Cultura

Le parole contano: la scivolosa discesa verso l'impensabile

Una studiosa statunitense di genocidi spiega perché i neonazisti Usa che urlano "Heil Trump" devono farci paura

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di Mary Elizabeth Walters

(dottoranda in Storia militare alla University of North Carolina at Chapel Hill)

L'analisi di una studiosa statunitense di genocidi, dopo i saluti nazisti presentati a Washington per celebrare l'elezione di Donald Trump a 45° presidente degli Stati Uniti e dopo che, il 19 novembre, i suprematisti bianchi del movimento nazionalista alt right (alternative right), guidato da Richard B. Spencer, si sono dati appurtamento per l'incontro annuale del loro think tank, il National Policy Institute. Nel corso di una cena privata, i sostenitori del gruppo dichiaratamente razzista hanno inneggiato: "Heil Trump! Heil il nostro popolo! Heil la vittoria!".


Ho pianto con i sopravvissuti di massacri mentre cercavano di trovare le parole per descrivere eventi che andavano oltre le parole. Ho ascoltato un giovane uomo raccontare come era sopravvissuto all'eccidio di oltre 50 persone in Kosovo nel 1999 all'età di otto anni. Gli avevano sparato a un braccio, si era finto morto ed era stato caricato su un camion con la sua famiglia trucidata. Non riuscendo a guardarmi negli occhi, mi raccontò di come sua madre ferita a morte gli sussurrò: "Lasciami. Salta giù dal camion quando siamo fuori città". Mi sono seduta con un'ottantenne a guardare le foto dei suoi 25 familiari morti in un'ora in Kosovo nel 1999. Nonna, mamma, sorelle, figli. Tutti andati. È morta una settimana dopo la mia intervista.

Ho ascoltato l'incredulità dei sopravvissuti. Ma davvero i nostri vicini si sono rivoltati contro di noi?

In quanto storica di pulizie etniche e di genocidi, trovo che l'incredulità sia particolarmente inquietante. Considerate l'Olocausto, durante la seconda Guerra mondiale, in cui oltre sei milioni di ebrei furono uccisi, il genocidio di oltre 800 mila Tutsi in Ruanda nel 1994, la pulizia etnica in Kosovo che ha prodotto più di 800 mila rifugiati nel 1999. Sono numeri che lasciano allibiti. Ma sono anche numeri che forniscono false rassicurazioni. Di certo qualcosa del genere non può capitare qui in America, in Inghilterra, in Europa.

Ma è successo. E può succedere di nuovo. Per citare i Monty Python, nessuno si aspetterebbe mai un genocidio. Nella Germania del 1933, troppo poche persone presero sul serio la retorica genocidaria di Hitler. Venne liquidata come una tattica per conquistare il sostegno delle masse incolte. Molti ebrei non credevano che la persecuzione sarebbe avvenuta. Non credevano che i loro vicini si sarebbero rivoltati contro di loro. Così rimasero. E morirono.

Nel Ruanda del 1994, il mondo liquidò la campagna dei leader politici hutu che definivano i tutsi "scarafaggi" responsabili dei problemi del Paese alla stregua di una strategia retorica. La comunità internazionale non fece niente. E i tutsi morirono.

Nel Kosovo del 1999, la violenza genocidaria traumatizzò di nuovo il mondo. La nonna che perse così tanti familiari mi guardò confusa e mi chiese: "Come poterono i miei amici far questo alla mia famiglia? I nostri vicini serbi dissero ai militari serbi dove trovare la mia famiglia".

Nessuno crede che la violenza genocidaria possa scoppiare nella propria comunità. L'America non è immune ad atti di violenza genocidaria. Sul Sentiero delle lacrime nel 1838-1839, il presidente Andrew Jackson trasferì forzatamente la nazione cherokee e attuò una pulizia etnica in una vasta porzione della Costa orientale. Oltre 4 mila dei 15 mila cherokee che fecero la marcia morirono. Dagli anni Cinquanta più di 5 mila afro-americani furono linciati, violenza genocidaria sotto un altro nome. Questi atti di violenza continuarono e il 7 giugno 1998 James Byrd fu assassinato, venendo trascinato dietro un camion per oltre tre miglia da bianchi suprematisti.

Quello che è avvenuto lo scorso 19 novembre a Washington serve da monito contro la violenza genocidaria e la retorica. "Heil Trump! Heil il nostro popolo! Heil la vittoria!". Le esultanti parole conclusive di Richard Spencer a Washington sono state accompagnate dall'infame saluto nazista e da un sorriso raggiante. Il video del discorso e la reazione entusiastica della folla sono agghiaccianti.

Il giorno dopo il Museo dell'Olocausto statunitense ha denunciato il discorso di Spencer e ha dichiarato: "L'Olocausto non iniziò con degli eccidi. Iniziò con delle parole".

Il genocidio non comincia mai con azioni. Comincia con parole. Comincia con parole che mettono in discussione l'umanità di un altro gruppo, chiamandolo "golem" come Spencer ha chiamato gli ebrei americani il 19 novembre. Le parole incolpano questo e altri gruppi di tutti i problemi che una società deve fronteggiare. Le parole li descrivono come disonesti, pigri, ladri di posti di lavoro o corrotti. Poi le parole vengono legittimate, fatte diventare opinione corrente. A tali parole viene attribuita grande attenzione, come ha fatto recentemente la Cnn quando, in risposta a Spencer, ha discusso se gli ebrei rappresentassero un popolo. Tali parole diventano un punto di raduno.

Il genocidio comincia sempre con le parole. Con persone che le sminuiscono dicendo che si tratta «"solo di parole". Con persone che si comportano in modo compiacente.

Dobbiamo affrontare la retorica genocidaria ogni volta che la udiamo, quando viene dal nostro presidente-eletto e dai suoi membri del gabinetto suprematisti bianchi come Steve Bannon, da un estraneo su un autobus o da un nostro familiare. E non conta se la supremazia bianca e la retorica genocidaria non rappresentano linee politiche ufficiali. Le dichiarazioni e le azioni di Trump sono interpretate dai suprematisti bianchi come legittimizzazioni dei loro punti di vista.

Non permettete che ciò avvenga in modo incontrastato. Non ammorbidite la retorica genocidaria etichettandola come "destra alternativa" o «"nazionalismo bianco". Si tratta di retorica genocidaria, un appello che invoca violenza contro i nostri amici, vicini, colleghi e famiglie. La retorica genocidaria non è mai fatta solo di parole, è sempre un gradino pericoloso sulla strada verso l'azione. E deve essere fermata.



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