Arte & Idee

Vitali&Vitali: la mostra di Giancarlo (il padre) curata da Velasco (il figlio)

Per la prima volta i due famosi artisti sono insieme: a Luca, in una rassegna, e in questa intervista doppia

VitaliApre

Stefania Berbenni

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Circostanze genetiche fanno sì che il figlio artista, di fama acclarata, sia il curatore della mostra del padre, famoso artista pure lui, per il quale, nei decenni, sono stati scomodati i nomi di Goya, Velázquez, Rembrandt, Soutine.

Le circostanze contingenti sono un’intervista a due voci, mai fatta prima, che a tratti ha il sapore di una resa dei conti da lettino dello psicanalista, perché Giancarlo Vitali, "il maestro", 86 anni, e Velasco, "il giovane maestro", 55, sono due maschi alfa, molto diversi, affaticati dal non riuscire a dirsi quanto si amano.

Lo farà per loro la mostra in questione, dall’11  giugno al 3 luglio alla Fondazione banca del Monte di Lucca nella città toscana, che si intitola per l’appunto Circo_stanze. How things come together: il padre ha lasciato carta bianca al figlio, il figlio si è immerso nella pittura del padre senza dimenticarsi né chi è il genitore, né chi è lui. Velasco ha usato le opere paterne per fare un’opera sua, ma l’anima è quella del genitore. La rassegna si annuncia sorprendente, giocosa (la citazione del circo), domestica, soprattutto profonda.

Lo si capisce dalla chiacchierata intorno al tavolo della casa di Bellano, il paese sul lago di Como narrato da un altro Vitali, Andrea, amico di famiglia.

"Mi hanno tagliuzzato qua e là, sono entrato e uscito dagli ospedali. Non sono più il Vitali di un po’ di anni fa", dice Giancarlo, il padre. "Questa frase era valida anche quando aveva 40 anni" commenta Velasco. "Sì, ma brontolando brontolando, mettevo giù qualcosa sul cavalletto. Adesso faccio il pensionato e non so neppure giocare a carte! La noia! Non l’avevo mai conosciuta prima d’ora. Sono tra l’arrabbiato e il depresso.

Si fa fatica a crederle.
In passato ho avuto dei momenti di depressione: riflettevo sulla mia pittura, mi capitava di tirare le somme, mi dicevo che avrei potuto fare meglio. Ma poi ripartivo. Invece adesso vado a letto sognando di fare. Mi sveglio la mattina e sto fermo.

Sono le energie che scemano?
La vecchiaia sta arrivando troppo in fretta. Sono cinque anni che non dipingo. Pasticcio, faccio qualche stupidata. Porca miseria! Le giornate sono vuote.

Quanta cupezza: perché?
Prima di fermarmi, stavo scivolando in una nuova fase: mi stavo cioè staccando, così mi pare, da quella che era una figurazione leggibile. Puntavo a inventare un linguaggio più astratto, pur tentando sempre di raccontare. Non sarei mai potuto essere un pittore astratto puro, ho bisogno di un linguaggio che si faccia leggere.

Un nuovo periodo artistico, che però non ha intrapreso.
Era una strada nuova, ho fatto i primi passi con dei funghi e dei fiori meno banali, se vogliamo. Usavo la mia solita tecnica: voltare la faccia di lato e sporcare il foglio o la tela senza guardare. Poi, usare la macchia di colore come partenza. Invece non succedeva nulla.

È sempre così severo con se stesso?
Ho tentato più volte, ma al momento del dunque vengo tempestato di domande: "Che cosa sto facendo? È giusto?". Una confusione. E non riesco a sbloccarmi.

E se si abbandonasse alla confusione?
Non è così facile. C’è il rischio di cadere nel gioco della pittura. Io ho bisogno di arrivare a qualcosa.

Ma almeno è contento della mostra di Lucca, curata da suo figlio?
Mi pare curiosa, interessante, divertente, da quel poco che Velasco mi ha detto. Le mostre fatte su di me, finora, hanno sempre seguito un filone. Mio figlio invece se ne è infischiato del racconto. C’è un misto di tutto, una specie di insalata russa: ha abbinato le tele seguendo il fattore pittura. L’intuizione mi pare bella. Una mostra così, la poteva fare solo lui: mi conosce, non è un curatore qualsiasi.

Finalmente siete vicini dopo decenni di percorsi lontani.
Più volte ci proposero di esporre insieme, giustamente mio figlio ha rifiutato perché sarebbe stata una gara stupida. In teoria, potremmo essere bravi tutti e due, ma saremmo stati sempre padre e figlio. Non sarebbe stata una competizione fra due pittori bensì fra genitore e figlio.

Mai stato geloso del successo di Velasco?
No di certo.

E lei, Velasco?
Un sentimento che non conosco.

