Arte & Idee

La Venere di Morgantina, sedotta e abbandonata

Gli americani l’avevano comprata di frodo, la Sicilia è riuscita a farsela restituire, ma è come se la tenesse in ostaggio

La testa della Dea Morgantina, ora esposta ad Aidone, nei pressi di Enna – Credits: ARCHIVIO ANSA /JI

Non la corteggia nessuno, le luci sono spente, la polvere si è già appropriata del suo panneggio di calcarenite, così la Venere o Dea di Morgantina è stata sepolta nuovamente. E lei che nel mito era stata rapita da Ade oggi è trattenuta come ostaggio qui ad Aidone, vicino a Enna, insieme ai suoi argenti, a unguentari, coppe e pissidi che la custode Lina dice siano sacri agli dei e che gli americani attendono di ricevere secondo accordi per esporli al museo Metropolitan di New York. «Ma qui non viene nessuno» ammette con dispiacere la donna che veglia la Dea ormai dal marzo 2011, quando il Getty Museum che l’aveva acquistata di frodo ha deciso di restituirla alla Sicilia, all’Italia, perché «è nostra figlia» spiegava l’allora ministro della Cultura Giancarlo Galan, e insieme a lui presidenti di regione e sovrintendenti, tutti convinti di aver liberato questa Venere dai boys statunitensi, tutti convinti di aver compiuto l’«operazione Argo» e che Malibu fosse Teheran, e non piuttosto quel museo dove la Dea era stata venerata, ammirata, desiderata.

Sarà con la stessa ribalderia di aver preso in giro il governo americano se oggi, con quello che l’assessore ai Beni culturali siciliani Maria Rita Sgarlata chiama un decreto «riequilibratore», la Sicilia si rifiuta di consegnare questi argenti e con essi altre 22 opere, tutte inserite in un catalogo che ne impedisce il prestito salvo fissare un tariffario per richiederle, insomma un riscatto che il burocratese indica «sulla base dello 0,50 per cento del valore assicurativo dell’opera attribuito insindacabilmente all’istituto prestatore», 300 mila euro per avere l’Annunziata di Antonello da Messina, 41 mila euro per il Satiro danzante, 79 mila euro per la Dea Nondi Morgantina.

E come spiega l’archeologa Flavia Zisa, docente all’Università di Enna, che non solo ha lavorato al Getty di Malibu, ma che è stata incaricata della «trattativa «per conto della Regione Siciliana, ebbene per la Zisa quel catalogo non è altro che «una scorciatoia all’incapacità di far vedere le opere». Ma è l’inadeguatezza, più dei protocolli, a dare ragione agli americani, la stessa inadeguatezza che fa chiedere provocatoriamente la restituzione della Dea sulle colonne del New York Times. Per venerare la Dea la strada più veloce è una provinciale e percorrendola si comprende subito perché anche i siciliani siano scoraggiati dal venire quassù. Se non fosse purtroppo necessario ripeterlo, non servirebbe descrivere queste strade dove la segnaletica orizzontale non è mai arrivata, mentre quella verticale è surrogata dalle prostitute nigeriane che si confondono tra arance e pneumatici esplosi e depositati sotto i salici. La stratificazione fa sobbalzare le auto, i rami degli alberi si sono appropriati del paesaggio e impediscono di vedere l’orizzonte.

Non è la natura che si riprende lo spazio, ma la natura che scaccia i visitatori, è la strada che i proprietari delle aziende agricole considerano come pascolo allargato dove allogeno è il turista. «Ma anche l’autostrada, che rimane la via più facile per raggiungere Aidone, è interrotta tra Piazza Armerina e Valguarnera, una galleria chiusa da sette anni» avvisa Angelo Drago, impiegato ai Lavori pubblici del Comune di Aidone.

Tutti sanno ad Aidone che la Dea (che è passata dai 21.883 visitatori paganti del 2011 ai 13.410 del 2012, e che il mese scorso è stata vista da appena un centinaio di persone comprese le scolaresche) non è reddito e rendita, tanto da far suggerire a Drago: «E se invece di riportarla ad Aidone avessimo chiesto al Getty un euro per ogni visitatore?». Lo sa pure l’assessore che difende la buonafede del suo decreto che non ritiene né protezionista, né oscurantista: «La Sicilia non è chiusa agli scambi di opere, purché basati sul principio di reciprocità. Certo, raggiungere Aidone non è semplice, tuttavia Aidone e lo straordinario sito di Morgantina distano pochi chilometri da Piazza Armerina, che è uno dei siti più noti e visitati d’Italia». Ma quelli di Aidone sono appunto numeri lontanissimi dai 172 mila visitatori paganti della Villa del Casale. Solo dopo cinque anni e quattro assessori, e questo è merito della Sgarlata, si è arrivati a un biglietto cumulativo che permette con un unico ticket la visita di entrambi i siti. E a chi parla di sinergia tra beni culturali si può portare come esempio proprio Piazza Armerina e Aidone che sono riusciti a dividersi su quello che rimane un default culturale, con Piazza Armerina che ha mal tollerato la politica del biglietto cumulativo; biglietto che inizialmente veniva staccato esclusivamente a Piazza Armerina.

