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L'estate del 1917 di Cadorna prepara Caporetto

Il Comandante supremo reprime brutalmente il malcontento dei soldati, ne ignora le cause profonde e si avvicina inconsapevole alla disfatta di ottobre

I mesi della primavera e dell'estate del 1917, cento anni fa, per le truppe italiane impegnate nella prima guerra mondiale furono di stanchezza, malumore, rabbia. E furono i mesi delle decimazioni volute da Luigi Cadorna, il Comandante Supremo dell'esercito regio.

Nel '17 maturò fra i soldati italiani una crisi che aveva le sue radici nei due anni precedenti di guerra: "la depressione degli spiriti, gli atti di indisciplina, i contrasti tra potere politico e potere militare, le insufficienze dei metodi di combattimento non attesero affatto il 1917 per manifestarsi in forme già molto aspre" (Piero Melograni in Storia Politica della Grande Guerra (Mondadori, 1969). L'estate del '17 precede la disfatta di Caporetto in ottobre.

La decima battaglia

La delusione per l'esito insoddisfacente della decima battaglia dell'Isonzo, aveva rafforzato in Cadorna la convinzione che l'esercito combattesse senza forza e volontà.

L'offensiva si era esaurita a inizio giugno con la lunga scia di morti, oltre 35mila, inutilmente sacrificati alle offensive testarde sul Carso, che continuavano in pratica dall'inizio della guerra. Il mese di maggio del 1917 fu il più sanguinoso della guerra per gli italiani: l'esercito - secondo l'Inchiesta su Caporetto del 1919 - perse 127.840 uomini fra morti e feriti.

Le decimazioni

Già in precedenza Cadorna aveva stabilito che questa debolezza delle truppe andasse trattata con la massima severità, fino alle esecuzioni sommarie di soldati estratti a sorte fra le unità che mostravano segni di forte malcontento o accennavano episodi isolati di ribellione e resistenza agli ordini.

Solo nel maggio del 1917 sono registrate le fucilazioni di 54 soldati, mentre non sono documentate tutte le esecuzioni sommarie di quei mesi fra la primavera e l'estate.

I soldati erano stanchi e esasperati dalle inutili e sanguinose offensive, dalla mancanza di avvicendamenti in prima linea, dalle licenze sempre più rare e dilazionate.

Chi andava in licenza e rientrava in ritardo era trattato come un disertore. I pochi episodi di vera ribellione scatenarono repressioni indiscriminate e brutali che colpirono a caso per dare l'esempio ai commilitoni e a tutto l'esercito.

La Brigata Catanzaro

Famoso fu il caso della Brigata Catanzaro, che il 15 luglio del 1917 a S. Maria La Longa, in Friuli, si ribellò, anche con la violenza, quando venne comunicato che sarebbe dovuta tornare sul Monte Ermada, dove aveva combattuto durante la decima battaglia.

Si aspettavano il riposo o almeno una zona di guerra più tranquilla. Intervenne la cavalleria con i mezzi blindati e l'artiglieria leggera da campagna.

Rimasero uccisi 11 soldati, tra cui due ufficiali. Alcune versioni dell'avvenimento sostengono anche che un gruppo di soldati ribelli si diresse verso una villa lì vicino, dove si credeva alloggiasse Gabriele D'Annunzio, bersaglio della rabbia per il suo ruolo di propagandista della guerra.

Ventotto soldati vennero fucilati il giorno dopo per ribellione. Dodici erano stati scelti a caso in una delle compagnie ritenute responsabili della ribellione. Altri 123 vennero rinviati ai tribunali militari. D'Annunzio si recò sul posto per assistere alle esecuzioni.

La poesia

Il 15 agosto sopra Caporetto una decimazione venne imposta dopo che una poesia ironica, nella quale si prometteva di arrendersi al nemico, circolò fra i soldati e venne scoperta dal comandante del Corpo d'Armata. L'inchiesta che fece condurre non portò ai colpevoli. Ordinò allora che venissero scelti a sorte quattro uomini che furono fucilati sul posto.

Gli esempi delle decimazioni sono documentati in lettere, lavori di storia orale e soprattutto nella relazione della Commissione d'inchiesta parlamentare su Caporetto, resa pubblica nell'agosto del 1919. Ancora esemplare è la ricostruzione del periodo fra la primavera e l'estate del 1917, con il malcontento dell'esercito e repressione da parte del Comando, fatta da Melograni (Mondadori, 1969).

Contro i socialisti e tutti i "nemici interni"

Cadorna voleva stroncare sul nascere ogni segno di "sedizione", accusava il governo di non sostenere in modo adeguato gli sforzi dell'esercito, perché tollerava le dichiarazioni pubbliche contrarie alla guerra dei partiti "sovversivi", dei socialisti soprattutto e le critiche alla condotta delle operazioni. Cadorna usava spesso l'espressione "nemico interno": un concetto abbastanza vago che includeva chiunque mettesse in discussione la guerra e il modo in cui lui guidava le operazioni.

