La mattina del 9 settembre 1943 il capitano dell'Artiglieria da Montagna Renzo Apollonio agì d'istinto verso la colonna tedesca che risaliva la strada verso la capitale di Cefalonia, Argostoli: fece armare i suoi pezzi da 100/17 e li puntò contro quelli che fino al giorno prima erano "gli alleati".

Il giorno dopo erano diventati nemici o, forse, "non ancora". La radio di collegamento con l'Italia taceva, ma la notizia dell'armistizio era arrivata la sera prima sull'isola ionica occupata dagli Italiani durante la campagna dei Balcani.

I Tedeschi si muovevano, gli italiani della Divisione "Acqui" restavano fermi sulle loro posizioni perchè il testo dello Stato Maggiore imponeva di non reagire con i Tedeschi . Quindi dal Generale comandante Antonio Gandin arrivò l'ordine di lasciar passare la Wehrmacht, nella speranza di poter prendere tempo e attendere ordini più precisi.

Erano in superiorità numerica i soldati Italiani a Cefalonia: 9.000 contro circa 1.800 tedeschi. Tuttavia l'abbandono ordinato da Gandin nelle ore successive di alcune posizioni difensive strategiche italiane fece da preludio alla tragedia.

Agli ex alleati si offriva lo spazio per uno sbarco in forze, mentre cresceva il risentimento dei soldati della "Acqui" per l'attendismo del Comando ed insieme al risentimento cresceva il senso di abbandono e di pericolo imminente. Come l'Italia si era spaccata in due dopo l'armistizio, anche il comando del presidio italiano di Cefalonia si sfaldò, evidenziando una frattura insanabile tra la posizione "conciliante" del generale Gandin (croce di ferro tedesca in Russia)  nella speranza di una evacuazione incruenta dopo la consegna delle armi pesanti ai tedeschi, e quella "resistente" rappresentata dagli ufficiali inferiori come Apollonio e Amos Pampaloni, già decisi a combattere contro i nuovi nemici.

Anche gli uomini della Regia Marina del Capitano di Fregata Mastrangelo si schierarono per la lotta e furono i primi a consumare un'azione offensiva contro una motozattera tedesca, aprendo il fuoco e facendo i primi morti. Mentre gli ufficiali inferiori decidevano per la resistenza armata, il generale Gandin proseguiva gli incontri con il generale tedesco Barge che domandava alla "Acqui" di consegnare le armi pesanti entro 24 ore, senza alcuna assicurazione formale di rimpatrio. 

La situazione precipitò il 12 settembre quando al Comando italiano arrivò un nuovo fonogramma, contraddittorio rispetto al primo comunicato da Brindisi all'indomani dell'armistizio.Il testo non lasciava dubbi: i tedeschi erano da considerare nemici, da combattere con le armi. La storiografia tramanda che Gandin avesse indetto in tutta fretta un referendum tra i soldati (in realtà sembra si fosse trattato di un rapido consulto) e che si fosse venuto a trovare in minoranza, risultato che fece scegliere alla divisione Acqui la resistenza armata. 

Alle 5,30 del mattino seguente il ronzio di un ricognitore tedesco riecheggiò sopra Cefalonia. Mezz'ora dopo nel cielo apparvero le sagome degli Stukas decollati da Megara per bombardare gli Italiani. L'incubo della "Acqui" era iniziato: la settimana più lunga, quella del tentativo di resistenza contro l'aggressione tedesca, vide gli italiani combattere senza esclusione di colpi. Il varco lasciato aperto dal ritiro delle postazioni italiane del 9 settembre favorì lo sbarco in forze della divisione di gebirgsjaeger (alpini) "Edelweiss" con artiglieria pesante.

I bombardamenti continuarono ininterrotti, resi più efficaci dal terreno brullo di Cefalonia, che offriva pochi ripari alle postazioni della Divisione italiana. Il 22 settembre le munizioni italiane si esaurirono e Gandin decise la resa senza condizioni.

Nelle 48 ore successive i tedeschi della "Edelweiss" ebbero carta bianca dal loro comandante ed iniziarono rastrellamenti degli Italiani cui seguirono esecuzioni sommarie in tutta l'isola. Terminata la furia vendicatrice, i superstiti furono rinchiusi nell'ex "caserma Mussolini". Qui gli ufficiali furono separati dalla truppa, recati presso la "Casetta rossa " di capo San Teodoro a poca distanza da Argostoli e fucilati a gruppi di quattro.

Tra questi, il generale Antonio Gandin. Il capitano Apollonio fu tra i prigionieri, messo ai lavori forzati dai tedeschi. Fu in contatto con i partigiani greci dell'Elas presenti sull'isola.

Il capitano Amos Pampaloni riuscì invece a nascondersi presso una famiglia greca dopo essersi finto morto alla "Casetta rossa". Pur ferito  alla gola, riuscirà ad organizzare tra gli ultimi soldati italiani rimasti fuori dalle mura del carcere il "Raggruppamento Banditi Acqui" impegnati poi assieme ai partigiani greci in azioni antitedesche. 

Pochi giorni dopo la resa si consumò una tragedia nella tragedia. Destinati alla deportazione in Germania, i prigionieri italiani furono imbarcati su motonavi. Due di queste, la "Silva" e la "Ardena" saltarono sulle mine poco dopo la partenza da Cefalonia. Una terza fu affondata dall'aviazione Alleata durante la navigazione. Gli affondamenti costarono la vita ad altri 3mila soldati della "Acqui", a cui si sommavano i circa 1,300 uccisi negli scontri con i tedeschi dei giorni precedenti e gli altri fucilati sommariamente dopo la resa della Divisione.

L'isola di Cefalonia sarà liberata nel settembre 1944 dagli Alleati. Alla sfilata di Argostoli parteciperanno sia Pampaloni (chiamato dai Greci "kapitanios") che Apollonio. Le salme delle vittime della Acqui saranno recuperate all'inizio degli anni '50, in quanto Cefalonia fu coinvolta negli eventi della guerra civile greca, conclusa soltanto nel 1949. A Norimberga sarà processato il generale tedesco Lang, che scontò soli tre anni sui 12 stabiliti dal Tribunale. 

Si ringrazia la Fondazione Europa Cefalonia per la collaborazione

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