
Alle periferie dell’impero
Giunti
224 pp., 12 euro

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