Cultura

E' Dante che ha fondato l'Italia

700 anni fa moriva il sommo poeta; serve recuperare la sua visione di identità nazionale forte a fronte della realtà di uno Stato debole

Dante Alighieri, il "sommo" poeta

Marcello Veneziani

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L’Idantità italiana. Non è un refuso, è una tesi precisa. La fonte principale, più alta e più vera della nostra identità è Dante Alighieri. A lui dobbiamo la lingua, il racconto, la matrice, la visione. L’Italia intesa più che Nazione, come Civiltà. L’identità italiana secondo Dante, è nazionale e universale, ben delineata nei suoi confini geografici, marini e alpini, ma espansiva nelle sue linee spirituali.

L’Italia si prepara a commemorare i sette secoli della morte di Dante nel 1321 e già si riaprono polemiche sulla sua tomba, se traslarla da Ravenna a Firenze. Il Corriere della sera, con Paolo Di Stefano, ha lanciato l’idea di istituire una giornata speciale nel mondo, tramite gli istituti italiani di cultura e non solo, per ricordare ovunque Dante. L’ha chiamato vezzosamente «Dantedì», il dì di Dante; un dì di festa, per citare un suo altissimo collega. Superando ogni piccineria di bottega, è un’iniziativa da sostenere, che personalmente ho portato nel comitato di Palazzo Chigi dedicato agli anniversari di valore nazionale, per farla adottare. Ma è vano chiedere queste cose a un governo di ignoranti, voltagabbana e scappati di casa, non in senso dantesco.

Unico Paese al mondo, l’Italia non fu fondata da un condottiero ma da un poeta. Non Garibaldi, non Cavour, non Vittorio Emanuele e tantomeno la Costituzione repubblicana, ma Dante. Fu lui a dare dignità al terreno primario e comune di una nazione, la lingua. Fu lui a fondare la civiltà italiana sull’arte, sul pensiero, sull’eccellenza e il genio, oltre che sulla storia e la geografia. Fu lui a riannodare l’Impero e il Papato, cioè la civiltà cristiana e la civiltà romana, riconoscendoli come i genitori dell’Italia, con ruoli ben distinti. La romanità e la cristianità ebbero altri figli; ma la figlia che ereditò la casa paterna e materna fu l’Italia. Dante vagheggiava la monarchia universale ma fu il primo a considerare il fulcro di una rinascenza in Roma, nella Roma cattolica ma non clericale dove l’Impero ha dignità pari a quella del Papato. E fu ancora Dante a dare un mito di fondazione e una narrazione su cui costruire l’Italia, riannodandosi a Virgilio il cantore di Enea. Fu Dante a cercare un Veltro, un Condottiero, che la unisse da «feltro a feltro», come egli scrisse: «di quell’umile Italia fia salute».

Dante generò un’aspettativa d’Italia che altri scrittori - da Petrarca a Machiavelli, da Ariosto ad Alfieri, da Foscolo e Leopardi - poi coltivarono nei secoli. L’Italia è una nazione culturale, nata non con la forza delle armi ma dell’arte e della poesia. Nacque prima la lingua, la letteratura e solo alcuni secoli dopo lo Stato; anche per questo l’Italia ha uno Stato fragile e un’identità profonda. Un senso civico debole e conflittuale e un carattere nazionale spiccato e radicato.

Tuttora la dignità universale dell’Italia non è di natura commerciale o industriale, militare o tecnologica, ma culturale: si studia la lingua italiana per ragioni culturali, si viene in Italia per ragioni culturali e per turismo d’arte o religioso, si considera l’Italia tra i grandi del mondo per ragioni culturali e artistiche. L’universalità non va tradotta (e ridotta) nel gergo contemporaneo con accoglienza: l’universalità dantesca trascende i particolari e abbraccia il mondo, nella sua missione universale. È l’universalità in senso imperiale e cattolico. I porti aperti, nella visione dell’Alighieri, servono per salpare prima che per approdare; per uscire e prendere il largo, più che per entrare e chiedere asilo.

Il ruolo di Dante come profeta dell’Italia nasce da una lunga tradizione culturale, da George Gordon Byron che in Profezia di Dante lo riconosce come il precursore e fondatore dell’Italia ventura, e prima di lui Vincenzo Monti e suo genero Giulio Perticari che scrisse Dell’amor patrio di Dante. E poi Mazzini che scrive anch’egli sull’Amor patrio di Dante e Goffredo Mameli che compone l’inno mazziniano Dante e l’Italia: «Del cener dell’Italia / La nuova prole è uscita. /Salve, sublime apostolo / Del verbo della vita, / Che il nuovo sogno errante / Stringi al pensier di Dante». Il dantismo nazionale prosegue con Cesare Balbo e Francesco De Sanctis, fino a Ruggero Bonghi, primo presidente della Società Dante Alighieri e culmina in Giovanni Gentile, per il quale il Risorgimento trae presentimento proprio dalla profezia di Dante «nella cui storia di celano molti secoli della storia futura d’Italia» (I profeti del Risorgimento italiano).

Giovanni Papini definì il suo Dante vivo «un profeta ebreo, un sacerdote etrusco e un imperialista romano». Profeta per via dei suoi annunzi messianici, etrusco per i suoi viaggi nell’oltretomba e imperialista romano perché Dante considera Roma la sua vera patria, il cui nome segreto è Florentia. Per Papini Dante lotta contro il presente corrotto e si rifugia nel passato e nel futuro, «come tutti i poeti è un nostalgico e come tutti i profeti un messianico».

Auspicando un nuovo Risorgimento d’Italia, il filosofo cattolico Augusto Del Noce si riportò a Dante, richiamandosi sia a Gentile che al poeta e letterato veneto Giacomo Noventa, che vide in Dante colui che imperniò l’idea d’Italia sulla tradizione romana e cattolica, mediterranea e poetica.

Non è questo il Dante che conoscemmo e detestammo a scuola, quella piaga da studiare, quei versi alieni a cui eravamo costretti. Imporre a tutti Dante e affidarlo a menti inadeguate fu una necessità per la scuola ma condannò all’inferno la sua grandezza. Anche per risarcirlo dal cattivo uso e abuso nelle scuole, si dovrebbe istituire davvero una giornata mondiale dantesca. Risalire a Dante per non finire come il paese di Pulcinella. 

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