La Torre di Pisa, che copre, che copre...

Il monumento attira ogni anno milioni di visitatori ma mette in ombra e divora le altre meraviglie della città

Antonio Carnevale

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Bellissima la Torre di Pisa, certo. Ma bisognerebbe incartarla, come fosse un enorme salame. Ci vorrebbe Christo, l’artista che va in giro per il mondo a impacchettare monumenti. Lo si dovrebbe nascondere per un po’ quel campanile sbilenco: sarebbe l’unico modo, forse, per ridare dignità a quanta arte sta là sotto, ma è puntualmente trascurata, maltrattata.

Due milioni di turisti, ogni anno, sono in piazza dei Miracoli per una foto a quel feticcio che pende. Ci stanno un’ora e mezzo al massimo, tanto concedono i tour operator dei pullman sul percorso Firenze-Siena e le navi da crociera di scalo a Livorno. Tutti a scattare una foto col braccio alzato che pare reggere la torre. Tutti ad accalcarsi fra battistero e cattedrale. Architetture stupende, d’accordo, eppure, a due passi nel camposanto a ridosso della piazza il flusso tracolla. Non importa che lì dentro ci siano, fra gli altri, gli affreschi di Buonamico Buffalmacco, ciclo fra i più importati della pittura italiana del Trecento. Nessuno si cura neppure dei disegni preparatori per quegli affreschi, poco oltre, nello splendido e tecnologico Museo delle Sinopie. E nullo, rispetto alle potenzialità, è il pubblico nel vicinissimo Museo dell’Opera del Duomo, superbo scrigno di scultura che meriterebbe un viaggio anche soltanto per vedere la Vergine con bambino in avorio scolpita da Giovanni Pisano.

Un insulto, questa indifferenza, rivolto anche al lavoro dell’Opera della Primaziale pisana, ente non-profit che quotidianamente si adopera per valorizzare e conservare tutti i monumenti e i musei della piazza. Ma è allontanandosi da questo crocicchio di architetture che la situazione peggiora davvero. E qui la follia della fretta e della cecità cede il passo alla gestione trascurata di antiche chiese e monasteri.

Drammatica, per esempio, è la situazione della chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno, fondata nel 1030, chiamata "duomo vecchio" dai pisani e immortalata dai fratelli Taviani nel film Goodmorning Babilonia. C’è voluta la protesta del parroco per dare l’allarme, direttamente nelle caselle della posta dei parrocchiani: "La chiesa sta crollando, ci vogliono 270 mila euro per metterla in sicurezza". Per recuperarla, poi, di euro ce ne vorrebbero oltre 2 milioni. Nessuno li mette. E il monumento è lì, transennato all’esterno, puntellato all’interno da centinaia di tubi portanti, inagibile e abbandonato al tempo che ne erode la bellissima facciata attribuita a Giovanni Pisano e gli affreschi ora protetti alla meglio da tavole di compensato.

Stessa sorte per la piccola Cappella di Sant’Agata, appena dietro la chiesa, altrettanto inagibile, popolata solo da gatti e piccioni, abbandonata fra i loro escrementi mentre le erbe infestanti si mangiano le antiche pietre.

Fra le colline, a una quindicina di chilometri da Pisa, umidità, infiltrazioni d’acqua e muffe stanno nel frattempo uccidendo la Certosa di Calci. Fondata nel secondo Trecento, rimaneggiata nel Settecento, è ancora oggi bellissima, eppure disperata nella sua deriva fra porte che si gonfiano, affreschi che si staccano, i tetti delle celle dei monaci che si sbriciolano. I guai dilagano: si potrebbero compilare lunghi elenchi di monumenti dimenticati nella provincia di Pisa, dal Tumulo del principe etrusco al Monastero agostiniano di Nicosia, dalla chiesa di San Martino al bagno a Uliveto Terme fino a quella di San Jacopo a Zambra.

Perché nessuno interviene? Recuperate e riportate all’attenzione pubblica, queste architetture, con i tesori d’arte che custodiscono, potrebbero suggerire nuovi percorsi di scoperta, attivare inediti flussi turistici, ridare linfa a un intero territorio. Invece tutto tace. Le guide più recenti neppure citano più alcuni di questi siti. Le proteste di soprintendenti e storici dell’arte non superano gli steccati della stampa locale o specialistica. L’incuria divora la storia. L’oblio si mangia tutto. E qui, come in altre parti d’Italia, un pezzo del nostro patrimonio rischia di scomparire rapidamente, non soltanto dalla nostra attenzione.

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