Emergenza profughi: una storia che inizia ai tempi dell'impero romano

Nel 300 ci fu la maggiore operazione di accoglienza mai tentata dall'Impero. Conclusa, ricorda lo storico Barbero, con la battaglia che ha cambiato il mondo

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Navi romane nel 300 d.C. circa – Credits: Hulton Archive/Getty Images

Guido Fontanelli

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Migliaia di profughi in fuga dalla guerra e dalla miseria cercano di sbarcare sulle rive dell’Europa. Molti muoiono in acqua. Le autorità tentano di gestire l’imponente afflusso di uomini, donne e bambini creando dei centri per registrare l’identità dei nuovi arrivati: “L’amministrazione voleva avere in mano un elenco completo, per calcolare il numero degli immigrati da sistemare”. Ma alla fine “gli incaricati non riuscirono più a tenere il conto e smisero anche solo di provarci”.

Dall’immenso campo profughi si staccano lunghe colonne di migranti che attraversano la Bulgaria, mal accettati dalla popolazione locale. E decine di migliaia di persone in cerca di un futuro migliore vedono chiudersi le porte dell’accoglienza, nonostante le promesse ricevute.

I goti invece dei siriani
Sembra la descrizione della crisi dei profughi che sta investendo l’Europa adesso. Invece siamo tra il 376 e il 378 dopo Cristo, nel pieno dell’operazione di accoglienza di immigrati su più larga scala mai tentata dall’amministrazione dell’impero romano e descritta dallo storico Alessandro Barbero nel volume “9 agosto 378 il giorno dei barbari” (Laterza).

Invece dei siriani, degli iracheni e degli eritrei che scappano da guerre e dittature, nel 376 i protagonisti sono circa 200 mila goti (secondo le stime di alcuni storici) accalcati sulle rive del Danubio (al confine delle attuali Romania e Bulgaria) spinti verso l’Impero d’Oriente dalle orde degli unni. Una vicenda che ha molti punti in comune con l’attualità. Con un epilogo tragico: il 9 agosto 378 la battaglia di Adrianopoli vede l’esercito romano soccombere a sorpresa sotto i colpi dei barbari e perdere addirittura il suo imperatore, Valente, di cui non si troverà neppure il corpo.

Come sottolinea Barbero, questa battaglia segna l’inizio di una nuova epoca, la fine dell’Antichità e l’inizio del Medioevo, “l’accelerazione brusca, drammatica, in un processo di apertura dell’impero romano all’immigrazione barbarica, che già da un po’ stava trasformando la società, l’esercito, il governo stesso dell’impero”. Ciò che, con le debite proporzioni, paventa oggi chi teme l’avanzata dell’Islam in Europa.

L'imperatore Valente come Merkel
In quegli anni alla guida dell’impero romano d’Oriente c’è Flavio Giulio Valente mentre il fratello maggiore Flavio Valentiniano è imperatore d’Occidente. Quando ad Antiochia, in Turchia, gli arriva la notizia che migliaia di goti, scacciati dalle loro terre dalle spade e dalle frecce dei feroci unni, chiedono di entrare nell’impero, Valente decide di aprire le porte, un po’ come ha fatto Angela Merkel con i profughi siriani.

Ma qui non ci sono solo ragioni umanitarie: “Oggi come allora c’è da una parte un mondo ricco, ordinato, regolato da leggi rispettate dai cittadini” ci spiega Barbero “e dall’altra popoli che vivono nella miseria e che aspirano ad entrare, attirati da un sistema che garantisce benessere e sicurezza. Ma per gli imperatori romani era normale accogliere intere popolazioni, perché allora più gente c’era e meglio era: nell’esercito, nei campi da coltivare. La vita contava meno ma l’essere umano era una merce ricercata; oggi invece l’essere umano è considerato sacro, ma è una merce che nessuno vuole più”.

Salvare non solo elefanti e leoni ma anche barbari
Qualche adulatore dell’imperatore sottolinea però anche l’umanità di Valente. Come Temistio, filosofo, insegnante e alto funzionario che usa queste parole straordinarie: noi ci preoccupiano tanto di preservare le specie animali, ci preoccupiamo che non scompaiano gli elefanti dalla Libia, i leoni dalla Tessaglia e gli ippopotami dal Nilo; e dunque dobbiamo rallegrarci che sia stato salvato dallo sterminio “un popolo di uomini, magari barbari come dirà qualcuno, ma uomini”. Altri invece hanno paura che questa ennesima iniezione di barbari mini alle fondamenta la società romana. Timori che oggi manifesta chi vede l'avanzata dell'Islam nell'Europa cristiana come una minaccia.

Nella vicenda dei goti colpisce l’organizzazione messa in campo dai romani per gestire l’emergenza sul Danubio, confine dell’impero: si traghettava giorno e notte con ogni mezzo, trasportando uomini, donne, bambini, cavalli, bestiame, mentre sulle sponde a sud veniva creato un enorme campo-profughi. La massa di richiedenti asilo però si ingrossa troppo e alla fine i romani decidono di interrompere il flusso di immigrati, crendo rabbia e sconcerto tra chi resta al di là del fiume.

A differenza dei profughi di oggi, che da sud puntano a nord, i goti erano diretti verso sud, verso le terre dell’attuale Bulgaria e della Turchia europea. Scortata dai legionari, l’enorme colonna irrequieta, affamata e piena di aspettative arriva a Marcianopoli, oggi Devnja, in Bulgaria. Spera di ricevere cibo: in fondo i goti erano pronti a diventare bravi cittadini dell’impero, non desideravano altro.

Verso la battaglia di Adrianopoli
Ma le autorità cittadine si rifiutano, impreparate davanti a una folla di tali dimensioni. La situazione precipita, avvengono i primi scontri, i soldati romani vengono sopraffatti e quella che doveva essere una grande operazione di assimilazione si trasforma in una guerra. Che ha il suo apice nella battaglia di Adrianopoli, ora Edirne, città dell’attuale Turchia europea.

Esercito romano distrutto, Valente morto e il suo cadavere mai recuperato, forse bruciato in una fattoria. I goti padroni delle campagne, le loro fila ingrossate anche da unni e alani che hanno attraversato il Danubio mentre i romani restano asseragliati nelle città. Sarà il successore di Valente, Teodosio, a mettere una pezza alla crisi.

“La novità rispetto al passato” sostiene Barbero “è che dopo Adrianopoli i goti si considerano vincitori e iniziano a imporre le loro condizioni. Prima, invece, i cosiddetti barbari accettavano senza discutere di assoggettarsi alle leggi romane, di lavorare e di integrarsi nella società che li aveva accolti. Anche oggi la situazione è esplosiva e il rischio che avvengano degli episodi drammatici è alto. Anche perché alcuni degli immigrati che arrivano oggi in Europa non amano il mondo che li accoglie. Non tutti vogliono integrarsi e questo alimenterà le tensioni”. Quale sarà, se ci sarà, la nostra Adrianopoli?

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