ANSA/ANGELO CARCONI
Cultura

Donato Carrisi: "State attenti a mamma e papà"

L'ultima sua storia, "La casa delle voci" racconta dei terribili segreti che si possono nascondere dentro quello che dovrebbe essere un luogo sicuro

Quando entra nel bar dell’hotel si capisce subito che solo lui può essere il re del thriller italiano. Indossa un inquietante maglione con un orsetto natalizio. Non aprite quell’armadio. La paura cresce solo a guardarlo. Donato Carrisi, 46 anni, pugliese, tre milioni di copie vendute nel mondo, pubblicato in 32 Paesi, è il nostro Stephen King. Due film come regista, tratti dai suoi bestseller: l’ultimo, L’uomo nel labirinto, con Dustin Hoffman e Toni Servillo è ancora nelle sale. Nel 2009 l’esordio con Il suggeritore (Longanesi), un successo strepitoso. Poi è un crescendo. La casa delle voci è appena uscito, sempre per Longanesi. Storia di uno psicologo che usa l’ipnosi e di una paziente che nel suo passato di bambina nasconde segreti pericolosi. Un viaggio nella mente dove i ricordi si deformano, i fantasmi ci sfiorano e un passato lontano tormenta lo stesso psicologo. «C’è il mistero di essere bambini. Non c’è un mostro, né una vittima. È la scommessa che aspettavo da dieci anni». Lo scrittore davanti a un bicchiere di prosecco ripercorre la sua carriera tra inquietudini e successi. «Tutto ha avuto inizio con Panorama. A casa mia eravamo abbonati da sempre. Alla fine degli anni Novanta lessi un’intervista a Roberto Pace, allora a.d. di Mediatrade. Mandavo in giro i miei copioni, ma nessuno mi dava ascolto. Allora con spavalderia lo chiamai, mi passarono una segretaria. Mi chiese di mandare i miei scritti. Da lì ebbe inizio la fortuna».

Come è organizzata la sua vita?

Inizio sempre la giornata alle sette, a volte anche prima, dormo pochissimo. Se potessi farei solo micro sonnellini. Poi per due ore leggo i quotidiani. Detesto il pigiama, poltrire, la colazione è rapida, sono un nevrotico. Nessuno mi sopporta.

Niente colazione a letto?

Mi hanno regalato una vacanza in un hotel di lusso con sontuose colazioni in camera. Ma non riuscivo a mangiare sdraiato, mi pareva di stare in ospedale. Chi mi conosce sa che preferisco lo champagne a letto, mai il caffè.

Scrive di notte?

Non credo a quelli che passano la nottata sulla pagina bianca aspettando l’alba. E poi l’alba è triste, è il sonno dei vampiri.  Scrivo quando e dove capita. L’ispirazione è in agguato, ti aggredisce.

Come è nata La casa delle voci?

Durante una cena un’amica raccontò una storia di quando era bambina. La notte che morì la nonna si svegliò e sentì la sua presenza ai piedi del letto. Ho avuto un’esperienza simile da bambino. Una notte il telefono squillò. Sentii una voce maschile, familiare, che disse solo «ciao». Il mattino dopo scoprimmo che era morto un caro amico.

I mostri sono reali e anche i fantasmi lo sono, scriveva Stephen King.

È vero ed è così che ho pensato di raccontare una storia di fantasmi, bambini, malattia mentale. Non è casuale che nell’infanzia accadano fatti inspiegabili. Forse da piccoli manteniamo una specie di cordone ombelicale con il mondo misterioso da cui tutti proveniamo e a cui siamo destinati. Mi piace pensare che i bambini siano in contatto con qualcosa. Da adulti cerchiamo di dimenticare o dare un significato razionale. Perché quelle storie ci creano imbarazzo. O forse ci fanno ancora paura.

Per un bambino la famiglia è il posto più sicuro della terra. O il più pericoloso, scrive nel primo capitolo.

Tutti i genitori hanno tentato almeno una volta nella vita  involontariamente di uccidere i propri figli.

Anche i suoi?

Almeno un centinaio di volte. Durante una febbre invece di scoprirmi mi coprirono, ebbi un attacco di convulsioni. Mi portarono in ospedale e mi misero sotto la tenda a ossigeno. Rintronarono così tanto i medici che quelli si scordarono di aprire la bombola. Stavo morendo soffocato. Un’altra volta mangiai un polpo con dentro un amo. Mia mamma controllava sempre tutto, quella volta non lo fece.

È sempre colpa della famiglia?

