Edoardo Frittoli

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"Amis! Ve raccòmandi la mia baracca. Ve la lassi. Pussée d'inscì hoo minga podù faa"

"Amici! vi raccomando la mia baracca. Ve la lascio. Più di così non ho potuto fare."

Don Carlo Gnocchi, 28 febbraio 1956

Poter fare più di quanto fece Don Carlo Gnocchi in vita sua sarebbe appartenuto al Divino, non certo al mondo terreno. Eppure, quando pronunciò quella frase in milanese sul letto di morte della clinica Columbus, Carlo aveva nel cuore il dispiacere di dover lasciare l'immensa missione alla quale era stato chiamato anni prima, dopo la tragica esperienza della guerra con gli Alpini sul fronte russo. 

Don Gnocchi riuscirà anche nella sua ultima volontà, realizzata quando già aveva abbandonato il suo corpo la sera del 28 febbraio 1956. Pochi giorni prima aveva chiesto al suo amico Cesare Galeazzi, direttore dell'Oftalmico di Milano, di espiantare le sue cornee per trapiantarle a due ragazzi ciechi che aveva conosciuto alla Fondazione, pratica allora vietata dalle leggi dello Stato e della Chiesa. Don Gnocchi, con quest'ultimo estremo atto di amore verso i deboli e i sofferenti, aprirà la strada al dibattito sul tema dei trapianti in Italia.

La storia di Carlo Gnocchi comincia a San Colombano al Lambro, dove nasce il 25 ottobre del 1902. La sua giovane vita è presto segnata dalla sofferenza per la morte prematura del padre e dei due fratelli per malattia. Fu la madre Clementina ad insegnare a Carlo i rudimenti della fede cristiana fino all'ordinamento sacerdotale nel 1925 ed il sacerdozio nelle parrocchie di Cernusco Sul Naviglio e di San Pietro in Sala a Milano.

La sua estrema popolarità e l'incontenibile attività spinsero il Cardinale Idelfonso Schuster ad affidargli la guida spirituale del prestigioso collegio Gonzaga. Quando i suoi giovani allievi furono chiamati al fronte nel 1940, Don Carlo decise di non lasciarli soli nell'ora più difficile. Si arruola volontario come cappellano militare ed è inviato sul fronte albanese con gli Alpini della Divisione "Julia". Al ritorno in patria il Tenente Carlo Gnocchi è nuovamente inviato al fronte, in Russia con gli alpini della "Tridentina".

La missione di Don Gnocchi esplode sulla gelida steppa russa nel gennaio del 1943. Durante la drammatica ritirata italiana il cappellano vide la tragedia dell'uomo spogliato di tutto, in balia degli istinti più elementari. Durante la sua opera di conforto agli Alpini che morivano tra le sue braccia capì di essere chiamato ad una prova unica, che avrebbe avuto un seguito nella lunga scia di sofferenza che la guerra avrebbe lasciato ancora a lungo. Scampato egli stesso per un soffio alla morte di ghiaccio, raccolse le ultime volontà dei suoi commilitoni e, tornato in patria, cominciò l'attività di conforto alle famiglie dei caduti. In contatto con la Resistenza cattolica, Don Carlo conobbe il carcere quando fu catturato dalle SS e condotto a San Vittore. Liberato per intercessione del Cardinale Schuster, assunse la direzione dell'Istituto Grandi Invalidi di Arosio, dove cominciavano ad affluire i primi orfani di guerra. 

Una sera, Don Carlo capì finalmente dove concentrare tutte le sue forze nella missione affidatagli dal Signore e letta tra le ultime parole dei suoi Alpini in Russia. Una madre disperata si presentò all'istituto con in braccio il suo bambino, a cui una bomba aveva strappato un braccio e una gamba. La donna affidò il piccolo mutilato alle cure dell'Istituto, poi sparì lasciando solo Don Carlo tra le urla disperate del bimbo. Di nuovo il prete vide Cristo tra le sofferenze degli gli uomini, facendo esplodere in lui una determinazione sovrumana nel progetto nel quale investirà anima e corpo: una fondazione per l'accoglienza ed il recupero funzionale e sociale dei piccoli mutilati di guerra. Era nata così la Federazione Pro Infanzia Mutilata, trasformata nel 1952 in Fondazione Pro Juventute. Don Gnocchi non esitò a chiamare alla missione i suoi più cari amici, molti dei quali risposero alla chiamata aiutandolo materialmente e sostenendolo nella sua grande opera di comunicazione che portò la Fondazione e i mutilatini di fronte a Pio XII e ai Presidenti della Repubblica Einaudi e Gronchi. Gli Scout organizzarono per lui un raid motociclistico fino in Scandinavia a bordo di "Guzzini 65" e un piccolo  monomotore ribattezzato "L'Angelo dei Bambini" portò la missione di Don Gnocchi volando fino a Buenos Aires. I collegi della Fondazione si moltiplicavano agli albori degli anni cinquanta, con sedi in tutta Italia. Don Gnocchi non si perse d'animo di fronte al continuo afflusso di piccoli ospiti da sfamare e da crescere. Come era nel suo spirito di "imprenditore della sofferenza", Carlo fece un altro passo: volle che i collegi della Fondazione fossero all'avanguardia nelle strutture e nell'assistenza sanitaria dei piccoli pazienti non autosufficienti. L'obiettivo primario era ridare dignità, autonomia e inserimento nel mondo del lavoro in modo tale che i mutilatini non rimanessero soltanto simboli viventi dell'orrore della guerra, unicamente da compatire. Alla rieducazione fisica, la Pro Juventute fu in grado di unire un percorso di istruzione scolastica e di formazione professionale assolutamente pionieristici nell'Italia del secondo dopoguerra. L'ultimo grande progetto di Don Gnocchi, attenuatasi la grande emergenza dei mutilati di guerra, fu la fondazione del Centro Pilota di Milano per poliomielitici con lo stesso spirito con cui aveva fatto crescere le strutture dedicate alle piccole vittime di guerra. 

Dopo un lungo ed accurato processo di canonizzazione durato più di 20 anni, Don Carlo è stato beatificato a Milano il 25 ottobre 2009. Oggi la Fondazione Don Gnocchi conta 28 centri di assistenza in tutta Italia, con 3.700 posti letto dove ogni giorno diecimila pazienti vengono curati con presidi e terapie all'avanguardia. San Carlo Gnocchi prosegue quotidianamente la missione terrena, iniziata "sporcandosi le mani" per ridare sorriso e speranza ai piccoli ai quali la guerra, le mani, le aveva strappate via.

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