Giuliana Matarrese

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Ha lasciato vuota la sua scrivania in un nebbioso pomeriggio milanese poco prima di Natale, accanto a lei il figlio Francesco Carrozzini, arrendendosi ad una malattia che l’ha consumata per un anno.

Una battaglia silenziosa la sua, mai condivisa con la stampa, a riprova del suo stile, quell’altero riserbo meneghino, anche se i suoi natali vengono da un po’ più giù, Mantova, nel 1950.

Un ruolo, il suo, impossibile da sostituire, ed infatti si mormora di candidati che si tirano indietro di fronte alla drammaticità del compito.

Perché Franca Sozzani, per 28 anni alla guida di Vogue Italia, e poi dell’Uomo Vogue, non è stata solo una direttrice di un giornale di moda, settore dell’editoria spesso trattato con sufficienza dagli addetti ai lavori.

Franca Sozzani è stata LA direttrice del giornale di moda più famoso, copiato, e a volte anche odiato del mondo, successo che a lei deve tutto, e che sulla sua figura esile, ma con i profili d’acciaio, si è plasmato. Tesi in filologia germanica al corso di Lettere e Filosofia all’Università del Sacro Cuore di Milano, la convinzione totalizzante che ha saputo raccontare era che il giornalismo di moda non fosse solo lustrini, non rappresentasse un momento di disimpegno dall’attualità, un vagare superficiale su marchi e prezzi, ma avesse il compito di raccontare la quotidianità.

Certo, in un modo onirico e fuori dagli schemi, attraverso un vocabolario che nessuno, forse per pigrizia, aveva mai consultato prima di lei. E, unica nel panorama italiano, a dare fiducia e responsabilità a una nuova generazione.

Direttore di Vogue nel 1988
Diventata direttore di Vogue nel 1988 dopo le esperienze in Lei, di cui era stata direttore responsabile per tre anni, e in seguito del suo contraltare maschile Per Lui, ha rivoluzionato canoni, infranto tabù e superato limiti, tutto senza dare l’impressione le costasse alcuno sforzo, con quella lievità dietro la quale si celava la più esigente dei direttori, come la raccontano oggi in molti. E quelli con i quali è stata più esigente, sono forse quelli che ha amato e stimato di più: fotografi come Steven Meisel, Mario Testino, Mario Sorrenti, Peter Lindbergh, oggi pilastri fondanti di quel fashion system, ieri esordienti alle prime armi, e con molto talento, a cui nessuno avrebbe pensato di affidare l’immagine di un mensile patinato.

L’ambiente
Un’immagine controversa, discussa, ma sempre capace di cogliere con drammatica tempestività lo Zeitgeist: nel 2010 ha dedicato il servizio di copertina al dramma ambientale dello sversamento di petrolio nelle acque del Golfo del Messico.
La protagonista, la modella Kirsten McMenamy, giaceva riversa sulle rocce. Sullo sfondo zaffate di fumo che salivano in cielo e sembravano odorare di zolfo. Il titolo era The Latest Wave, volutamente traducibile sia come L’ultima onda che come L’ultima tendenza.

Provocazioni che le saranno certo costate discussioni dai toni accesi con il presidente di Condé Nast International, Jonathan Newhouse, ma che hanno contribuito a lanciare Vogue Italia nell’empireo dei magazine che non sono solo giornali, ma assurgono al rango di vere e proprie Bibbie.

Modelle di colore
E le critiche non le sono state risparmiate neanche nel 2008, il numero di Luglio chiamato The black issue, al suo interno solo modelle di colore. Ghettizzazione, dicevano i detrattori, come le categorie nel suo sito, Vogue.it, dove c’era una sezione specifica dedicata.

La realtà è che Franca raccontava la verità senza giudicarla. E se non piaceva, pazienza. Nel 2011 sulla prima pagina, elegante bianco e nero, si stagliavano tre donne in lingerie, seducenti, burrose, o come prevede il vocabolario moderno, curvy. Belle vere, recitava il titolo rosso. Un risultato, quella copertina, che non è riuscita ancora, dopo sei anni, ai principali magazine americani, da sempre ambasciatori anche un po’ bacchettoni di canoni di bellezza più inclusivi e però sempre con le loro celebrities filiformi, menzognere carte tornasole di un paese afflitto dal problema dell’obesità.

Pochi esempi tra tanti, che raccontano una pasionaria vestita Haute Couture, nominata dall’ONU Ambasciatrice della Moda, ruolo che prima di lei non esisteva, e che ha saputo rimanere nell’ombra, proteggendo il suo privato, pure sotto le costanti luci dei riflettori.

La madre amorevole
Un volto inedito, quello della madre amorevole, italiana nel suo essere internazionale, ironia tagliente e sorrisi luminosi, colto dallo sguardo del figlio, Francesco Carrozzini, fotografo e regista. Il suo primo lungometraggio presentato all’ultimo Festival di Venezia era dedicato proprio a quella figura, mitizzata e criticata, vista dagli occhi di chi ha lavorato con lei, amici e collaboratori, Franca: Chaos and Creation.

Una prima alla quale non solo Franca era presente, mano nella mano con quello che è l’erede della sua visione, ma dove sono accorsi a sostenerla, in ordine sparso, Valentino, Naomi Campbell, il presidente della Camera della Moda Carlo Capasa, Riccardo Tisci, Renzo Rosso e Peter Lindbergh. Mancava solo quella che in molti, per anni, hanno considerato la sua nemesi, Anna Wintour, la direttrice di Vogue America, e che invece è stata sempre amica fidata, una delle poche ad essere a conoscenza della malattia, come si apprende dal tributo che le ha dedicato ieri sul sito del suo giornale. “Francesco cattura alla perfezione la sua passione e determinazione” – ha detto riferendosi al lungometraggio – “la sua bellezza, la sua immaginazione selvaggia, e il suo modo unico di fondere la moda con le questioni sociali. Ha sempre capito che non si trattava di una madre ordinaria. Ed è stata straordinaria anche come amica”.
Parole che ci riportano agli inizi, a quella scrivania al terzo piano di un palazzo di Piazzale Cadorna, da oggi vuota. E che nessuno riuscirà a riempire con la stessa feroce grazia.

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