Edoardo Frittoli

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L'ultima e pressoché inutile offensiva italiana sul fronte dell'Isonzo terminava esattamente un secolo fa.

L'undicesima battaglia, nota in seguito come "Battaglia della Bainsizza", fu la più massiccia e la più sanguinosa dall'inizio della prima guerra mondiale per l'Italia. Fu anche quella che vide impiegato il più massiccio numero di uomini e artiglierie.

Le premesse

L'azione fu decisa dal generale Cadorna in perfetta sintonia con la visione strategica che il capo delle Forze Armate italiane aveva ostinatamente mantenuto per tutta la durata del conflitto: una serie di "spallate" condotte con assalti massicci di fanteria allo scopo di far cedere il fronte nemico e dilagare in forze nel suo territorio.

La scelta di Cadorna, alla vigilia dell'ultima grande offensiva lungo il corso dell'Isonzo, appariva prevedibile, tanto che si era già ripetuta nelle precedenti 10 offensive senza giungere a risultati determinanti nonostante le ingenti perdite.

Nell'estate del 1917 furono però gli eventi internazionali e quelli interni a obbligare i Comandi italiani alla scelta della grande offensiva: sul fronte orientale la Russia era al collasso e gli Alleati avevano chiesto a Cadorna di impegnare il nemico sul fronte italiano. Nello stesso periodo, in tutta Italia si erano manifestate massicce proteste popolari che richiedevano al Governo pane e pace, i cui ispiratori iniziavano a guardare agli sviluppi della rivoluzione russa. Nelle file dell'Esercito, il logoramento e la sfiducia sembravano aver preso il sopravvento per gli effetti delle enormi sofferenze che due anni di guerra di trincea avevano prodotto nei battaglioni.

L'ordine di attacco arrivò il 17 giugno 1917 con un battente fuoco di artiglieria lungo tutta la linea del fronte, dove si erano posizionati oltre 5.000 pezzi di artiglieria al servizio dell'impressionante numero di 600 Battaglioni che al termine del bombardamento delle postazioni Austroungariche iniziarono il difficile guado del fiume Isonzo.

L'attacco

Gli esiti dell'offensiva italiana furono differenti a seconda della zona di operazioni. Il successo più importante fu ottenuto sull'altopiano della Bainsizza, poco a Nord della città di Gorizia, dove l'offensiva italiana ebbe presto ragione dei capisaldi nemici. Un'altra vittoria fu la conquista del Monte Santo di Gorizia, caduto a carissimo prezzo in mano agli Italiani che, per la prima volta, utilizzarono sul campo le forze speciali di assalto degli "Arditi".

Lo spargimento di sangue fu presto vanificato dalla resistenza austroungarica che riuscì a mantenere importanti capisaldi strategici del fronte isontino grazie all'efficenza delle fortificazioni in caverna, che li resero inespugnabili. Un esempio sopra tutti fu il Monte San Gabriele, un altura che dominava Gorizia difesa da un nido di gallerie e di bocche da fuoco. Il tentativo tragico di espugnarlo rappresentò la coda dell'undicesima battaglia dell'Isonzo. Inizialmente illusi da una serie di conquiste fino alla quota 646, gli uomini del VI Corpo D'Armata furono in seguito falcidiati nella lotta corpo a corpo con il nemico, tanto cruenta che da allora il Monte San Gabriele sarà nominato dai soldati italiani con l'appellativo macabro di "Tritacarne".

Alla battaglia combattuta tra l'agosto e il settembre 1917 prese parte anche Sandro Pertini, ufficiale di un Battaglione di mitraglieri. Ferito, sarà proposto per una medaglia d'argento al VM che il fascismo negherà e che il futuro Presidente della Repubblica otterrà solamente al termine del suo mandato nel 1985.

Gli esiti

L'offensiva si arresta il 12 settembre 1917. Per i pochi chilometri di fronte conquistato, gli Italiani persero circa 160.000 uomini. Sulle cui tombe appena scavate si stava allungando l'ombra minacciosa della disfatta di Caporetto.

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