Cultura

Le nostre prime impronte sulla Terra

Su una duna di sabbia a Gibilterra, 28mila anni fa, un giovane uomo di Neanderthal lasciò la sua impronta, scoperta ora. Si aggiunge a tante altre, sparse nel mondo, che ci rivelano la presenza in tempi remoti di specie simili alla nostra. Dietro ognuno di questi segni c'è una storia da raccontare

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Luca Sciortino

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Non dipinti, non sculture, non incisioni. I primi segni della presenza dell’uomo in questo pianeta sono orme, impronte di piedi impresse nella nuda terra, marchio indelebile e pietrificato di un “esserci stati” in un giorno lontanissimo, di un transito fugace in quest’angolo dell’universo. Sono esseri semisconosciuti, alcuni dotati di autocoscienza, a volte anche di linguaggio e pensiero astratto, quelli che sempre di più si rivelano a noi. Le loro orme ci ricordano che la nostra attitudine ancestrale più radicata è quella di camminare, vagabondare, girovagare.

L’ultima recente scoperta riguarda l’impronta di un giovane vissuto circa 28mila anni fa su un antico strato di una duna di sabbia a Gibilterra. I paleontologi spagnoli lo hanno descritto come l’ultimo dei Neanderthal, facendoci immaginare quell’essere come una sorta di Uncas in fuga, l’ultimo dei Mohicani protagonista del romanzo di James Fenimore Cooper. Quello era infatti il tempo in cui i Neanderthal, specie emersa circa 350mila anni fa, si erano ormai ridotti a un numero esiguo e subivano la pressione ecologica della specie Homo sapiens migrata dal corno d’Africa. Come spiega Olga Rickards, antropologa di Tor Vergata Università di Roma, «la principale causa dell’estinzione dei Neanderthal fu il basso grado di variabilità genetica, dovuta a una vita condotta in gruppi ristretti e in zone circoscritte per fronteggiare il clima freddissimo di un’Europa glaciale. Una volta che il clima cambiò, divenendo più caldo, i Neanderthal non riuscirono ad adattarsi alle nuove condizioni. L’arrivo di Homo sapiens, una specie più marcatamente sociale, e quindi più abile a competere per le risorse, fu il colpo di grazia».

Se andassimo indietro nell’evoluzione della vita, vedremmo comparire, circa 200mila anni fa, la nostra specie, Homo sapiens, poi l’Homo neanderthalensis sino ad arrivare allHomo erectus e infine allHomo habilis circa 2,5 milioni di anni fa. Finché, ancora più indietro nel tempo, incontreremmo quel fatidico attimo in cui, chissà, un individuo dalle fattezze scimmiesche del genere Orrorin si alzò sugli arti posteriori e camminò eretto portando il cibo con le mani libere. Era un antenato di quei tre esseri che un giorno di tre milioni e settecentomila anni fa passarono dall’odierno sito di Laetoli, in Tanzania, lasciando impronte ancora visibili.

Padre, madre e figlio della specie Australopithecus afarensis marciavano in fila indiana su una fanghiglia di ceneri e terra. Sulla terra essiccata da un lungo periodo di clima secco erano cadute le ceneri del vulcano Sadiman in eruzione e le piogge abbondanti avevano formato quel letto di fango che, una volta essiccatosi, aveva congelato quelle esistenze. Gli scheletri fossili di altri individui della stessa specie suggeriscono caratteristiche fisiche adatte non solo al bipedismo ma anche ad arrampicarsi sui rami. Così possiamo immaginare, che al calare del buio, nel loro perenne vagabondare in cerca di cibo, quella famiglia aveva trovato rifugio più sicuro per la notte sopra gli alberi.

Come le parole in un libro, la disposizione delle orme è altrettanto importante della loro forma in sé. A Lleret, in Kenya, le impronte di individui di Homo ergaster sono unite a formare tracciati che mostrano indiscutibilmente come questa specie avesse spiccate abitudini sociali: l’attitudine di Homo sapiens a formare comunità come la famiglia o il villaggio è radicata in queste forme associative sorte per aumentare le possibilità di sopravvivenza dei componenti del gruppo.

Non sappiamo dove stessero andando quegli individui che camminavano a Lleret, ma sappiamo che sapevano costruire asce di pietra bifacciale e che usavano il fuoco, a differenza degli australopitechi che passarono per Laetoli. Parafrasando il mito, si potrebbe dire che Homo ergaster fu la prima specie sulla faccia della Terra alla quale Prometeo donò il fuoco per cuocere gli alimenti e e difendersi dalle bestie feroci.

L’idea che altri esseri, differenti eppure così simili a noi, abbiano impresso la loro impronta sulla nostra stessa terra non è mai stata facile da accettare per una specie come la nostra che ha sempre creduto di essere unica nell’universo. Tanto che le 56 orme vicino Roccamonfina, in provincia di Caserta, sono state per lungo tempo interpretate dalla tradizione popolare come le impronte del diavolo. Solo nel 2003, un geologo dell’università di Padova le ha attribuite a tre individui della specie Homo heidelbergensis.

Come fa notare Rickards, «quello che suggerisce a un antropologo l’origine antica di un’impronta è l’età dello strato del terreno nel quale viene trovata» . Quei tre ominini si arrampicavano su un terreno fangoso per raggiungere la sommità della montagna, a volte seguendo un percorso a zig zag. Per non cadere, in alcuni punti ripidi si aiutarono con le mani lasciando la loro impronta. E quando il vento secco asciugò il terreno quelle tracce rimasero pietrificate. Bisogna immaginare quei tre esseri come capaci di comunicare con suoni complessi, un’abilità che forse sorse con Homo heidelbergensis. Di lì a poco sarebbe emerso in Africa Homo sapiens, un essere capace di lasciare ben altre “impronte”, quelle che descrivono e rappresentano la realtà in cui vive.

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