Cultura

“Esplosione”, di Flaminia Colella

La giovane poetessa romana guarda allo specchio se stessa e la sua generazione. E “sarà come deve essere”. (Segue nota di Nazzareno Carusi)

Osservare. Esplorare. Domandare. Imparare. Sono azioni che caratterizzano l’essere umano in quanto creatura dotata di intelletto e senso critico. Custodire. Abbracciare. Movimenti naturali che percepiamo innati sin dai primi spasmi di vita e che ci accompagnano, se rimaniamo vivi, fino alla fine. Anche oltre, forse.

Inizio col dire che sono una ragazza di 23 anni, il che non è superfluo perché l’età anagrafica, oltre al suo valore convenzionale che aiuta le persone a orientarsi nel tempo, è anche misura di uno sguardo sul mondo. Se avessi ottant’anni la mia percezione delle cose non sarebbe la stessa. I miei ventitré anni sul pianeta fanno sì che io abbia vissuto alcune esperienze e non altre. Non ho alcuna idea di cosa significhi crescere un figlio, pagare un affitto, preparare la cena per una famiglia al ritorno da una giornata di lavoro. Se il Buon Dio vorrà che io arrivi a trenta, quarant’anni, forse ne avrò contezza. Ma per ora non posso che parlare partendo dalla mia esperienza. O dalla mia inesperienza.

Mi sono laureata in Giurisprudenza da poco e da poco ho iniziato a lavorare. In gergo giuridico si usa dire “fare pratica”. Chi mi conosce sa anche che scrivo poesie, o almeno ci provo, imparo, mi esercito. In ogni caso amo i libri e leggo e scrivo da quando sono bambina. E’ un altro movimento naturale per me, se non considerassimo lo sforzo immane che richiede la poesia perché sia come deve essere, cioè un’opera d’arte. Scrivo ancora il diario, e questo è senz’altro più naturale. Gli racconto tante cose di me e lui mi aiuta a capire dove sono, come sono, verso cosa o chi mi sto muovendo. Chissà.

Mi piace questo chissà, questo non sapere. Perché dovrei avere certezza ora di tutto? Non mi farebbe bene, non è nemmeno così che funziona la vita. Siamo dentro una creazione che ci fa, ha scritto un giorno un poeta che ho avuto la fortuna di conoscere. Siamo in un teatro che va in scena di continuo, in cui nessun secondo va sprecato, o è senza significato. Ma “di doman non c’è certezza”, come dice un altro grande. Quindi abbraccio il presente, il mio oggi. Non faccio piani a lunga tenuta considerando garanzie e premi. Non corro su un tapis roulant. Corro nella vita.

Vorrei arrivare a scrivere poesie degne di essere chiamate tali, di quelle che rimangono negli anni come musica nella testa di chi le legge. E’ anche una questione di volere, non solo di saper fare, così mi hanno insegnato. A un certo punto siamo chiamati a fare una scelta, a seguire un destino, il nostro, in mezzo a milioni di altri. Ma, ancora una volta, chissà. Sarà un grande spettacolo? Per ora lo è stato. Ci sono stati grandi dolori e ci saranno grandi perdite, grandi deflagrazioni. Vado sempre incontro a qualche urto violento. Ma non mi interessa ripararmi, non mi è mai interessato. Sia come deve essere.

