A tavola con Trimalchione, nell’antica Roma

Cene d’autore/9 . Orge, balli e graticole d’argento: nel Satyricon di Petronio il cibo è l’unica soluzione che si presenta agli occhi  dell’anfitrione per poter esprimere la propria egemonia

(Credits: Fusco/Ansa)

Filippo Maria Battaglia

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Cucina e narrativa hanno un lungo e consolidato rapporto. Da secoli,  anzi da millenni. Non c’è scrittore che non se ne sia occupato, mettendo   a tavola i suoi principali personaggi. In dieci puntate , proviamo a raccontare il rapporto tra cibo e letteratura attraverso classici, romanzi e libri di successo.

Un parametro utile a giudicare la società e a rappresentarne le dinamiche. Nel Satyricon di Petronio, solo il denaro può contendere al cibo la funzione di elemento chiave della narrazione.  Alimenti, vivande, piatti costosissimi e prelibati diventano d’un colpo i prim’attori del romanzo satirico, gli unici in grado di testimoniare le (poche) virtù e gli infiniti vizi della Roma imperiale. E la Cena Trimalchionis, snodo focale dell’opera latina, calamita attorno a sé gran parte dei temi letterari affrontati con maestria dall’ Arbiter elegantiae.

La centralità del cibo non deriva tanto dal desidero di Trimalchione di ostentare la propria ricchezza. È piuttosto l’unica soluzione che si presenta agli occhi dell’anfitrione per poter esprimere la propria egemonia. A tal proposito, basta seguire la narrazione di Petronio già prima dell’arrivo delle portate.  «Finalmente ci sediamo a tavola – racconta uno dei protagonisti, Encolpio - mentre gli schiavi alessandrini ci versano sulle mani dell’acqua ghiacciata, subito rimpiazzati da altri che, inginocchiati ai nostri piedi, cominciano a tagliarci le pellicine delle unghie con una precisione incredibile».

È l’inizio di un rito che entra nel vivo con le prime portate: «Nel frattempo ci viene servito un antipasto mica male: tutti avevano infatti già preso posto, salvo il solo Trimalchione cui, in virtù di un’usanza del tutto nuova, era stato riservato quello d’onore. Al centro del piatto troneggiava un asinello in bronzo di Corinto, con sopra un basto che da una parte era pieno di olive nere e dall’altra di chiare. Sulla groppa dell’animale c’erano due piatti sui cui orli era stato inciso il nome di Trimalchione e il peso dell’argento. In aggiunta c’erano poi dei ponticelli saldati insieme che sorreggevano dei ghiri conditi con miele e salsa di papavero. E ancora c’erano delle salsicce che friggevano sopra una graticola d’argento e, sotto la graticola, prugne di Siria con chicchi di melagrana».

In questo momento, fa il suo ingresso Trimalchione. Non cammina: «è trasportato, a suon di musica, sdraiato su soffici cuscini». Indossa anelli e bracciali d’oro di varie dimensioni; al seguito, ha un codazzo di servi, che sono una rappresentanza assai sparuta delle migliaia al suo servizio. Inevitabile che con l’arrivo del dominus il banchetto faccia un ulteriore salto di qualità, nella direzione dell’abbondanza e dell’eccentricità. La portata che segue – racconta sempre Encolpio - è inferiore all’attesa, ma è comunque in grado di stupire per la propria originalità: «Era infatti un grosso piatto rotondo che aveva tutto introno i segni dello zodiaco, sopra ciascuno dei quali il cuoco aveva piazzato una specialità appropriata al simbolo: sull’Ariete dei ceci di Arezzo; sul Toro un quarto di bue; sui Gemelli testicoli e rognoni; sul Cancro una corona; sul Leone fichi africani; sulla Vergine una vagina di scrofa; sulla Libra una bilancia con una focaccia in un piatto e un polpettone nell’altro; sullo Scorpione un pesciolino di mare; sul Sagittario un gufo; sul Capricorno un’aragosta; sull’Acquario un’oca; sui Pesci due triglie. Al centro, poi, una zolla di terra strappata con tutta l’erba attaccata sosteneva una favo di mele. Uno schiavetto egiziano distribuiva pane caldo in giro prendendolo da un forno portatile d’argento».

Come ha  notato Gian Biagio Conte (L'autore nascosto , il Mulino), la Cena diventa così la mappa esauriente del mondo: il banchetto restituisce la leadership del suo padrone in tutta la sua opulenza. Ogni piatto indica un luogo, che spesso coincide con un possedimento di Trimalchione stesso. E la sua egemonia finisce con l’inverarsi nel cibo, non trovando alcuna possibilità di riverberarsi sul resto.

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