Vivian Maier, la bambinaia che inventò i selfie

Esce il film che racconta la vicenda della fotografa di strada scoperta dopo la sua morte dal regista John Malof. 

Uno dei 'selfie' ante-litteram di Vivian Maier – Credits: Vivian Maier

Cristiana Allievi

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Una madre che riesce a malapena a guadagnarsi da vivere e un figlio con il desiderio compulsivo di possedere le cose. È nella tenaglia di questa contraddizione che cresce quel figlio: John Malof. Il quale, a 23 anni, si mette in testa di fare il fotografo, ma di fotografia non sa nulla. Poi nel 2007 partecipa a un’asta e paga 380 dollari per una scatola di negativi: senza immaginare che si tratta di una miniera d’oro.

Quando scopre il contenuto, si mette sulle tracce di Vivian Maier, la defunta autrice degli scatti. E restituisce così alla storia la collezione di "street photography" più importante del XXI secolo. Opere d’arte che, senza di lui, sarebbero rimaste sepolte con la loro autrice: una misteriosa donna che ha scattato, in segreto, oltre centomila fotografie. Fino al 1° giugno, molte delle immagini saranno in mostra in Francia, nel castello di Tours, nella personale Vivian Maier: a photographic revelation. Dal 17 aprile, invece, la storia della fotografa sarà nelle sale cinematografiche grazie a Feltrinelli Real Cinema, nel documentario Alla ricerca di Vivian Maier, firmato da Charlie Siskel e da quello stesso John Malof, oggi 30 anni, che a Panorama rivela i misteriosi retroscena della sua scoperta.

Quando ha acquistato quella scatola piena di rullini cosa ha pensato?
Non avevo idea di cosa avessi in mano. Li ho passati allo scanner e solo 6 mesi dopo ho capito che si trattava non di semplici buoni scatti, ma di arte. Li
ho pubblicati sul mio blog e la risposta è stata straordinaria. Se non fossimo nell’era dei social media, quello che racconto non sarebbe mai successo.

Lei non conosceva nulla di Vivian Maier? Nemmeno se avesse un parente vivo?
Sono partito dallo scoprire che era una "tata", una bambinaia, e la cosa mi ha sconvolto. Guardando le foto sembra impensabile. Pian piano, facendo il detective e intervistando molte persone, nel corso degli anni sono venuti fuori pezzi della vita di Vivian. È nata a New York nel 1926, nel 1951 ha iniziato a fotografare e nel ’56 si è trasferita a Chicago. Non aveva nessun legame con i suoi famigliari.

Ha condotto da solo la sua ricerca?
Ho dovuto chiedere aiuto a Charlie Siskel, produttore cinematografico e televisivo di Chicago che vive a Los Angeles (fra i suoi progetti il premio Oscar "Bowling for Columbine" di Michael Moore e "Religulous" con Bill Maher e Larry Charles, ndr). Avevo bisogno di qualcuno esperto nei documentari, che lavorasse con me.

Che pista avete seguito?
La pista è emersa strada facendo, mentre raccoglievamo informazioni su Vivian. Così abbiamo deciso di costruire il film mostrando esattamente come abbiamo scoperto le cose: passo dopo passo, attraverso incontri, viaggi, giornate passate nei depositi. Dalle chiacchierate con chi l’aveva conosciuta abbiamo capito che Vivian era una donna avventurosa, uno spirito libero. Nel suo lavoro di tata portava i bambini nelle zone povere dalla città, a vedere i recinti di bestiame da dove arrivava il cibo che mangiavano. Mostrava loro cose crude perché erano dei privilegiati.

Poi la vostra storia prende un’altra piega...
Sì, quando ci sono stati raccontati episodi che rivelano un carattere problematico: pare che Vivian picchiasse i bimbi e fosse terrorizzata dagli uomini.

Poi lei ha scoperto altre 700 pellicole in un magazzino...
Più altre 2 mila, questa volta a colori. A quel punto abbiamo scritto al Moma di New York, ma ci hanno risposto che non avevano spazio e che non trattavano artisti postumi. In un certo senso è comprensibile, si trattava di una cosa totalmente nuova.

Che idea vi siete fatti, in generale, di lei?
Non era una pazza. Crediamo che Vivian sapesse di essere una grande fotografa. Ma per mille coincidenze, e forse per la grande paura di essere rifiutata, non ha avuto visibilità.

Che cosa è stato di Vivian Maier?
Nel 2007, a 82 anni, è caduta sul ghiaccio, nel parco in cui si recava tutti i giorni: poi si è spenta a poco a poco in ospedale. Le persone per cui ha lavorato per anni, la cosa più vicina a una famiglia che abbia conosciuto, l’hanno fatta cremare e hanno sparso le sue ceneri nei campi in cui portava i bambini.

Questo lavoro di ricerca come ha influito sulla sua vita?
Non ero né un fotografo né un regista: è stata Vivian a trascinarmi nella fotografia. Con questo lavoro ho imparato a fare foto, ma anche a girare un film. Andavo a spasso per Chicago, dove si trovava la maggior parte delle persone da intervistare, con la mia macchina da presa. Oggi lavoro per l’archivio Vivian Maier e organizzo tutte le sue mostre nel mondo.

Ma grazie al film ha raccontato una storia davvero straordinaria.
Al di là del suo lavoro, la sola biografia di Vivian avrebbe meritato un film. Ma quello che fa la differenza, e che cambia le proporzioni della vicenda, sono le sue foto: così potenti da far capire che siamo fuori dall’ordinario.

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