Art Spiegelman, l'arte di nobilitare il fumetto

L'autore di Maus spiega l'importanza dei cartoon nella sua vita e perché abbia deciso di creare una graphic novel lunga 300 pagine, che ha richiesto 13 anni di lavoro

Art Spiegelman – Credits: Collisioni 2014

Carla De Girolamo

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Art Spiegelman, maestro della graphic novel americana, con il suo Maus, romanzo a fumetti dedicato al tema drammatico dell'Olocausto è stato il primo disegnatore a vincere il premio Pulitzer. Al festival Collisioni di Barolo Spiegelman, accompagnato dal maestro della graphic novel all’italiana Igort, ha raccontato la sua formazione di uomo e di artista attraverso i fumetti.

La formazione

"I miei genitori non avrebbero potuto spingermi a realizzare Maus, non erano molto assimilati alla cultura americana, vivevamo completamente isolati dal mondo intorno, ad esempio non avevamo la tv, e l'unica mia finestra sulla realtà americana del tempo erano i fumetti. Ho imparato a leggere con Batman, le immagini mi spaventavano e per capire se Batman era un personaggio buono o cattivo ho dovuto imparare a capire cosa diceva.
Da adolescente ho scoperto il sesso sulle pagine di Archie, ho imparato a conoscere il denaro leggendo le storie di zio Paperone...
Poi è arrivato Mad Magazine, che mi ha insegnato tutto quello che i mie genitori non potevano insegnarmi. a tal punto che credevo che il titolo, Mad, fosse l'acronimo di Mum and Dad, mamma e papà.

Roghi in piazza

Negli anni Cinquanta però il clima generale non era proprio favorevole al fumetto come espressione artistica. C’era stata una feroce campagna da parte di uno psichiatra, che sosteneva che leggendo fumetti violenti i ragazzi sarebbero diventati tutti delinquenti, aveva avuto molto seguito e c'erano stati degli auto da fè di fumetti distrutti nelle piazze. Una severa censura stabiliva quali fumetti potevano essere letti e diffusi in pubblico. Solo quando i comics sono stati ribattezzati graphic novel, si sono conquistati il diritto all'esistenza e alla dignità, sono diventati raffinati e sono entrati nelle università e nei musei".

Il sodalizio con Francois

Dopo aver ricordato di quando disegnava etichette per un’azienda  di gomme da masticare ("il mio unico lavoro pagato fuori dal mondo del fumetto") e la sua collaborazione con Playboy Magazine, Spiegelman s'illumina nel raccontare gli anni dell’underground, quelli in cui ha iniziato a lavorare sistematicamente come autore.
Anche la prima versione di Maus fu un racconto di tre pagine su un giornale del circuito undergrond newyorkese. Poi diventò un piccolo albo allegato a Raw, la rivista che Spiegelman aveva creato e lanciato con la collaborazione di sua moglie Françoise, che seduta in prima fila lo segue attenta ("Nella nostra vita Francois si occupa della realtà, io di tutto il resto").

"Maus è stata l'opera più lunga mai realizzata nella mia vita, sono un perfezionista, rifaccio una pagina anche 40 volte. Avevo trent'anni quando iniziai a disegnarlo, e a quell’epoca la gente diceva che non avevo combinato nulla. Mi sono detto che avrei dovuto fare qualcosa di grande, per diventare credibile. Allora ho deciso di realizzare un fumetto lungo più degli altri. Ho iniziato a lavorarci nel 1978, credevo che ci avrei messo pochi mesi, invece mi ci sono voluti 13 anni per finirlo. Una volta finito è stato fatto vedere a ogni casa editrice di New York e della East Coast ma nessuno lo voleva pubblicare. Per fortuna ero amico dell'art director della Pantheon  Books, e alla fine me l'hanno pubblicato loro, ma soltanto perché gli facevo un po' pena. Perché ho utilizzato i topi come personaggi? Forse perché la prima volta che ci ho pensato i protagonisti erano delle persone, ma non era piaciuto a nessuno. Il cartoon è una forma che usa degli stereotipi per farsi capire, colpisce quell'area del cervello che è più pigra, che identifica le cose al primo sguardo. Quindi ho fatto riferimento a quella sottocultura nazista che vedeva gli ebrei come esseri infimi, assimilabili ai topi.
Solo adesso, dopo molti anni, mi rendo conto di quanto sia stato importante per me realizzare quest’opera che parla dell’esperienza drammatica dei miei genitori. I fantasmi del passato restano appesi lì, sono presenti in ogni famiglia e lo avverti molto di più quando a tua volta diventi padre. Nel mio lavoro, per fortuna, il legame fra passato, presente e futuro è tutto concentrato lì, in una stessa pagina.

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