«Solo casualmente, dopo un incontro con l’assessore, ho scoperto che anche Aidone poteva staccare il biglietto cumulativo, ma i nuovi biglietti erano depositati a Palermo dove nessuno del museo in tre mesi era andato a ritirarli» racconta il sindaco Filippo Ganci, che al contrario della Sgarlata vuole prestare fede alla parola data e consegnare agli americani gli argenti promessi. E si vergogna lui per primo della spazzatura che accoglie coloro che vengono a omaggiare questa Dea proprio all’ingresso del paese e di fronte agli scavi di Morgantina dove i randagi vengono a libare e mescere insieme a un vecchio di nome Valerio che vende mappe fotocopiate a cinque euro, «indispensabili», dato che quelle all’interno del sito sono tutte scolorite, come dice Gianni Papola, custode, che attende da tre anni qualcuno che le sostituisca.

Così come si attende qualcuno che ripristini la linea telefonica, che è stata sospesa. E se qualcuno volesse informarsi sugli orari d’apertura? «A discrezione della Telecom, a volte possiamo ricevere, altre volte il telefono è muto» si giustifica Papola, che annuncia a voce la chiusura per il 6 gennaio (come è accaduto il 25 dicembre e il 1° gennaio) e che di fronte ai randagi si chiede: «Ma che faccio, mica posso avvelenarli?». Nessuno della Sovrintendenza, o della Regione, si è premurato di predisporre una cartellonistica che oltre al museo sottolinei la presenza della Dea. La sua casa è in questo deserto tra solchi e grano dove nulla parla del suo culto, del suo ritorno, manca un pannello che la immortali.

Nello spazio antistante al museo (una piccola piazzola che può ospitare una manciata di auto) non ci sono turisti se non qualche sparuta presenza di abitanti del luogo, un solo bar che fa da sentinella, il più vicino luogo di ristoro se si eccettuano altri due ristoranti nel paese. Solo al cospetto della Dea si comprende cosa intendesse Walter Benjamin con quel «qui e ora» che stordisce lo spettatore di fronte a un’opera d’arte irriproducibile che i tombaroli trasportarono in Svizzera su un camion di carote e poi vendettero per 19 milioni di dollari agli americani.

Quando finalmente le luci si accendono si può ammirare l’ovale del viso, il naso scheggiato e camuso, e ancora tutta la sua rotondità, la pienezza dei polpacci, degli avambracci che sono di colore diverso, quasi tinti di iodio, come se circolasse ancora sangue. Vedendola si perdona e si comprende quello che diceva lo storico Thomas Hoving quando parlava dei capolavori come stupefacenti che creano dipendenza da placare anche con il traffico clandestino. E però Aidone non trattiene la Dea come hanno sempre fatto gli ammalati dell’arte, che collezionavano le opere per godersele e proteggerle, insomma la malattia del collezionista del Reich Cornelius Gurlitt o del battitore d’asta Victor Goldman de La migliore offerta, il vizio dei magnati come Gianni Agnelli, i Guggenheim, Bernard Arnault... E Antonio Rabito, che è uno dei dirigenti del museo, non ha dubbi che la Dea debba restare, e cita un adagio siciliano: «Questa è casa mia, cu voli veniri, veni».

Lo stesso concetto che in maniera raffinata sintetizza la Sgarlata: «Non condivido l’imperante mitologia dei numeri. Il grande museologo Georges-Henri Rivière affermava che il successo di un museo non si misura dal numero di visitatori che riceve, ma dal numero dei visitatori a cui insegna qualcosa. Converrà che raggiungere la Dea nel suo contesto è esperienza diversa che guardarla esposta a fianco di altri capolavori all’interno di un museo». In questo suo contesto, come lo definisce l’assessore, la dea viene celata a più occhi possibili, insieme a suoi seni pieni come le melagrane, al peplo che le affusola il corpo e che gli studiosi definiscono «effetto bagnato». La Dea è il trionfo delle forme, è erotica come Emmanuelle Seigner ne La venere in pelliccia di Roman Polanski.

Tuttavia il piccolo Comune di Aidone l’ha voluta, questa Dea, e prova ne sono i 35 mila euro presi dal bilancio sempre più anemico per allestire la sala che la ospita, la donazione della scuola che sta dinanzi al museo e che dovrebbe nelle intenzioni della regione diventare un museo ancora più grande. Nella dea credono anche i privati lontano dall’isola, unico sollievo per il sindaco, che ha appena ceduto a un gruppo modenese un immobile per 700 mila euro, lo stesso gruppo che promette ad Aidone un investimento da 20 milioni che sarebbe ambrosia in questo paese di 5 mila abitanti di cui 500 a carico della Regione e del solito sussidio forestale.

Ma come è possibile che due anni non siano bastati per avere quello che qualsiasi museo si sarebbe premurato a fare? Non esiste un bookshop, solo un piccolo negozietto di merchandising che è fuori dal museo, anche il più elementare ricordo di un’apparizione come quello della Dea è appaltato ai telefonini. Dovrebbe saperlo il governatore Rosario Crocetta che non esiste emendamento che possa nascondere il fallimento di quest’operazione patriottica, il mancato profitto di un bene che non basta solo custodire, ma che è doveroso trasformare in profitto ed estetica.

La Dea di Morgantina restituita dagli americani dovrebbe essere considerata alla stregua di un prestito che finora la regione non è riuscita a estinguere. E allora forse è arrivato il momento di tassare la Sicilia per ogni visitatore che non riesce ad attrarre, fissare un tetto minimo di visitatori come obiettivo per cui la regione debba essere «multata». Insomma, considerare il fallimento culturale come un reato, la procedura d’infrazione dell’Italia all’Italia.

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