Finazzer Flory va a braccetto con Manzoni

"Porto in scena i Promessi sposi perché uniscono l'Itala più della nostra politica"

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Maddalena Bonaccorso

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“Tutta l’Italia è terra dei fuochi, perché la falda inquinata è dentro di noi, come una peste. Siamo nel 2014 ma è come se vivessimo nel 1600: la rivolta del pane è la rivolta della conoscenza. Per questo porto in scena Alessandro Manzoni”. È un istrione disincantato che non teme di colpire duro con i suoi giudizi, Massimiliano Finazzer Flory, che in questi giorni sta girando le più belle biblioteche d’Italia con “I promessi sposi”, monologo di 75 minuti di cui egli stesso ha scritto la drammaturgia e che interpreta con l’ausilio di una ballerina, di un percussionista e di una violoncellista. Realizzato in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia con la partecipazione del Centro Nazionale di studi manzoniani di Milano, lo spettacolo ha già girato il mondo, andando in scena in tutti i continenti, dalla Mongolia all’Australia, passando per Stati Uniti, Sudafrica e Cina.

Ma perché proprio i “Promessi sposi” per portare la cultura italiana nel mondo?

Perché ho creduto e credo ancora oggi nell’attualità di questo messaggio. Perché i “Promessi Sposi” uniscono l’Italia più della nostra politica, più delle leggi, più dell’inno. Checché ne dicano i suoi tanti detrattori, è stato il senatore Manzoni che ci ha uniti, che ci ha dato un’opera per stare insieme. Non è stato Dante, non è stato Machiavelli. Manzoni è attuale anche perché credeva nel Risorgimento, e soprattutto credeva in un’idea di Patria che si formasse attraverso la lingua. La stessa lingua che non siamo più capaci di ascoltare né di parlare.

Per questo porta oggi il suo monologo in quei luoghi dimenticati del sapere che sono diventate le nostre biblioteche?

Esatto, sono proprio luoghi dimenticati, e questo è un dramma. Io invece vorrei che le biblioteche diventassero il luogo dove imparare nuovamente la nostra lingua. Come direbbe Borges, abbiamo bisogno di credere nella biblioteca come a una forma di paradiso. E la biblioteca come teatro è il tentativo di contenere ciò che è incontenibile, ovvero la nostra immaginazione.

Per mettere in scena tutto ciò che c’è di immaginifico nel testo del Manzoni, lei si serve di una commistione delle arti: prosa, musica, danza…

Perché viviamo nell’epoca di Steve Jobs, e dobbiamo tenerne conto; ormai è impensabile fare un teatro di sole parole, dobbiamo giocare con le arti e con le tecniche di arte contemporanea. Quindi ben vengano, accanto alle parole di Alessandro Manzoni, il percussionista cubano o la violoncellista che suona Bach. La nosta vita, le nostre strade sono commistioni, perché non dovrebbe esserlo la nostra arte?.

Forse perché c’è in Italia una tendenza monopolistica che tende a non cambiare nulla e a non osare. Pensa che possa esserci anche questo motivo dietro la crisi dei nostri teatri?

Sicuramente. I teatri sono diventati rumorosi, affollati da gente annoiata, ingrassata e “dalla digestione troppo laboriosa”. Questo fa sì che il miglior spettatore dei teatri italiani sia quello che dorme. Nelle biblioteche noi stiamo facendo un’operazione diversa, offrendo a questi reietti della società che sono i lettori e i bibliotecari, eroi del nostro tempo dimenticati da Dio e dagli uomini, qualcosa di nuovo e di bello.

Dopo i “Promessi sposi” quale novità ha in programma?

Un progetto cui tengo tantissimo: “Marinetti a New York”, un film di 40 minuti che ho girato l‘estate scorsa e che uscirà prima in America e poi in Italia. La vera storia, girata tra Manhattan e Brooklyn, di questo genio che era Filippo Tommaso Marinetti, mai abbastanza valorizzato e ricordato.

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