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Intervista a Glenn Cooper, lo scrittore americano si racconta

Dal suo nuovo romanzo 'Il segno della croce', a Bob Dylan e Trump, passando per l'Italia e la scrittura: ecco cosa ci ha raccontato l'autore statunitense

Il segno della croce è il titolo del più recente romanzo di Glenn Cooper, uscito da pochissimo in libreria per la Casa Editrice Nord. Si tratta di un nuovo appassionante thriller dell'autore americano da sei milioni di copie, che si è conquistato fama e successo grazie soprattutto ai bestseller che compongono le serie de La biblioteca dei morti e dei Dannati.

Come per buona parte della sua produzione precedente, anche in questo romanzo Cooper mescola il fascino della storia con quello del misticismo e della spiritualità, costruendo una trama serrata ricca di avventura, ma anche di spunti di riflessione su temi come bene e male, scienza e fede, ragione e mistero.

Ne Il segno della croce il protagonista è Cal Donovan, uno stimato docente americano di archeologia e storia delle religioni, ingaggiato dai piani alti della Chiesa per cercare di capire cosa stia accadendo a don Giovanni, un giovane sacerdote italiano che sembra portare sul proprio corpo le stigmate di Cristo. Ma nel libro si va anche molto indietro nel tempo, a quando Flavia Giulia Elena, la madre di Costantino (il primo imperatore cristiano) era impegnata nella ricerca a Gerusalemme dei resti della croce e dei sacri chiodi utilizzati per uccidere Gesù. Ma c'è anche un terzo filone: un gruppo di nazisti nostalgici opera in segreto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale per cercare di ricreare la grande Germania servendosi delle reliquie della Passione.

Abbiamo avuto la possibilità di discutere del libro, ma anche di altro, direttamente con lo stesso Glenn Cooper, incontrato qualche giorno fa a Milano in occasione di BookCity 2016.

Come un po' per tutta la sua produzione letteraria, anche all'interno de 'Il segno della croce' va di nuovo a toccare alcune dicotomie come fede e scienza, misticismo e realtà, mistero e solidità della ragione. Da dove arriva l'interesse in queste contrapposizioni?

Deriva dal fatto di essere un essere umano. Tutti i più grandi pensatori della storia hanno riflettuto su queste contrapposizioni, fin dall'inizio dell'umanità. Perché siamo qui? Perché esistiamo? Dove andremo? Davvero non posso immaginare che non ci si possa interessare a questi temi.

Lei è uno studioso, archeologo, medico: qual è il suo rapporto con la religione e con la fede?

A mio modo di vedere, la storia della religione e la storia della civiltà sono inscindibili. Io ho sempre avuto un grande interesse per la storia e anche per la preistoria, e se si esaminano i documenti esistenti, perlomeno da quando è nata la scrittura a oggi, non possiamo non notare che la religione è ciò che più di ogni altra cosa ha influenzato la società, il suo sviluppo e anche la nascita e la risoluzione dei conflitti. Quindi se guardiamo alla storia non possiamo non interessarci alla religione.

Parliamo dunque di storia, un elemento molto presente nelle sue opere. Quanto è importante conoscerla e apprenderla, nella vita di un uomo?

La storia è importantissima, anche se a volte non ce ne rendiamo conto. Gli eventi del passato hanno ancora ripercussioni sul nostro presente. Pensiamo ai conflitti religiosi, che sono alla base degli eventi geopolitici attuali. La condizione dell'Islam di oggi, per esempio, risente ancora dello scisma tra sunniti e sciiti nel V secolo: eventi accaduti 1500 anni fa influenzano ancora la nostra attualità. Il passato è un prologo, è qualcosa ancora presente, da tenere in considerazione, anche se a volte purtroppo ce ne dimentichiamo.

Utilizzando la storia nella fiction, non c'è il rischio di snaturarla, in qualche modo tradirla o addirittura falsificarla?

Sono consapevole di questo rischio e dunque sto molto attento, cerco di essere il più accurato possibile nelle mie ricerche storiche. Naturalmente, ogni tanto devo modificare degli elementi ai fini del romanzo, ma il mio approccio è sempre molto serio, cercando di non modificare gli eventi realmente accaduti. 

Passiamo a Cal Donovan, il nuovo personaggio protagonista de 'Il segno della croce'. Un autorevole docente universitario di storia delle religioni, studioso attento, meticoloso, ma anche avventuroso, quasi un viveur, lontano da relazioni stabili, che non disdegna bere e che tira di boxe. Quanto le assomiglia?

Donovan rappresenta un'evoluzione dei miei precedenti protagonisti ed è quello che sento a me più vicino, che mi assomiglia di più. E sarà proprio lui il protagonista dei miei prossimi libri. Con questo personaggio mi sento, per così dire, di essere tornato a casa. Anche se, ovviamente, non è al cento per cento uguale a me.

