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Fumetti

Scott McCloud: perché facciamo arte

Intervista all'autore del romanzo a fumetti ‘Lo scultore’

Abbiamo intervistato Scott McCloud in occasione della presentazione del suo nuovo graphic novel ‘Lo scultore’, edito in Italia da Bao Publishing, tenutasi presso l'Accademia di Belle Arti di Bologna nell'ambito del ciclo di incontri BBB15 – Primavera/Estate.

Noto a livello internazionale per i suoi libri di teoria, in primis ‘Capire il fumetto’, ma anche per la sua serie supereroistica sui generis ‘Zot!’, Scott McCloud torna ora con un romanzo a fumetti di quasi cinquecento pagine, frutto di una lunga gestazione.

Il protagonista è David, giovane scultore la cui carriera è stata una meteora nel panorama artistico di New York. Orfano, povero e con pochi amici, all'inizio del libro lo troviamo disperato. Quando la Morte in persona gli offre la possibilità di plasmare liberamente la materia in cambio della vita, lui accetta. Nel corso dei duecento giorni che gli restano, David vivrà vittorie e fallimenti, scoprirà l'amore e rivedrà la sua scala di valori.

Distillato delle riflessioni e degli esperimenti sulle tecniche narrative di McCloud, il libro si legge in maniera sorprendentemente spedita e coinvolgente, invitando alla rilettura per apprezzare la quantità di dettagli presenti nel suo denso tessuto.

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Serena Di Virgilio/Nicola D'Agostino: Le tue idee sull'arte e gli artisti sono cambiate e si sono evolute tra “Zot!” e “Lo scultore”?

Scott McCloud: Direi di sì. Penso sia a causa delle mie idee sull'arte mentre scrivevo “Capire il fumetto” (1993), quindi dopo “Zot!” (1984-1990) ma prima di “Lo scultore” (2015).
Uno degli aspetti dell'arte a cui ho pensato molto è la sua futilità. L'idea che l'arte sia squisitamente inutile. Pensare che un dipinto possa svolgere un compito, avere una funzione, come una macchina per mettere la suola alle scarpe, offende la nostra sensibilità. Lo renderebbe non-arte.
Mi ci sono voluti vent'anni dopo “Capire il fumetto” per sapere dove volevo arrivare, e cioè che quella futilità nel creare è bella e stupendamente individuale, un uscire dal circo dell'evoluzione. I nostri geni ci comandano sopravvivenza e riproduzione: è così che si perpetua la specie. L'artista se ne tira fuori. C'è qualcosa di bello in quest'idea di futilità.
Poi ho iniziato a pensare alla memoria, a quel che resta, al creare qualcosa che duri dopo la morte. Più ci pensavo, più anche questo mi sembrava inutile, perché non si viene davvero ricordati per sempre. La maggior parte della gente viene ricordata poco oltre la propria esistenza. Magari i figli ricorderanno quanto fatto dai genitori. Quasi tutti veniamo dimenticati. È un altro strato, un altro livello di futilità che si aggiunge a quanto fatto dall'artista. E anche questo mi pare bello. E che dire dell'artista che continua a creare anche se sa che non durerà, che l'immortalità è un sogno inutile? Capire l'inutilità del tutto ma farlo lo stesso per il gusto di farlo, è forse un puro impulso artistico? Non lo so…

SDV/NDA: David, il protagonista de “Lo scultore”, si rende conto di questa futilità?

SMC: No. Uno dei motivi per cui il libro finisce come finisce (senza entrare troppo nello specifico) è perché volevo mostrare qualcuno che arrivasse ad accettare che tutti i nostri sforzi finiscono in nulla. Volevo che David vivesse quell'accettazione ma volevo anche mostrarlo mentre, negli ultimi momenti alla fine della storia, continua a opporvisi. Ad affermare la sua identità ma anche l'atto artistico in sé stesso, anche senza di lui, anche lasciandosi andare. Volevo che la storia spingesse in due direzioni, in alto e in basso al tempo stesso, spingersi in alto e cadere, senza mai davvero risolvere questa tensione.

SDV/NDA: “Lo scultore” è più un libro sull'essere un artista o piuttosto sul cercare uno scopo nella vita?

