Uli Sigg, il gigante svizzero dell'arte cinese

Ex ambasciatore elvetico nella Repubblica Popolare, col suo fiuto ha messo insieme la più grossa collezione d'arte dedicata ai maestri del colosso asiatico. Che ora sarà il perno dell'M+ di Hong Kong, ovvero il Moma dell'Asia

Stefano Pirovano

-

Il nome dell’architetto che costruirà l’edificio del museo M+ di Hong Kong, ovvero il Moma del continente asiatico, doveva essere annunciato entro maggio. Poi la data è slittata, ed è attesa a giorni. Intanto Panorama ha incontrato l’uomo che sarà uno dei pilastri del museo: il famoso collezionista svizzero Uli Sigg, che in 20 anni ha raccolto un patrimonio d’arte cinese stimato quasi 170 milioni di dollari. Circa 2 mila opere, di cui 1.468 sono state donate al nascente museo, che in cambio si è impegnato a comprarne un gruppo di 47 per 22,7 milioni di dollari. Delle 485 opere rimanenti, la metà è stata donata a una fondazione dedicata all’arte cinese che lo stesso Sigg, ex ambasciatore della Svizzera in Cina, ha creato in patria.

Nel progetto dell’M+ si legge che il museo opererà "dal punto di vista di Hong Kong, ma con una prospettiva internazionale". Che cosa significa?
Vuol dire che il modello sarà concentrico: dopo avere mappato il territorio artistico locale, ovvero quello di Hong Kong, si passa a una scala più grande, cioè la Cina. Ma poi si guarderà oltre, verso il Giappone, la Corea del Sud, Singapore e l’Indonesia, che nel futuro potrebbe rappresentare la cultura più forte. Arrivati a questo punto, si dovrebbe essere capaci di andare oltre l’Asia.

Vuol dire che il museo esibirà in futuro anche arte occidentale?
Posso rispondere di sì, anche se ovviamente non sono autorizzato a parlare a titolo dell’M+.

Perché ha deciso di collezionare arte cinese?
Quando arrivai in Cina, mi resi conto che nel più grande spazio culturale del mondo nessuno raccoglieva arte contemporanea. Mi sembrò strano. Sarebbe stato come andare a Parigi e non trovarci nemmeno un quadro impressionista. Così ho cominciato a collezionare come se fossi un’istituzione, dimenticando il mio personale gusto e sapendo che un giorno avrei restituito la mia collezione al suo paese.

Come crede sia cambiata l’arte cinese da quando ha acquistato la sua prima opera?
Ho iniziato negli anni 90, però osservavo la scena già da almeno 20 anni. Dopo i fatti di piazza Tienanmen gli artisti hanno reagito con un realismo cinico e per certi versi pop. È stato un riflesso alla delusione venuta dopo un periodo di relativa libertà. Poi, alla fine del decennio, con l’aprirsi della società cinese al mondo esterno, gli artisti si sono proiettati sulla scena internazionale: internet, viaggi, globalizzazione, cultura mainstream. Ora è il momento del ritorno alla tradizione.

Può fare qualche nome?
Feng Mengbo: egli considera la tradizione ma ha lo sguardo proteso al futuro. Insieme abbiamo messo a punto un software capace di riprodurre il tipo di prospettiva usata dalla pittura cinese antica, assai diversa da quella occidentale basata sul punto di fuga. Ma ci sono anche artisti, come Zhou Tiehai, che dopo essere ritornati al passato si sono accorti che questo ritorno non era altro che un bel sogno.

Quale ruolo gioca il mercato?
Per alcuni è un fattore di resistenza, per altri è una motivazione. Certo è che molti, dopo avere inseguito i grandi temi dell’umanità e della politica, hanno preferito seguire la ragione del denaro. Si consideri pure che lo sviluppo in Cina è iniziato di fatto solo alla fine degli anni Settanta, e allora, in effetti, si producevano opere in grave ritardo rispetto alla scena artistica internazionale. Ecco perché in quel periodo non avevo interesse a collezionare arte cinese.

Quali affinità trova fra gli artisti contemporanei cinesi e quelli americani?
Entrambi operano in un ambiente culturale fortemente connotato. Poi c’è la questione delle dimensioni, che tendono sempre verso il grande formato.

Crede che nell’arte di oggi abbia ancora senso parlare di capolavori?
In Cina certamente sì. Qui una collezione è concepita come una collana di perle. Ma anche una collana di perle ha bisogno del giusto contesto, senza il quale anche il grande capolavoro può diventare noioso. È bene dire, però, che oggi nel mondo vedo raramente collezioni focalizzate su un orientamento preciso.

Al di là dell’arte cinese, quale altro tipo di opere le piacerebbe collezionare?
Di certo qualcosa che sia al di fuori delle maggiori tendenze internazionali.

E che opinione ha del sistema dell’arte contemporanea?
Ci sono molti sistemi. A volte bisogna guardare al paese, altre volte si deve prendere in considerazione lo spazio culturale.

E per quanto riguarda l’Italia?
Presumo che sia principalmente di tipo occidentale: i pochi grandi player continuano a crescere, mentre gli altri andranno a estinguersi.

Sa fare il nome di qualche artista contemporaneo italiano?
Conosco gli artisti delle generazioni precedenti, per esempio quelli dell’Arte povera. Ma tra i più giovani non saprei dire alcun nome.

Leggi Panorama on line

© Riproduzione Riservata

Commenti