Vorrei anche diventare un giudice. Ho studiato Legge per questo, per il bisogno di Verità che da sempre mi muove. E ci metterò tutte le energie e le forze di cui dispongo per riuscirci. Ma ecco, un eterno ritornello che subito mi sorprende alle spalle e mi sussurra “E se poi..?”. Già. “E se poi non passo il concorso al primo tentativo? Pensa che fallimento orrendo!”, suggerisce la vocina malefica alle spalle. “E se poi passo lo scritto e non supero l’orale? O peggio: se non supero lo scritto per tre volte? Se consegno una volta e le altre due no? O se consegno per due volte e la terza, che sarebbe stata quella buona, non consegno? E se non consegno proprio mai, perché ogni volta vengo colta dal panico più totale? E se invece muoio mentre tento lo scritto perché mi viene un infarto? E se poi mi ammalo e non studio per un anno? Che perdita di tempo! O, peggio ancora, se esce una nuova legge che mi costringe a tornare a studiare perché gli anni per laurearsi in Giurisprudenza diventano sette e non più cinque? E se l’unica facoltà abilitante per iscriversi al concorso diventa la Statale di Milano, e quindi la laurea che ho appeso in cameretta diventa paradossalmente carta straccia?”. La vocina malefica continua perché ha una capacità immaginifica pazzesca: “Ma se ad esempio ci fosse una crisi di Governo tale che non si riesce più a indire uno straccio di bando? Con questi chiari di luna non mi sembrerebbe poi così inverosimile… non trovate? Ma ancora di più, di più! E se crollasse il Palazzaccio? Dicono che pesi troppo e potrebbe rovinare su se stesso o cose simili. E se crollasse un giorno con tutti i giudici dentro?”.

E quasi epilogo inevitabile di questo quadro apocalittico, per sottrarmi all’angoscia che inizia a offuscarmi la vista, mi verrebbe pure da pensare: “E se domani esco per strada e mi cade un meteorite in testa?”. Beh, direi Amen. E pace all’anima mia.

***

Ovviamente tutte queste ipotesi sono ben lontane dal probabile, ma non ci ho messo anni per provare ad inventarmele. Ecco, chiariamo subito che questo è un gioco al massacro che non serve assolutamente a nulla, se non a fagocitare l’ansia che già ha raggiunto livelli altissimi per i giovani della mia generazione. Non mi chiamo fuori da questo marasma perché la mia ipersensibilità, all’idea di non riuscire a fare qualcosa, mi ha condotto spesso all’interno di vortici di terrore e panico. Ma se sto scrivendo queste parole adesso è perché ho incontrato una Verità e un Fuoco che mi hanno liberata.

Non esistono più occasioni mancate. Amici giovani, lo dico a voi, perché i grandi non ci sanno guidare e rasserenare come dovrebbero. Lo dico senza vergogna e punto il dito e la mano e il braccio, se devo, contro genitori, insegnanti e adulti in generale: vi siete goduti gli anni d’oro del boom economico (idioma di vostro conio, odioso quasi quanto la vostra insofferenza per i nostri anni di scarto) e ora ve ne andate in giro sazi del piatto in cui avete mangiato sputando sulle briciole, che lasciate a noi.

Per questo, Amici, vi dico di non ascoltarli e soprattutto di avere fiducia, non paura. Siamo nella società del rischio? E’ una formulina che possono infilarsi nel deretano. Il rischio non è solo quello preciso e calcolabile delle prove di collaudo dei missili aerospaziali. Il rischio che a noi deve interessare è il rischio che è parte naturale della vita di ognuno di Noi, il rischio di abbracciare il nostro Destino.

C’è un rischio insito in ogni cosa, ma non è il mostro di cui parlavamo prima, non è quel “E se poi…?” che ci porta a volteggiare in cieli senza rete, in preda all’ignoto, ma è la sfida, la battaglia, il sudore sacro e meritato che ci bagnerà le tempie quando torneremo stanchi a casa dal lavoro, sicuri di averci provato. Ma non solo. Il rischio è il non sapere, ed è un rischio bello. E’ il tentare gettandosi nel vuoto, seguendo un lumicino in lontananza che si vede appena e che alla fine diventerà un faro gigantesco. Il rischio di non farcela, ma di aver provato. Il rischio di essere senza assicurazione, e non parlo di quella sulla casa o sulla macchina. Il rischio è la voce forte che ci dice “Solo tu lo puoi fare, solo tu lo devi fare. Quindi vai, parti, inizia, e non ti chiedere niente altro”. Il futuro non è una nebulosa oscura. Il futuro è una tela ancora bianca che aspetta i nostri colori. Fidiamoci, non proteggiamoci. Non c’è nulla da cui dobbiamo scappare o difenderci. Non abbocchiamo ai venditori di odio o di malcontento. La vita sarà ancora meravigliosa, per noi e per le generazioni a venire. E rispetterà un Ordine, non il Caos.