Nel romanzo c'è tantissima Italia, fra l'altro tratteggiata anche molto bene. Quanto la conosce? Qual è il suo rapporto con il nostro paese?

L'Italia la conosco abbastanza bene. Il mio ostacolo principale, nel poter poter approfondire ancora di più questa conoscenza, è dato dal pessimo rapporto che ho con le lingue in generale e con l'italiano in particolare: forse dovrei prendermi qualche anno di pausa dalla scrittura per venire qui a impararlo. Ad ogni modo, in Italia viaggio molto spesso, ho molti amici e addirittura mio figlio si è fidanzato con una ragazza italiana: insomma, direi che posso considerare l'Italia come una mia seconda casa.

E quanto conosce della nostra letteratura? Ha qualche autore italiano o romanzo italiano che ama in particolare?

Umberto Eco, naturalmente. Ho già citato in passato Il nome della rosa come il libro a cui mi sono ispirato. Davvero un punto di riferimento, un grande professionista e ricercatore. Ovviamente non pretendo di essere al suo stesso livello, ma sicuramente per me è stato un esempio fondamentale. Leggo anche altri autori italiani, nonostante siano pochi quelli tradotti in inglese, purtroppo. Uno su tutti, direi, Andrea Camilleri, uno scrittore che ammiro, anche se so di perdere molto, nella traduzione, dell'efficacia del dialetto che utilizza nei suoi romanzi. 

Una persona che ha proviene da tutt'altra formazione a un certo punto decide di mettersi a scrivere romanzi. Come ci è arrivato?

Il mio interesse per la scrittura è nato quando ero molto giovane, ma poi, com'è noto, ho intrapreso carriere di altro genere. Verso la fine dei trent'anni ho cominciato a scrivere sceneggiature cinematografiche; l'ho fatto per vent'anni, anche se mai nessuna è stata poi prodotta. Da lì ho poi deciso di avventurarmi nel romanzo, come mezzo alternativo, e ho scoperto che funzionava molto meglio per me: mi permetteva di approfondire i dettagli storici e di dedicarmi di più alle descrizioni.

Ma qual è il motivo? Da dove arriva questa necessità di raccontare?

Non è definibile, è qualcosa che sta lì, che spinge per uscire, e a un certo punto lo devi fare. È soprattutto un desiderio di esprimere se stessi. C'è chi ha bisogno di suonare, chi ha bisogno di curare il giardino, e chi di scrivere e di raccontare.

Consigli a un aspirante scrittore?

Il primo e fondamentale consiglio è leggere molto, per capire quali sono i limiti e anche i picchi a cui puntare. Il secondo è scrivere molto, fare continuo esercizio: nessuno, alla prima bozza, è in grado di produrre qualcosa di decente. Ai giovani dico spesso di tenere un diario su cui scrivere tutti i giorni, per poi passare col tempo a realizzare brevi racconti. E questi vanno fatti leggere ad amici e insegnanti, per poter avere un primo sguardo esterno, utile a migliorarsi. Non credo che i programmi universitari di scrittura creativa servano a molto. Per la verità alcuni ottimi autori che hanno frequentato questi corsi esistono, ma penso che l'elemento davvero fondamentale sia il costante e personale continuo esercizio: lavorare sodo.

Tre autori da leggere assolutamente, consigliati da Glenn Cooper.

Sottolineo il fatto che si tratta di gusti personali, ma ad ogni modo direi John Steinbeck, Graham Greene e John Fowles.

Un breve commento sul Premio Nobel per la letteratura di quest'anno?

Penso sia stata una scelta eccezionale. È molto importante equiparare le figure e le opere dei cantautori con quelle dei romanzieri. La mia opinione, comunque, è che Leonard Cohen, considerando l'effettivo segno lasciato nella lingua, sarebbe stato più appropriato di Bob Dylan.

Infine, qual è la sua opinione riguardo al risultato delle ultime elezioni americane?

Non nutro alcuna stima per il nuovo presidente. Sono molto deluso e preoccupato per il futuro del mio paese e per l'influenza che questo avrà a livello mondiale. Penso che Trump non sia assolutamente all'altezza di questo compito, né per temperamento, né per esperienza, né per curiosità e nemmeno per competenze. Finora, le nomine che ha fatto nelle posizioni chiave del suo governo confermano questi miei timori. Penso che ci aspettano quattro anni molto difficili. Storicamente gli Stati Uniti hanno sempre dato il meglio di sé con dei governi di centro: ora siamo di fronte al governo più a destra che io abbia mai visto nel corso della mia vita. Si assiste a questa sorta di tacito incoraggiamento a uscire allo scoperto indirizzato a gruppi di ultranazionalisti bianchi, neonazisti, anti-immigrati e razzisti di ogni genere. E addirittura si consente loro di sedersi al tavolo delle decisioni.

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