Cultura

Se l'Aquila vuole una cultura varia e non faziosa

Le polemiche sul programma del festival della Cultura nella città colpita dal sisma riaccende i riflettori sulla supremazia culturale della sinistra

TERREMOTOAQUILA

Davide Rondoni

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Chiedetelo a un qualsiasi contadino. Se dai a qualcuno 700.000 euro per mettere a frutto un campo e quello torna e ti dice: ok, ho pensato di piantare solo rape, beh qualche dubbio ti viene. Le rape saranno buonissime e importanti per carità, ma solo rape? diversificare un poco no? Ecco, deve averlo pensato anche il Sindaco dell'Aquila Pierluigi Biondi quando, in procinto di stanziare i 700.000 euro alla agenzia di eventi vincitrice di un bando nato dal suo Comune con il Ministero dei Beni Culturali per un festival culturale a dieci anni di Sisma dell'Aquila si è visto presentare un programma (anzi nemmeno, solo una bozza, dice lui)  tutto orientato culturalmente in quell'area da sinistra fucsia che va da Zerocalcare a Saviano. "Variare un po', no?" ha detto il primo cittadino, "magari mettendo figure diverse in dialogo ?". Del resto si chiama "festival degli incontri", si tratta di una manifestazione per fare memoria di un grave Sisma, quindi di una cosa che riguarda tutti...

Il sindaco avrebbe voluto discuterne con la designata vincitrice del concorso per la direzione artistica (700.000 euro non proprio bruscolini), ma la signora Silvia Barbagallo, un pedigree da organizzatore culturale di tutto rispetto, non si sarebbe fatta vedere, limitandosi (pare) a mandare dal Sindaco un emissario con una bozza (ancora incompleta). In compenso però la curatrice del Festival degli incontri - titolare di una agenzia che, dice il Sindaco, ha tra i suoi clienti il Gruppo Espresso e che produce mostre di ZeroCalcare - ha tempo per dettare alle agenzie una dichiarazione dove ritrae Biondi come "censore etc".

Scoppiano polemiche, e l'Aquila diviene epicentro di una bagarre che poco c'entra con il rispetto per le vittime di un terremoto. La vicenda è, come sempre nella cultura italiana, comfusa e avvelenata dalle ideologie. Da un lato la supponenza di chi - costruendo carriere entro un ambiente di incarichi privati e pubblici, finanziamenti etc dominato dalla cultura di sinistra, il che beninteso non è una colpa, ma un fatto - non ritiene possibile che a qualcuno non piaccia un fumettaro che inneggia a chi a Genova tirava estintori contro i Carabinieri, o non gradisca uno come Saviano, peraltro condannato per plagio (il che consiglierebbe a qualsiasi direttore artistico serio di non invitarlo a manifestazioni culturali) . E che invece di discutere, chiama ogni obiezione "censura" quasi come un riflesso condizionato.

Ci sono troppi finti martiri nella cultura italiana. Gente che viene invitata ovunque, ben foraggiata da giornali, tv, festival etc e che straparla di censura, di libertà in pericolo, ogni volta che ricevono una critica o un no. Di fronte alla esperienza di veri intellettuali censurati, da Cuba all'Iran, dall'Urss, alla Cina, al Venezuela dovrebbero vergognarsi. (A proposito di Venezuela, dove sono finiti tutti i nostri intellettuali che inneggiavano al dittatore Chavez in visita alla festa del cinema di Venezia? Riescono a guardarsi allo specchio?).

Dall'altra parte, ci sta un Sindaco forse non ben supportato sulle vicende culturali (e non certo un censore: a l'Aquila parlano e cantano tutti basta vedere i programmi) che giustamente vuole una manifestazione culturale - tantopiù in una occasione del genere -  plurale e vivace. Curiosamente, da parte di chi parla di libertà in pericolo e di censura la linea difensiva del proprio operato, stando ai media, si fa attraverso l'esibizione di carte bollate e sigilli, verbali ministeriali e comunali. Cioè sei un censurato ma coi sigilli di approvazione dell'ente pubblico, fammi capire...O forse non è censura, è confronto democratico tra Istituzioni, è, insomma, che non fai quel che ti pare coi soldi pubblici, non censura ma democrazia, dura e forte.

Il fatto è che un Sindaco con gli attributi mette in discussione un patto non scritto e ormai stantìo nella vita pubblica della cultura italiana. Infatti la cultura orientata a sinistra in Italia ha goduto in questi quarant'anni di un formidabile apparato produttivo. Le cause sono tre: primo, e voglio dirlo chiaro, alla sinistra, almeno alle sue èlite, la cultura interessa. Più che a molte persone di destra e alle sue èlite, molto più che ai preti, molto più che a tanti cattolici, e molto più che a una parte moderata della mutante borghesia italiana. Il primo motivo per cui la cultura orientata a sinistra è forte, lo ripeto, non sta in una forza politica o di prebende, ma nel fatto che nel DNA della sinistra italiana, per molti motivi storici e ideologici, il lavoro culturale è rilevante. Tutti noi che in Italia abbiamo letto qualcosa siamo culturalmente di sinistra. È inevitabile, è giusto, è così. Non che non ci fosse un'altra possibilità, ma non c'è stata.

Un secondo motivo dell' egemonia è stata nella capacità, come in altri ambiti, di creare un cortocircuito efficace tra uso dei beni pubblici e nuovi privati che ne hanno preso abbrivio imprenditoriale, riuscendo nei casi di maggior professionismo a assestare attività di tutto rispetto in tale campo.

Infine una fittissima trama di lavoro tra media di riferimento e ambiti culturali, una attenzione di tipo mediatico al lavoro culturale che altri media non orentati a sinistra (privati o pubblici) mai o quasi hanno dato. Ora tutto questo in molti casi degenera in una specie di scontatezza culturale, in una pigrizia da posizione acquisita. in un senso di superiorità che, si è visto spesso, non interpreta  più adeguatamente  la realtà del mondo e del popolo italiano e però presume d'esser intangibile e non criticabile. Ora lo fa un signore che il popolo di una città ferita ha scelto come loro sindaco in un momento difficile. La critica insomma non viene da un intellettuale invidioso o da un giornalista di parte, ma da uno che si confronta con un dramma immenso, che sta spendendo la sua vita tra calcinacci dei muri e calcinacci delle anime. Forse la cultura si vede anche in questo ascolto. Forse la cultura è coltivare un campo in modo vario, non fazioso.

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