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A tavola con Salvo Montalbano (e Camilleri). In silenzio, per favore

Cene d’autore/1. Taciturno, irremovibile, esigentissimo: il commissario di Vigata creato dallo scrittore siciliano non sa cucinare, ma quando si mangia è molto rigoroso. Scopriamo cosa gli piace

Luca Zingaretti, che nella fiction tratta dai libri di Camilleri interpreta Salvo Montalbano – Credits: (Credits: Ansa)

Cucina e narrativa hanno un lungo e consolidato rapporto. Da secoli, anzi da millenni. Non c’è scrittore che non se ne sia occupato, mettendo a tavola i suoi principali personaggi. In dieci puntate , proviamo a raccontare il rapporto tra cibo e letteratura attraverso classici, romanzi e libri di successo.

È un gran solitario, lo sappiamo da tempo. Inutile quindi girarci attorno: le cene (e i pranzi) di Salvo Montalbano sono sempre silenziosi, meglio se in ritiro. Sin da subito, a cominciare da uno dei suoi primi casi, Il cane di terracotta : «Pigliò le pietanze, una bottiglia di vino, il pane, addrumò il televisore, s’assistimò a tavola. Gli piaceva mangiare da solo, godersi i bocconi in silenzio, fra i tanti legami che lo tenevano a Livia c’era magari questo, che quando mangiava non rapriva bocca».

Livia, la storica compagna di Montalbano, lo sa: per il commissario più noto d’Italia sedersi a tavola è un rito, non una necessità. Come tale, non va consumato a qualsiasi costo, soprattutto quando la predisposizione non è delle migliori (stavolta, siamo passati alla Gita a Tindari ): «Si diresse automaticamente alla trattoria San Calogero. Il proprietario gli mise davanti un antipasto di mare e il commissario, di colpo, sentì una specie di tenaglia che gli serrava la vucca dello stomaco. Impossibile mangiare, anzi la vista dei calamaretti, dei purpitelli, delle vongole, gli fece nausea. Si susì di scatto. Calogero, il cameriere-proprietario, di precipitò allarmato. “Dottore, che fu?”. “Nenti, Calò, mi passò la gana di mangiare”. “Non ci facissi affronto a questo antipasto, è roba freschissima!”. “Lo so. E gli domando perdono”. “Non si senti bono?”. Gli venne una scusa: “Mah, che ti devo dire, ho qualche brivido di freddo, forse mi sta venendo l’influenza”».

Buona forchetta dunque, quasi un vero gourmet. Si mangia solo a certe condizioni: se la testa è impegnata in altro (un’indagine, una lite con la fidanzata, eccetera), non c’è niente da fare. E il pasto, in ogni caso, va consumato in religioso silenzio: «Gustare un piatto fritto come Dio comanda è uno dei piaceri solitari più raffinati che l’omo possa godere, da non spartirsi con nessuno, manco con la persona  alla quale vuoi più bene».

Buongustaio sì, chef no. Il commissario, ai fornelli, non è cosa. Oltre alla trattoria di Calò, a cucinare pensa la fidatissima Adelina, «la cammarera, la fimmina di casa che una volta al giorno veniva a dargli adenzia, madre di due figli irremidiabilmente delinquenti, uno dei quali stava ancora in galera per merito suo». È una presenza costante. La centralità del suo ruolo emerge gradualmente nei libri di Camilleri.

Il primo, rapido schizzo, semore nel Cane di terracotta: «Con Adelina, capace che stavano una stagionata intera senza vedersi. Montalbano ogni settimana lasciava sul tavolo di cucina i soldi per la spisa, ogni trenta giorni la mesata. Però fra di loro si era stabilito uno spontaneo sistema di comunicazione, quando Adelina voleva più denaro per la spisa, gli faceva trovare sul tavolino il caruso, il salvadenaro di creta che lui aveva accattato a una fiera e che teneva per billizza». Come modo di scambiarsi messaggi, non c’è male. E tanto basta a rendere Adelina la figura imprescindibile, come in ogni vecchia famiglia isolana.

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