Nel calarsi nei panni di curatore della mostra di suo padre ha usato la pancia o la sensibilità d’artista?
Questa mostra potrebbe essere l’occasione per "ammazzare" definitivamente il padre. Da artista, non posso dimenticare di avere nel mio Dna alcuni geni paterni. Dopo un percorso un po’ inquieto, mi sono in parte riconciliato con Bellano, le persone, mio padre.

Per la prima volta è curatore...
È come se ora me lo potessi permettere. Del resto, fin da bambino sono stato il "curatore" della produzione di mio padre, perché era sotto i miei occhi ogni giorno.

Che effetto si prova a fare un’opera con l’opera del genitore?
Non voglio firmare "un’opera", mi piacerebbe piuttosto prendere per mano il visitatore e accompagnarlo nelle stanze intime di mio padre.

Si sente libero di muoversi come vuole?
In gioco c’è il rispetto o il non rispetto del padre e dell’artista.

Che cosa significa?
Sono convinto che la pennellata o l’azione pittorica siano il modo per raccontare quello che sei. Io non ho bisogno di riconoscere mio padre in un bue squartato o in una natura morta, ho la presunzione di riconoscerlo in un frammento. Non è una macchia, come dice lui, ma la testimonianza del suo percorso. Sulla tela non si imbroglia.  

Parla di suo padre o degli artisti in generale?
Di tutti. A Lucca vorrei evitare la narrazione. Tanto che ho azzardato qualche provocazione.

Tipo?
L’uso di pareti colorate. O le assonanze fra le tele. Ho scartato tutti i quadri di "macelleria" per uscire dai cliché. Giancarlo Vitali è quello che fa i macelli, Velasco i cani. Che tristezza.

E allora?
So che lui non è quello che fa le carni. Da curatore, tento di ritornare il bambino che gli chiese che cosa fosse la fetta arancione nel quadro che sovrastava la nostra tavola: "È di una zucca?", "No, di un melone". La pittura non è la realtà. Magritte.

Cioè?
È rimettere in gioco la realtà. Una tela è un vero falso della realtà. Vorrei spostare il punto di vista su mio padre. Lui, a 86 anni, è un accumulo di perfetta grammatica artistica, potrebbe gettarsi in un gesto meno intenzionale.

Ha sentito che cosa dice suo figlio? Non vuole provare ad abbandonarsi alla confusione di cui si parlava prima?
Non puoi programmare, è qualcosa di spontaneo un comportamento così. Vorrei. Ho una gran voglia di fare. E Velasco, mischiando le opere, mettendole per esempio a testa in giù, sta facendo quello che anch’io mi divertivo a fare in segreto: voltare le tele, scegliere un particolare  che da solo sembrava un quadro astratto.

Che cosa ha provato quando è nato Velasco, il primo dei suoi tre figli?
Sono uscito dall’ospedale molto soddisfatto. Desideravo un maschio.

Poi sono arrivate due femmine: ha mai pensato che uno dei tre seguisse le sue orme?
Mi ha sempre sconvolto vedere che Velasco non prendeva in mano una matita neanche a piangere.  Un bel giorno, avrà avuto 18 o19 anni, si mette a disegnare. E bene. "Ma dove diavolo è stato finora?" mi domandai.

Poi è "esploso".
Si capiva che aveva talento. Ancora non condivido tutto quello che fa, cerco di rispettare la sua arte pensando che sono un matusalemme privo di una cultura per capire tutte le pagine che scrive. Io sono sempre stato un pittore fuori dal tempo, mi sono chiuso a Bellano, nel mio studio. Velasco ha fatto un altro tipo di vita.

Quale vita ha fatto lei, Velasco?
Quando ho capito che non era il mio mondo, ho chiuso, ho voltato le spalle. E ho fatto bene. In arte non c’è peggior cosa che imporsi qualche stile. Io mi stavo imponendo quello di mio padre.

Secondo lei, ha avuto ragione suo figlio ad "andarsene"?
Velasco ha capito che non doveva farsi contagiare da me. È stato bravo.

Gli ha mai dato consigli?  
Cane! che mi chiedesse una volta, non so, come lavare i pennelli?!? Solo quando arrivava Giovanni Testori (il famoso critico d’arte, ndr), ho avuto modo di vedere a cosa stesse lavorando. Se no, si ritirava su in mansarda e io non sapevo nulla.

Ma insomma, che cosa pensa di suo figlio in quanto artista?
Che certe volte va a cercare le genialità e rinnega le sue due qualità.

Quali sono, a suo dire?
Il disegno e il dipingere.

Senta, ma non è troppo severo con Velasco, oltre che con se stesso?
Mi sforzo di darmi dell’imbecille. Mi dico: "La colpa non è di Velasco, ma tua che non ci arrivi". E probabilmente è così.

Almeno è contento di questa mostra speciale padre & figlio?
Sì, sì. Lo sono.         

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