Cultura

La tragedia del Sirio: quando i migranti eravamo noi

A un anno dalla tragedia nel Canale di Sicilia il ricordo del 1906 al largo di Capo Palos, in Spagna, dove morirono 500 italiani diretti in Brasile

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Il ricordo - a un anno dal naufragio dei migranti nel canale di Sicilia e nel giorno in cui 400 migranti partiti dall'Egitto risultano inghiottiti dai marosi del Mediterraneo - va a un'analoga tragedia del primo decennio del secolo scorso, quando i migranti eravamo noi, figli di braccianti in cerca di fortuna, diretti verso le Americhe dopo aver venduto praticamente tutto per acquistare il biglietto di sola andata. Una tragedia che allora occupò per settimane tutte le prime pagine dei giornali italiani, con la compagnia di navigazione che lasciò i pochi sopravvissuti praticamente senza indennizzo.

Era una giornata assolata di un pomeriggio del 4 agosto 1906. Il «Sirio», un «piroscafo veloce» costruito dai cantieri Naplier di Glasgow partito due giorni prima da Genova, scese lungo la costa spagnola verso Gibilterra, diretto verso il Brasile. Era lungo 119 metri. C'erano lussuose cabine per 80 passeggeri in prima classe, camere dignitose per 40 in seconda ed enormi camerate con cuccette per 1200 emigranti di terza classe. Tutti, uno sopra l'altro, come nel canale di Sicilia. 

Lo scafo - uscito dai cantieri nel 1883 - era in ferro e aveva una macchina alternativa da 3.900 cavalli capace d'imprimergli una velocità di 15 nodi. Era considerata allora una delle più moderne e affidabili imbarcazioni per emigranti. Aveva già fatto centinaia di viaggi. Quando il «Sirio» passò, alle 16.00 del 4 agosto 1906, al traverso delle Grandi Hormigas, presso Capo Palos, nella Spagna Mediterranea, avvenne la tragedia che l'unico testimone dell'epoca, il capitano Vranich del piroscafo austro-ungarico Buda, descrisse così: 

«Avvistai il Sirio e giudicai subito che passasse troppo vicino alla costa. Poco dopo, incrociatesi le rotte, vidi sollevarsi la prora del Sirio fortemente sull'acqua, sbandarsi a sinistra ed abbassarsi di poppa…Lo giudicai incagliato e feci rotta verso di lui ordinando le lance in mare. Il Sirio camminava a tutta forza e l'urto fu così violento che le lance di sottovento, smosse, furono poste fuori servizio. La parte poppiera era tutta allagata e sommersa. Di conseguenza molti passeggeri non ebbero il tempo di risalire in coperta. Il locale macchine fu allagato e parte del personale vi perì. Calammo due lance che effettuarono molti salvataggi…».

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La famiglia Serafini, di Arzignano, provincia di Vicenza, nella foto scattata pochi giorni prima di imbarcarsi sul Sirio per il Brasile

Un episodio che Gian Antonio Stella, nel suo Quando gli albanesi eravamo noi, ha voluto ricordare con il suo carico di dolore, ricordi di sopravvissuti, beffe assicurative della compagnia tratte dalle pagine del Corriere della Sera dell'epoca. I danni furono gravissimi, ma l'affondamento sarebbe avvenuto solo 16 giorni dopo. Avrebbero potuto, forse, salvarsi tutti. L'evacuazione fu così caotica che alla fine il bilancio, stilato dai Lloyd's, fu apocalittico: 292 morti. In realtà, si pensa che le vittime siano state ancora di più: tra le 440 e le 500. In maggioranza italiani partiti da Genova per cercare fortuna in Argentina e Brasile.

Il capitano Piccone che era al comando del Sirio da 27 anni - e aveva già trasportato decine di migliaia di migranti - fu rinviato a giudizio, ma chiuso nel suo dolore, morì a Genova due mesi dopo. Il tragico naufragio della nave Sirio colpì la fantasia popolare e ispirò una drammatica canzone, tratta dal repertorio dei cantastorie. Nel 2001 il cantautore Francesco De Gregori inserì nel suo album Il fischio del vapore questa ballata, conosciuta soltanto nel nord Italia, tra le vallate da cui partirono gli emigranti del Sirio.



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