Cultura

La mia storia d'amore con Maria Christina

Nel racconto di Giuliano Ferrara, una barca, un porto della Toscana, e un colpo di fulmine

Monet

Giuliano Ferrara

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La mia barca è del 1972, è molto più vecchia del direttore del Foglio, che mi è succeduto a trentadue anni e allieta la mia vecchiaia. Ha un nome che mi è divenuto caro malgrado la "acca": Maria Christina.

È registrata a Livorno, città sbrindellata e pazza che amo molto (il miglior piatto della mia vita fu un cacciucco cucinato da Sandro Fusina con materiali prelevati al mercato di lì). Quando ero direttore di Panorama, nel 1996, talvolta per tornare a Roma o andare nella campagna maremmana, alla giusta distanza da Capalbio, che è un paese incantevole ma notoriamente si presta ad equivoci, prendevo il passo della Cisa e poi l’Aurelia.

Era un giorno di pioggia, avevo nel cuore umido le carpe di Segrate, anche quello un posto incantevole che si presta agli equivoci della malinconia, talvolta, e mi fermai a vedere il mare a Talamone (c’è bisogno di dirlo? un altro teatro d’acqua incantevole, poco cemento, molto parco naturale, misure più che umane e cordiali, un arrivo da sogno e dall’alto traversando Villa Bengodi).

Attraccata a un moletto in bella vista c’era lei con il cartello "vendesi". Pioveva, e potrei canticchiare "come pioveva, come pioveva" con inflessione allegramente sentimentale. È un motor-sailer, un’imbarcazione di 33 piedi, dieci metri e qualche centimetro, armata a ketch, cioè due alberi con la timoneria a poppa dell’albero di mezzana, quello dietro.

Un mio amico dice che il motor-sailer è quel tipo di barca che va male a vela e male a motore, ma non posso testimoniare a favore della sua diagnosi, dopo tanti anni.

Comunque sia, la mia barca, sebbene abbia vele che portano lentamente con i venti al traverso, la bolina molto larga e il lasco e la poppa, è come il peschereccio di Braccio di Ferro, Popeye.

Ha una tuga alta e interni comodi, relativamente, ma si sta in piedi e ci si aggira come in una casetta. Ha lo specchio di poppa, dietro, a canoa, e un passo sicuro sull’onda, certo rolla molto e il mare formato impone una certa disciplina mentale e fisica, perché si muove e dondola a guscio di noce, non è uno di quegli affari tecnici perfetti che tagliano le onde.

Galleggia, insomma, e procede verso l’infinito dell’amore di chi la governa, la assiste, la manutiene e la mantiene, la baldracca. Ha un’aria vecchiotta, e simpatica, compresa in quel "simpatica" mille volte ripetuto dagli altri che la vedono una sfumatura di condiscendenza: ben altro lusso, ben altra motorizzazione, ben altro apparato velico ti saresti forse potuto permettere, ma è appunto simpatica.

Quando la presi aveva avuto un unico proprietario, un nobile di Firenze la cui moglie si era stufata di dormire a bordo, le solite dissonanze coniugali in fatto di navigazione e vacanze.

L’architetto geniale Alvar Aarnipalo, che l’aveva disegnata poco dopo la metà del secolo scorso, fornì alla marineria baltica un modello di sicuro successo popolare, appunto perché era ed è comoda, e romantica, ma in albergo è ovvio si sta meglio.

Nel Mediterraneo sud-orientale, che ho percorso in una lunga e indimenticabile odissea dei poveri, da Talamone alla rada di Kekova, in Turchia, passando per il meridione italiano, la Sicilia, le Eolie, le Egadi, con un balzo da Siracusa a Leuca, poi l’isolotto di approdo ionio, Otune, poi da Corfù a Lefkas a Cefalonia, Skorpios, Itaca e Corinto, passando per la piana marina fatale di Lepanto, oggi Navpaktos, e poi giù o su per le Cicladi, dopo Atene, e il Dodecaneso e la costa turca (come Senofonte fece dire thalassa thalassa ai suoi, vista l’Asia io tautologicamente gridai, lasciata l’isoletta di Kos, "l’Asia, l’Asia"), in quel mare caldo e ventoso e a volte bizzoso, come dicevo, di mariechristine ne ho viste molte (il nome tecnico è Nauticat 33).

Erano sempre abitate da gente singolare, speciale, si sentivano chiacchiere e risate, anche di vecchie donne, e correva l’alcol a fiumi la sera, tra le luci soffuse del Doghouse, all’ora di cena e dopo, al riparo dei porti greci.

Il Mediterraneo non era ancora un mare monstrum afflitto dalle morti per acqua. L’impresa, forse l’intrapresa, forse il banale viaggetto ma omerico letteralmente, durò un paio d’anni e qualcosa.

Lavorando di brutto, ogni tanto mi ricavavo un tempo, imbarcavo un equipaggio di innamorati, tutte donne salvo un amico talvolta e un secondo che ne sapeva più di me, bravissimo, e pieno di talento per la meteorologia, uno che ha i teoremi di Figalli sulle nuvole incorporati nell’esperienza personale, e facevo un pezzetto di rotta.

Sono incerto, per via del Foglio e del mio matrimonio insopportabilmente felice, ma direi che il viaggetto a tappe forzate è stata la cosa più bella della mia vita o almeno, per non far torto a moglie e giornale, la più intima e pittoresca insieme.

Vedere una prua così ampia che solca l’onda sicura, all’alba, tra l’Ortigia e Leuca in direzione della Grecia, e vederla nella nebbiolina di acqua e luce, con i parabordi distesi e rinserrati nelle loro guaine a vista, e la cagnolina Giustina scodinzolante (il bordo del Maria Christina sembra fatto per la sicurezza dei bassotti), e il caffè a litri, e le donne che dormono o vegliano a seconda del loro gusto, procedendo nel golfo di Squillace verso il solleone, ecco quel che si dice un ricordo libero da pericoli, che non ho affrontato perché bastava l’ipotesi e una brezza rafforzata, sono un uomo prudente e misericordioso quanto possibile.

(Questo articolo è stato pubblicato sul numero di Panorama in edicola il 15 agosto 2018)

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