Scriveva Cadorna a inizio giugno 1917 al presidente del consiglio Paolo Boselli:

(...) anche altrove (in Toscana, in Emilia, in Romagna, nella stessa Lombardia) si seminano con arte malvagia le teorie antipatriottiche e nelle truppe di complemento che giungono dal paese come nei militari che tornano dalla licenza, si manifestano gravi sintomi di indisciplina che hanno richiesto le più energiche misure di repressione, perché il male non dilaghi. Si è perciò dovuto ricorrere a fucilazioni immediate [...] Se i sintomi ora rilevati e repressi dovessero permanere, e peggio si estendessero, sarò costretto a determinare estremi provvedimenti e ricorrere alla decimazione dei reparti infetti da contagio (...) (Lettera citata da Mario Silvestri, Isonzo 1917, Einaudi 1965).

Illegittime le decisioni di Cadorna

Il procuratore generale militare italiano era responsabile della condotta dei tribunali militari: alla fine della guerra decretò che la maggior parte delle direttive di Cadorna in materia di giustizia militare fosse illegittima.

Mark Thompson in La Guerra Bianca (Il Saggiatore, 2009) ricorda come Carlo Sforza, ministro degli Esteri nei primi anni Venti definì "sadismo mistico" la condotta repressiva di Cadorna, che, oltre che punire decine di soldati innocenti e colpiti casualmente dalla "giustizia" militare, non ebbe effetti pratici nel ridurre il malcontento: gli episodi di isolati e spontanei di violenza si ripeterono, soprattutto sui percorsi dei soldati dal fronte e verso il fronte, nelle stazioni.

Con i Carabinieri spesso presi di mira, bersaglio di grande valore simbolico, perché erano le mitragliatrici dei Carabinieri, che, immediatamente dietro le trincee, sparavano ai soldati che non mostravano tutta la decisione ritenuta necessaria nei momenti degli assalti verso le linee austro-ungariche.

Altri storici ritengono invece che la brutale repressione dei sentimenti di ribellione ebbe successo e che senza di essa gli ammutinamenti nell'esercito italiano sarebbero stati numerosi e di entità simili a quelli avvenuti in quello francese.

Forse più importante ragionare col senno di poi: cioè sapendo cosa avvenne in ottobre a Caporetto, e sapendo che Cadorna avrebbe attribuito al tradimento dei soldati e dei nemici interni, il suo sostanziale fallimento militare nella battaglia della disfatta.

Ebbene, la storiografia ha dimostrato abbastanza chiaramente che le ribellioni dei soldati italiani furono quasi sempre prepolitiche.

Non c'entravano i socialisti e gli anarchici sediziosi. I soldati non rientravano dalle licenze o tornavano in ritardo, fuggivano, quando riuscivano a svincolarsi dalla combinazione di "ubbidienza, disciplina, rassegnazione, ordine", vere "muse" della guerra degli italiani nel 15-18, come ci ha spiegato Mario Isnenghi (Dieci lezioni sull'Italia contemporanea, Donzelli, 2011).

"Sono il difetto di coscienza politica e la lontananza dallo Stato a logorare i vincoli della subordinazione". Insomma, spiega sempre Isnenghi, ne, La tragedia necessaria (Il Mulino, 1999), la tanto apprezzata passività - sulla quale Cadorna e i suoi hanno costruito il rapporto di sottomissione delle classi mandate a morire nell'esercito della coscrizione obbligatoria - nei mesi precedenti la disfatta "si ritorce contro i suoi estimatori".

Fiducia a Cadorna

Cadorna, nonostante il fallimento della decima battaglia, ebbe dal governo rinnovata fiducia - a sua volta ottenuta dall'esecutivo in Parlamento dopo un dibattito serrato in giugno.

Nel dibattito erano state molte le voci critiche sulla condotta della decima battaglia: dalla mancata concentrazione dell'artiglieria sull'Isonzo, alla perseveranza con la quale Cadorna insisteva nell'"attacco generale simultaneo", al fatto che il governo non avesse chiamato il Comandante Supremo a rendere conto delle sue decisioni fallimentari.

E con questa fiducia, Cadorna stava già preparando l'undicesima battaglia dell'Isonzo (conosciuta anche come battaglia della Bainsizza), che si sarebbe svolta in agosto e sarebbe stata considerata dagli storici una "vittoria tecnica che sapeva di sconfitta". Cadorna avrebbe sacrificato altri 166mila uomini, dei quali 40mila morti.

La Germania guarda l'Isonzo

Anche le perdite austriache furono altissime: 140mila uomini, in proporzione più alte di quelle italiane se confrontate con le truppe schierate. Soprattutto, il comandante dell'esercito austro-ungarico sul fronte italiano, Svetozar Borojević, non aveva truppe per compensare le perdite.

La prossima offensiva italiana poteva essere decisiva, se avesse sfondato la linea fra Gorizia e il mare. Ma questa ipotesi concreta non lasciò indifferenti i comandi tedeschi, alleati dell'Austria. Come scrive Thompson: "l'importanza strategica dell'undicesima battaglia fu che essa costrinse per la prima volta la Germania a rivolgere con urgenza la sua attenzione al fronte italiano.

L'Alto comando tedesco si rese conto che un ulteriore arretramento avrebbe comportato la perdita di Trieste, che rappresentava la chiave dell'indipendenza economica dell'Austria".

La dodicesima battaglia dell'Isonzo si avvicinava dunque con condizioni mutate rispetto alle precedenti. In ottobre sarebbe avvenuto qualcosa di impensabile che è passato alla storia come la "disfatta" di Caporetto, una battaglia e un evento epocale che ribaltava quel era avvenuto fino a quel momento nella condotta della guerra.

L'estate del '17 quindi, preparò l'ottobre terribile.

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