Doppio tributo al maledetto Boldini

Forlì e Ferrara celebrano il cantore della modernità

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Antonio Carnevale

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Quando, nel 2010, Sotheby’s aveva battuto per oltre sei milioni e mezzo di dollari un capolavoro di Giovanni Boldini, qualcuno poteva aver pensato che l’artista fosse appartenuto da sempre al catalogo degli indiscussi mostri sacri dell’arte. In effetti la fortuna non era mancata. Morto ricco (a Parigi, nel 1931), aveva impiegato un solo anno, nel 1871, per accreditarsi come l’artista più alla moda (e il più caro) di tutta la Francia. Eppure per troppo tempo, almeno fino a 30 anni dopo la sua morte, la critica italiana gli è stata nemica giurata.

Accusato di fare «industria più che vera pittura», di aver «messo l’arte al servizio del pubblico e il culo alla finestra», era considerato colpevole non soltanto per il tradimento dei Macchiaioli, il tocco spedito, i «colori inventati» e quello stile che fondeva modelli antichi e nuove caricature. Qui da noi, al parigino d’adozione non si perdonava soprattutto (con il paraocchi della morale e dell’ideologia) d’aver interpretato Lo spettacolo della modernità. E non è un caso se proprio questo è il titolo della mostra che i musei di San Domenico a Forlì gli dedicano dal 1 febbraio al 14 giugno 2015, a cura di Francesca Dini e Fernando Mazzocca.

La modernità vera di Parigi, infatti, quella trasformazione che l’avrebbe imposta nell’immaginario occidentale come la città borghese, liberale, laica e civile per antonomasia (la stessa per cui tutti abbiamo detto «Je suis Charlie», per esempio) era un miracolo culturale (e urbanistico) che, nato nel Settecento, si completava proprio mentre Boldini muoveva i primi passi fra i nuovi grand boulevard. In quegli anni di slanci, egli non è stato soltanto la facile facciata della Belle Epoque, tutto carrozze, caffè all’aperto e ricche demimondaine. Con la sua pur gustosa superficialità, ha avuto anche il merito di cogliere, meglio e prima di altri, l’essenza di una società e di uno stile di vita nuovi.

Ma il pittore va preso come un suo svolazzo. A chi lo chiamava «finto», «tutto istinto e mestiere», Diego Martelli opponeva che quello «gnomo» (era basso e brutto fin quasi alla deformità) è «un tale ammasso di falso e di vero che bisogna prenderlo così com’è, e non farci sopra delle teorie». Ed è con quello sguardo che ora conviene guardarlo: a Forlì dall’1 febbraio (la mostra è fra le più grandi mai dedicategli), ma anche a Ferrara, sua città natale, dove altri suoi dipinti sono da pochi giorni al Castello degli estensi. Due mostre, oltre 350 opere, che sono un sacrosanto risarcimento per uno dei nostri migliori cervelli (o pennelli) in fuga.

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