Cultura

Bolle sul tavolo. E il Trittico vola

Alla Scala, Mahler, Mozart e Ravel fino al 7 aprile. Intervista alla coreografa Aszure Barton

Bolero - Roberto Bolle

Stefania Berbenni

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Con tutto il rispetto, ma a lei la Decima sinfonia di Gustav Mahler funziona come le cipolle: la fa piangere. E siccome Aszure Barton, coreografa tra le più acclamate al mondo, uno scricciolo di donna, non è solita alle lacrime, qualcosa di speciale deve avere quella cattedrale musicale per parlarle così nel profondo. Della partitura, Aszure ha scelto l’Adagio per un balletto che fino al 7 aprile farà parte del Trittico in scena alla Scala.

Sarà un vaso di coccio fra due di ghisa? Già, perché Mahler se la deve vedere con Wolfgang Amadeus Mozart e con Maurice Ravel, e lei con due giganti della coreografia, Jirí Kylián per il primo, Maurice Ravel per il secondo, nello specifico il Boléro, con Roberto Bolle per la prima volta sul tavolo rotondo.

Canadese di nascita, apolide per lavoro, è da sempre una delle pupille di Mikhail Baryšhnikov, richiesta dai teatri e dai festival del mondo. È alla Scala per la prima volta. E per la prima volta si apre raccontando di sé, del padre malato, delle sue scelte nella vita.

 

Partiamo dalle lacrime: perché?
Guardi, sono appena salita dalle prove in teatro, con l’orchestra. Dopo 30 secondi, quasi senza accorger- mene, stavo piangendo. Avevo la pelle d’oca. È una musica potente. Ho avuto una reazione che non mi aspettavo.

Come se la spiega? In passato ascoltavo la musica. Ora la faccio entrare. Credo che il cambiamento sia legato alla malattia di mio padre. Ha mutato tutto in me. Ora non mi preoccupo di cosa pensi la gente. È una specie di corazza. Di impermeabilizzazione.

Però ha detto che c’è voluto del coraggio per accettare di far parte del Trittico.
Quando danzavo, ho lavorato con Jirí Kylián. Adesso sono orgogliosa di firmare la coreografia in uno spettacolo a tre.

Come ha trovato Milano? E il corpo di ballo?
C’è una cosa che li unisce: sono accoglienti, caldi. La Scala è una realtà storica, avrei potuto imbattermi in una certa rigidità, invece è subito scattato un feeling sia con i solisti sia con gli altri ballerini. Mi sono sentita sicura. Di Milano, mi piace la convivialità, i bar e i locali sono sempre pieni di gente. Alla Pinacoteca di Brera ho scoperto Alberto Burri, non lo conoscevo, è "materiale", quasi fisico.

È una frequentatrice di musei?
Tempo permettendo, ci vado.

Un indirizzo insolito?
La Rothko Chapel a Houston, in Texas, che è sia cappella aconfessionale sia opera d’arte con 14 dipinti neri realizzati da Mark Rothko.

Colleziona arte moderna?
Ho cominciato da poco. Due artisti: San Tudyk e Landon Metz.

Ha qualche passione "modaiola"?
Le tute. Non da jogging, ma eleganti.

Per 17 anni ha vissuto a New York, ora si è spostata a Los Angeles. Perché?
Per stare vicino a mia sorella. Avevo bisogno di famiglia dopo la vicenda di mio padre. A New York però devo molto: mi ha insegnato a combattere e a decidere.

Un indirizzo speciale a L.A.
Il Bestia, un ristorante italiano dove il cibo è favoloso.

C’è qualcosa di cui è golosa?
Sì, del rosmarino.

Solo di quello?
Amo molto il sushi e i formaggi.

Ha girato il mondo: posti che l’hanno colpita?
Il Big Sur, la costa della California che toglie il fiato per la bellezza; Ortigia, in Sicilia; Lamu, una piccola isola del Kenya dove le auto non esistono.

Ha tempo per leggere?
Mi piace farlo. Ho un libro da segnalare, forse poco conosciuto, Victoria di Knut Hamsun. Una storia d’amore, ambientata in Norvegia.

Il "suo" film?
Parla con lei di Pedro Almodóvar.

Scelta quasi obbligata, c’è Pina Bausch...
Non è vero, mi piacciono tutti i film di Almodóvar che ho conosciuto a uno spettacolo di Baryšhnikov.

Dopo la Scala, cosa l’aspetta?
Una vacanza. Torno con mio marito a Firenze, un posto che ho nel cuore: nel giardino di Boboli mi ha chiesto di sposarlo.

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