SMC: È un libro sul desiderio di essere un artista, sul voler fare arte. Sul perché gli artisti fanno quel che fanno. Duchamp disse che, invecchiando, l'arte gli interessava meno mentre gli artisti gli interessavano di più, e a me sta succedendo la stessa cosa. Gli artisti mi intessano molto, è un difetto umano che mi piace. Questo folle impulso a fare cose, anche cose che non ti servono a niente, per il gusto di farle.
Nel caso di David un aspetto importante è che lui ha paura di essere dimenticato. È una sfida alla condizione umana che risale alla tragedia greca, l'idea di affrontare gli dei, di opporsi all'inevitabile. Non tanto la morte, quanto l'esser dimenticato. C'è però un particolare cruciale in cui “Lo scultore” è diverso da Faust [a cui è stato paragonato]: è un patto con la morte e non c'è aldilà. Quindi, davvero, è un libro sulla vita prima di tutto. Dev'esserlo. Che altro c'è?

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SDV/NDA: Quella dell'artista è una figura che ti è cara. In “Zot!” ne incontriamo due, lo zio Max che ha un approccio quasi da uomo rinascimentale e il supercriminale Dekko, a cui interessano il formalismo e l'astrazione, e ovviamente ne “Lo scultore” ce ne sono diversi. Ci è piaciuto il personaggio di Mira [un'altra scultrice], peccato appaia solo per poche pagine.

SMC: Sono d'accordo, anche perché passare tutte quelle pagine con David può essere opprimente [risate] e Mira è più sicura di sé, si conosce meglio e la sua devozione per il proprio lavoro è sana, al contrario di quella di David. È più matura, ha più esperienza. Non volevo dare l'impressione di pensare che tutti nel mondo dell'arte siano superficiali o avidi, perché non penso proprio che sia così. Sono convinto che la maggior parte degli artisti faccia del proprio meglio.

SDV/NDA: David non è un bravo artista.

SMC: Ma no! Come autore sono affezionato a lui e alle sue opere. Più che altro mi sono preso la licenza di mostrare solo i suoi fallimenti.

SDV/NDA: È importante ai fini della storia, del messaggio?

SMC: Penso che le sue opere non riescano ad andare a segno, a fare ciò che lui si prefiggeva. Sono fallimenti, ma dovremmo separare il prodotto della passione dalla passione stessa. Che poi è quello che mi interessa, la passione, che resta anche quando non si riesce a creare qualcosa di valido. È quello che succede alla maggior parte degli artisti, ovvero a tutti tranne una piccolissima percentuale, quell'artista su un milione di cui si continua a parlare. Ma non è la storia di gran parte delle persone. Penso sia sbagliato pensare che la storia di buona parte della gente non sia importante, non sia valida, non valga la pena di essere raccontata perché non ci piace quello che hanno creato.

SDV/NDA: Le opere di David sono ricordi rielaborati in maniera personale, ma non filtrati attraverso qualche particolare concetto o visione artistica. È troppo incoerente per il mondo dell'arte…

SMC: …e per chi decide cosa dura nel tempo. David non fornisce appigli. Cerca di creare qualcosa a cui potersi aggrappare, una sorta di ancora, qualcosa che lui possa afferrare fisicamente quando il mondo intero si inclina e cerca di far scivolare via lui e tutti quelli che lui ama. Ecco perché usa pietra e metallo, vuole qualcosa di solido.

SDV/NDA: Però vuole anche il riconoscimento da parte degli altri.

SMC: Già. Sta sempre a guardarsi le spalle, e questo è il suo più grande, fatale difetto. Non riesce a superarlo. Il critico d'arte fa la parte del cattivo, ma questo non vuol dire che abbia torto. E in un certo senso David lo sa. È sia un pregio che una virtù che David ascolti gli altri. Non è così egocentrico da ignorare tutte le opinioni altrui. Neanche quello sarebbe giusto. Ma è chiaro che la sua relazione con la visione degli altri è immatura, e alla fine è una delle cose che lo ostacola.

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“Lo scultore” è un volume cartonato di 496 pagine in bicromia. È pubblicato da Bao Publishing che lo propone a 21 Euro.

Si ringrazia Nicola D'Agostino per la collaborazione nella stesura dell'articolo.

Serena Di Virgilio è la traduttrice dell'edizione italiana di ‘Zot!’, Bao Publishing.

 
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