Cultura

I ragazzi e l'Infinito

Lepardi scrisse questa poesia quando aveva vent'anni. Cos'è l'infinito per i giovani di oggi?

Infinito Leopardi

Marcello Veneziani

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Ma ragazzi, a vent’anni si può scrivere un canto come L’Infinito di Giacomo Leopardi? Sono due secoli esatti che quel ragazzo brutto e gobbo, che a Napoli avrebbero poi chiamato o’ scartellato, ma dal sorriso serafico di una soavità e di una dolcezza inversa al suo senso amarissimo della vita, scrisse quei versi destinati a grandeggiare nei cieli della poesia. E restare in eredità alle generazioni di studenti e di docenti. Aveva vent’anni quel ragazzo nel 1819 e non fu rapito dall’infinito in un luogo straordinario, non era sul tetto del mondo, nel deserto o in pieno oceano, in una siderale lontananza. No, era a due passi da casa sua, nel natio borgo selvaggio, a Recanati. Ma ai grandi non sono i luoghi a destare la grandezza perché ce l’hanno dentro. Non c’è bisogno d’esperienze straordinarie o globali per cogliere la verità dell’universo e il nostro brivido spaesato davanti al suo infinito spalancarsi, sublimato in canto.

Epperò la domanda torna e suona a prima vista come un rimprovero ai ragazzi di oggi. Ma voi che esperienza avete dell’infinito, che pensate di quel vostro coetaneo di due secoli fa, di quello studente come voi? Facile dedurre che L’Infinito non interessa a chi smanetta sullo smartphone, naviga sul web, si tatua il corpo o ha le cuffie per naufragare in un mare di musica, mista a rumore. Ma sarebbe ingeneroso.

Ci consola, o forse ci sconforta, sapere che anche nel suo tempo il conte Giacomino era l’eccezione tra i ventenni e i compaesani del suo tempo, bulli e ignoranti come tanti d’oggi, e degni figli dei loro genitori. Che lo prendevano in giro, mentre le belle dame lo consideravano maleodorante. Certo, non per tutti era così. Allora come ora c’erano ragazzi che pensavano, che leggevano, che si commuovevano, che studiavano. Ma erano, allora come ora, sparuta minoranza. La differenza è che allora erano in pochi a poterselo permettere, oggi i mezzi non mancano, ma l’ignoranza vince.

Non erano giganti i ragazzi di due secoli fa, anche se in quella generazione romantica c’erano ciclopi come Hegel e Goethe, solo per dirne un paio. Qualcuno dirà: ma l’Europa in quel tempo era cresciuta sotto Napoleone, oggi sotto la Merkel o Macron. Ci sarà una differenza tra l’epoca di Metternich e Talleyrand e l’epoca di Juncker e Moscovici... Lasciamo stare i paragoni fuorvianti. Geni assoluti come Leopardi sono eccezioni, anomalie dell’umanità, non fanno testo né storia, non fanno generazione... Fugata la nevrosi comparativa torniamo al tema. Ma oggi, cos’è per noi l’infinito? Abbiamo alle spalle due secoli di studi - soprattutto scientifici e astrofisici - ma non ne abbiamo un’idea più chiara e meno vertiginosa di quella di Leopardi. Abbiamo un’idea meno lirica, più angosciosa, perché non ci soccorre nessun Dio, mentre nel tempo di Leopardi, c’era pur sempre il rifugio e l’abbandono nelle braccia divine della Provvidenza. Ma non per lui.

All’infinito di Leopardi ha dedicato ora un bel saggio un poeta d’oggi, Davide Rondoni (E come il vento. L’Infinito, lo strano bacio del poeta al mondo, ed. Fazi). Rondoni tesse l’elogio all’Infinito, tramite Leopardi e i suoi versi, sostenendo che la ricchezza della vita è nel legame con l’infinito. «L’infinito è il mio tesoro, la mia carta di credito con la vita». Ma si capisce che l’infinito di Rondoni è l’amor di Dio tramite Gesù Cristo. Per Leopardi invece l’infinito era meraviglia, orrore, brivido, vuoto. Era poesia, tremore di verità, non annuncio di salvezza e d’immortalità; semmai sgomento, rispetto a cui non resta che abbandonarsi con la stessa dolcezza del suo sorriso senza grazia e redenzione.

Ma l’infinito per i greci era dannazione, perdita di sé e del mondo, caos, hybris, spaventosa crepa nell’universo da cui tenersi lontani. L’ultima eco è in Borges, secondo cui «C’è un concetto che corrompe e altera tutti gli altri. Non parlo del male, il cui limitato impero è l’etica; parlo dell’infinito». Le parole di Borges, citate anche da Rondoni, erano l’incipit della Breve storia dell’infinito del matematico Paolo Zellini (ed. Adelphi) che avvertiva: «Non c’è nulla di più pericoloso della perdita del limite e della misura».

Allora torniamo ai ragazzi dei nostri giorni: in che rapporto sono con l’infinito? Non hanno una visione leopardiana dell’infinito - interminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete. E non hanno nemmeno una visione religiosa dell’infinito come Rondoni, che lo vede come principio e spiraglio di salvezza. Vivono l’infinito come negazione di ogni limite, vertigine delle possibilità - direbbe Søren Kierkegaard - libertà da tutto, desiderio di essere tutto ciò che si vuole, eccedenza del possibile sul reale, rigetto del destino. L’infinito diventa malattia, delirio d’onnipotenza o dolore d’impotenza. Diventa la maledizione di cui parlavano i greci e Borges. L’uomo vive in una condizione tragica perché non può accettare la finitudine né concepire l’infinito. Trova assurda la morte come l’immortalità, non riesce a pensare che il tempo o lo spazio finiscano e nemmeno che non finiscano mai. L’uomo è inchiodato a questa alternativa. Non resta che vivere dentro il limite, e sporgersi col pensiero o con la fede nell’infinito, oltre noi.

Ci soccorre Robert Musil: «La felicità senza limiti non esiste. Non v’è grande felicità senza grandi divieti. Il confine costituisce l’arcano del fenomeno, il segreto della forza, della fortuna, della fede». La perfezione è il cerchio concluso dove la fine si congiunge all’inizio; i romantici invece tendono all’infinito. Coltivate l’infinito nella scienza, nel pensiero, nella fede e nella poesia. Alla vita e all’io tocca invece il senso del limite. In ogni caso, volate con Leopardi. n

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