È l’incubatrice di tutto. Ciò che hai vissuto al suo interno può anche portarti a fare qualcosa di brutto molto tempo dopo. Penso a Luigi Chiatti, «il mostro di Foligno», assassino di bambini. Fu abbandonato dalla madre in orfanotrofio. Affetto da disturbo narcisistico della personalità parlava tranquillamente dei suoi crimini con dovizia di particolari, ma non nominava mai gli anni dell’abbandono. Provavo un’immensa pena per lui. Non credo fosse nato mostro, ma i genitori adottivi non avevano nessun istinto paterno e materno.

Fece la sua tesi di laurea sul «mostro di Foligno».

È strano, ma non fui io a scegliere Chiatti, in un certo senso fu lui a scegliere me. Me lo propose il mio professore, che era uno dei periti del caso. Presi 109. Non riconobbero piena dignità giuridica alla mia tesi. Fu un segnale. Quel voto mi rendeva diverso.

Nell’ultimo romanzo in qualche modo c’entra la storia di Chiatti?

Sì, e anche nel prossimo che sto scrivendo. I prodromi di ciò che saremo sono nell’infanzia. La strada di una persona è nei primi tre anni di vita.

Il suo protagonista è un «addormentatore di bambini», lei ha mai provato l’ipnosi?

Sì e mi sentivo un idiota. Ero lì con gli occhi chiusi, volevo grattarmi il naso, ma avevo paura di deludere la dottoressa. Iniziai quando di colpo non riuscii più a prendere gli aerei. Sono un ansioso, ma non avrei mai pensato di bloccarmi. Ho sperimentato di tutto. Poi alla fine mi ha salvato Carlo Verdone, mi ha dato il farmaco giusto, il Serpax.

L’ipnosi è servita?

Moltissimo. Ho continuato a sottopormi alle sedute. È affascinante. Gli ipnotisti italiani sono tra i più bravi al mondo. Ricordo la prima volta: era un pomeriggio d’estate e mi risvegliai che fuori era buio. Sei vigile, ma perdi la cognizione del tempo. Così sono arrivato alla figura dell’addormentatore di bambini. È una tecnica speciale per curare i disturbi post traumatici nei minori.

Perché ha deciso di ambientare il romanzo a Firenze?

Mi affascina e un po’ mi appartiene. Noi abbiamo scenari straordinari, depredati da scrittori internazionali. Siamo terra di conquista, anche editoriale. Mentre restiamo legati al nostro provincialismo. Un valore del passato, da superare.

Stephen King ha raccontato sempre la provincia...

Ha raccontato l’America attraverso la provincia. È il Maestro. Noi la raccontiamo convinti che sia il mondo. Sappiamo esportare solo storie di mafia e Pinocchio. Il nostro personaggio letterario più famoso ha quasi 150 anni. Siamo il passato: Leonardo, Michelangelo.

Perché non guardiamo al futuro?

Abbiamo una visione sbagliata del presente. A scuola non  studiamo Moravia, Gadda, ma solo e sempre Manzoni.

Il suggeritore fu il thriller che la lanciò dieci anni fa. Lei è cambiato?

Tantissimo. Ho una buona squadra intorno, sanno dirmi quando qualcosa non funziona. Non si fa nulla da soli. Non esiste lo scrittore chiuso nel suo studiolo che partorisce il capolavoro.

In tutti i suoi romanzi la costante è la memoria, una presenza a tratti inquietante.

Il valore della memoria è per me la parte più importante. Racconto spesso una storia. Mio nonno faceva l’avvocato a Roma. Tornò al paesello per conquistare mia nonna, che aveva 14 anni in meno. Lui era veramente brutto, lei invece bellissima. Si sposarono e andarono in viaggio di nozze a Venezia. Il fotografo infame che li immortalò in piazza San Marco lo ritrasse su un gradino, dove si era messo per non far vedere quanto fosse basso. Questa foto è il racconto della mia famiglia. Ma tra cento anni saranno le foto che riversiamo sui social a raccontare quello che eravamo. La rabbia, l’odio, gli scatti patetici rimarranno per sempre. Internet è un buco nero, dove riversiamo tutto. Ed è molto peggio quello che postano gli adulti che i ragazzini.

Anche il Male si è trasformato?

Ha trovato un modo per esplodere. Prima era soffocato. Ha invaso le nostre vite. C’è rancore, paura, angoscia. E poi questo Paese sta morendo di vecchiaia. Basta guardare il movimento delle sardine con i vecchi che vogliono andare in piazza. Gli anziani devono stare a casa a benedire a distanza i giovani. Solo Ornella Vanoni può scendere in piazza. Perché lei è una meravigliosa bambina. 

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