Lettere d’amore al cinema (da Greenaway e Flaiano): letterario o visivo, basta che sia intelligente

Leggo che, in sostanza, Greenaway ha detto che il cinema è morto; che semmai fosse ancora vivo, dobbiamo pensarlo come un’arte autonoma; e che e se davvero amiamo il cinema e non i suoi surrogati o il denaro che frutta al …Leggi tutto

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Daniela Ranieri

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Leggo che, in sostanza, Greenaway ha detto che il cinema è morto; che semmai fosse ancora vivo, dobbiamo pensarlo come un’arte autonoma; e che e se davvero amiamo il cinema e non i suoi surrogati o il denaro che frutta al botteghino, è ora che prenda un’altra direzione rispetto a quella romanzocentrica finora imperante, più rispettosa della natura immaginativa e creativa della visione. È la solita storia, insomma: cinema-sceneggiato o cinema-videoarte, questione a cui il mio schematismo mentale assegna la posizione accanto a quella se il dromedario è quello con una o due gobbe, o se lo è il cammello.

Greenaway, manco a dirlo, preferisce la deriva videoartistica, quella dispendiosa (non nel senso in cui lo si dice delle megaproduzioni, ma in quello dell’arte inutile e bizzarra che tutto brucia della sua fiamma), che in parte lui stesso ha realizzato, e di cui possiamo farci un’idea guardando (se ha senso questo parola per l’occasione) i film (idem, come sopra) di David Lynch. Secondo questa visione, Anna Karenina denuncia che il cinema è ancillare; il tableau vivant a quattro schermi, lungi dal sembrare una rivisitazione delle performance di Studio Azzurro con l’ausilio di computer, sancirebbe invece la gloria del cinema nel pieno della sua sovranità. Il fatto che non sia così semplice, tuttavia, può essere dimostrato dal caso di Kubrick, che non ha mai scritto una sceneggiatura originale e ha tratto magnifici film dai classici.

Secondo Greenaway, «bisogna spezzare il legame con la grande letteratura».

Una cosa simile dice Ennio Flaiano recensendo Schiavo d’amore,  su Oggi il 23 settembre 1939:

«Il cinema compie nei confronti della letteratura narrativa le stesse funzioni di quell’uccello tropicale che vive facendo lo stuzzicadenti del coccodrillo: cioè utilizza i residui e compie, nello stesso tempo, una delicata opera di bonifica. Diamo, infatti, un buon romanzo all’obbiettivo e ne trarrà invariabilmente un film insufficiente; al contrario, una tesi debole, uno spunto mal seguito, si tramutano sullo schermo in storie piene fascino, e ciò proprio per merito di quell’arte di cucinare gli avanzi che è prerogativa del cinema».

Dieci, come venti e trenta anni dopo – e il confronto è reso possibile dalla vertiginosa e poderosa raccolta Nuove lettere d’amore al cinema – Flaiano espliciterà in modo ancora più elegante e divertente la chiusura del sillogismo, auspicando – contro Graham Greene che diceva l’esatto contrario – che registi e produttori si limitino a considerare proprio quelle “tesi deboli”, soggettini scritti su un foglietto, trame ascoltate all’autogrill, e a dimenticare Anna Karenina. Bisognerebbe, dice, fare come Petrolini, che voleva mettere in musica l’orario delle ferrovie, e non attivare quelle routine di dare al pubblico ciò che vuole, come fanno i registi affetti da «prudenza senile» nell’illusione di rendere Sonata a Kreutzer più appassionante – più fruibile – che sulla pagina. Insomma, pare dire Flaiano, registi, metteteci del vostro!

 

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