Immatricolazioni in calo: a cosa serve l'università

Il j'accuse di un intellettuale-rettore sui mali dei nostri atenei

Credits: Imagoeconomica

di Giovanni Puglisi*

Negli ultimi anni le università italiane assistono, per la prima volta dal dopoguerra, a un significativo calo delle immatricolazioni, rispetto alle quali il Cun (Consiglio universitario nazionale) dichiara un decremento del 17 per cento in 10 anni, con una perdita di oltre 70 mila iscrizioni ogni anno. Senza alcuna enfasi, si tratta di dati eloquenti, che denunciano una crisi strutturale dell’intero sistema dell’istruzione e della ricerca e svelano la drammatica difficoltà, tanto dei singoli atenei quanto del Paese nel suo complesso, di affrontare compiutamente le vere sfide poste dall’attuale società della conoscenza.

Mi riferisco, in particolare, alle difficoltà che i nostri atenei incontrano nel dare compiuta attuazione all’articolo 33 della Costituzione repubblicana, che prevede l’autonomia delle istituzioni di alta cultura, università e accademie; mi riferisco, in secondo luogo, all’incapacità delle nostre università di attrarre contributi privati per la ricerca, che in Italia corrispondono solo allo 0,2 per cento del pil, contro lo 0,6 del Giappone e l’1,2 degli Stati Uniti d’America; mi riferisco, ancora, alla fatica con la quale gli atenei italiani affrontano la necessità della propria internazionalizzazione, resa improrogabile tanto dalle direttive dell’Ue quanto da una comunità scientifica e da un mercato del lavoro sempre più globalizzati. Una fatica mascherata nel dibattito pubblico dalla insipiente e sterile polemica sull’uso della lingua inglese in taluni corsi di laurea. Questa querelle diventa però evidentissima quando si considera la pessima posizione occupata dalle nostre università nelle classifiche internazionali e, ancor di più, quando si posa l’attenzione sulle regole, spesso poliziesche, poste dalle autorità consolari per quanti vogliono venire a studiare nelle nostre università.

Faccio, però, riferimento soprattutto al vero e proprio tradimento, a opera della maggior parte delle nostre università, in nome e per conto del sistema Paese, del patto di fiducia contratto con i propri studenti e le loro famiglie: quel patto secondo cui, ad anni di proficuo impegno nello studio da parte dello studente e di sacrifici economici da parte delle famiglie, dovrebbero seguire, se non gratificazioni economiche e soddisfazioni professionali, almeno qualche certezza occupazionale e la possibilità di trovare, per così dire, il proprio posto nella società.

Solo una ricomposizione di questa fiducia tradita potrà invertire il trend negativo delle immatricolazioni e consentire al nostro Paese di non retrocedere ulteriormente nella propria capacità di produrre creatività e innovazione. Per quest’opera non sono però sufficienti le sole università: occorre un impegno sinergico e strategico di tutto il sistema produttivo del Paese.

Mi adopero comunque incessantemente in prima persona, nella "palestra" che mi è più agibile, la Libera università di lingue e comunicazione Iulm di Milano, per ricomporre quel patto, attraverso una costante politica di incentivazione del merito che possa alleviare, tramite borse di studio per i più meritevoli e l’istituzione di una "Fascia zero" nella tassazione per l’immatricolazione di studenti meritevoli e con reddito molto basso, il peso sulle famiglie; mi sforzo di ricostituire quella fiducia attraverso l’individuazione di percorsi formativi strettamente aderenti alle necessità occupazionali dei mercati più aperti e redditività. Cito per tutte la nuova facoltà di Arti, turismo e mercati, che si propone come un punto di riferimento per i futuri professionisti della gestione e valorizzazione del patrimonio culturale Unesco e non solo. Un settore che, includendo il turismo, corrisponde a oltre il 15 per cento del pil nazionale.

I risultati, a oggi, sembrano darci ragione: con un aumento del 7,9 per cento degli immatricolati nei corsi di laurea triennale e un tasso di occupazione a un anno dalla laurea magistrale del 78,4 per cento (superiore del 19,4 alla media nazionale), almeno la Università Iulm appare in netta controtendenza rispetto ai dati generali del Paese.

Ma la strada da percorrere è ancora lunga un po’ per tutti e gli studenti italiani meritano tutti – nelle università statali come in quelle private o non statali (come si preferisce chiamarle), nel Sud come nel Nord della Penisola – una formazione più adeguata e un futuro sicuro.

*rettore dell’Università Iulm

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