Ogni giorno sarà il teatro cui siamo stati inviati. E ci vorranno forze positive per continuare a crescere e a inventare. A sognare. Esiste un chiaro bene che ci chiama: seguite quello, amate quello. L’universo è in espansione ancora, siamo una piccola realtà all’interno di un disegno infinito. Questo dà le vertigini, è vero, ma le dà ancora di più pensare che non siamo qui per caso. Qualcuno ci ha voluti esattamente come siamo e dove siamo. Con il dolore che sentiamo e l’amore che proviamo. Siamo in un disegno, appunto, non in uno schizzo nevrotico di qualche divinità capricciosa.

Sto imparando questo, oltre non so dirvi perché ho solo ventitré anni, ma ho già capito che il bene e la luce superano di gran lunga il male e l’orrore. Lo vedete, è così evidente. E ho capito che il nostro sforzo deve essere in questa direzione. E se… il mondo dovesse finire tra dieci, cento, mille, un milione di anni? Beh, vi dico che sarà come deve essere.

E sarà una meravigliosa potentissima e innamoratissima esplosione, per sempre. Il nostro amore rimarrà nelle vene del creato. Sarà come deve essere. Abbiamo fede.

Flaminia Colella


NOTA [di Nazzareno Carusi]

“E se... e se... e se...”, immagina d’indugiare a chiedersi Flaminia Colella, coi suoi ventitré anni. Poi, a occhi sgranati, spiega: “Ecco, questo è un gioco al massacro che non serve assolutamente a nulla. Non esistono più occasioni mancate. Il rischio che a noi deve interessare è il rischio che è parte naturale della vita di ognuno di Noi, il rischio di abbracciare il nostro Destino”.

Non è un atto d’accusa, questa sua Esplosione. Sarebbe poco, un atto d’accusa.

E’ un ritratto.

Non solo suo, ma della sua generazione più bella. Un ritratto potente con quel che di migliore ha dentro chi lo legga. Purché ne abbia il seme. Purché ne possieda la consapevole coscienza.

Perché questo testo breve, scritto evidentemente di getto e che ho ricevuto inaspettato, quasi fosse un esercizio di scrittura spedito a un amico, è un laser su quelli anche della mia, di generazione. Come se la sua lettura riuscisse da sé nella cernita chirurgica tra chi ha l’altezza di capirla e chi non ne sopporterebbe il peso. Il peso enorme delle responsabilità, non tutte assolte di coscienza, appunto, di quelli della mia età con quelli della sua.

La fiducia svanita, l’ordine svuotato nel caos, i venditori d’odio e malcontento. La politica di omìni piccoli d’ogni angolo che politici non sono, ma inetti senz’anima. E la bellezza ridotta a un ologramma di corpi inerti e sfatti, pure quando vivi. Ecco cosa ha contribuito a modellare la mia generazione.

Ed è vero che abbiamo detto lo stesso noi di chi ci ha preceduto. E chi ci ha preceduto, di chi c’era prima ancora. In un rimando d’accuse quasi eterno.

Tu, Flaminia, invece, i ragazzi come te, ci ricordate così che esistono i confini della dignità, oltre i quali la ricerca d’una responsabilità diversa rispetto a quella propria diventa colpa. E con questo ricordo a spingerci oltre noi stessi, oltre i graffi orrendi che ci portiamo dentro, come lo Spirito che ci afferrasse in gola, ci salvate.

Allora scrivete, ti prego. Parlate, create, recitate, danzate, suonate. Esistete. Siate belli come siete. Come sei tu. E ci sarete per sempre a gloria vostra e salvezza nostra.

Ti abbraccio più forte. Più grato. E con te, tutti quelli come te.

Tuo, Vostro,

Nazzareno

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