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Suicidio assistito: giusto regolarlo?

L' "accompagnamento" alla morte dei malati terminali che lo chiedono non è più un tabù in molti paesi occidentali. Alcuni motivi per essere d'accordo e altri per temere la legislazione in materia

Dal film "Kill me, please" di Olias Barco, ambientato in una clinica dei suicidi

Non è passato molto tempo da quando il film di Marco Bellocchio, Bella addormentata, ha riaperto il dibattito in Italia sulla delicata questione dell’eutanasia e del fine vita. Che torna in questi giorni ad occupare l’attenzione dei media internazionali in vista del referendum che il mese prossimo chiederà agli elettori del Massachussets di esprimersi su un argomento altrettanto delicato, quello del suicidio assistito. Per decidere se i malati terminali con meno di sei mesi di vita abbiano o meno diritto di rivolgersi ad un medico per ottenere assistenza al suicidio.
L'Economist la scorsa settimana ha fatto il punto sullo stato attuale delle legislazione in materia, che ammette il suicidio assistito solo in un numero circoscritto di Paesi e in presenza di particolari condizioni. Negli Stati Uniti, infatti, è consentito solo in Oregon e Washington e solo per i malati terminali, mentre in Europa, oltre che nel Lussemburgo, è consentito in Belgio, Olanda e Svizzera, anche in caso di malattie non terminali che causino tuttavia gravi sofferenze fisiche o psichiche.  Come ha raccontato nel 2010 il discusso film Kill me, please del regista belga Olias Barco, nerissimo e grottesco, ambientato in una clinica dei suicidi.

Favorevoli e contrari
Nell’analizzare a freddo la questione del suicidio assistito dei malati terminali, che differisce dall’eutanasia perché la morte viene inflitta per mano del soggetto interessato e non di terzi (coinvolti appunto solo nell’assistenza medica e amministrativa), The Economist riscontra un’inversione di tendenza nell’opinione pubblica laica, che sarebbe sempre più propensa alla legittimazione del suicidio assistito, sensibilizzata anche da casi mediatici particolarmente delicati. Come potrebbe essere stato, per intenderci, quello di Eluana Englaro in tema di eutanasia e testamento biologico in Italia.
Una forte resistenza alla legittimazione del suicidio assistito, invece, si registra da parte degli organismi religiosi che rimettono solo a Dio il diritto di vita e quindi di morte sugli uomini, da parte di alcune associazioni mediche che ritengono tale pratica contraria al giuramento di Ippocrate e da parte di chi solleva la preoccupazione più generale che la legittimazione del suicidio assistito dei malati terminali potrebbe degenerare in uccisioni su larga scala. Argomentazioni alle quali The Economist obietta affermando che il punto di vista di alcuni gruppi religiosi non può limitare la libertà di chi non ne condivide la fede, che il giuramento di Ippocrate non è universalmente seguito e che nei Paesi in cui il suicidio assistito è consentito il numero di suicidi effettivi resta molto basso, senza effetti epidemici.

Preoccupazioni
Certo, all'Economist non nascondono una certa preoccupazione per i malati non terminali affetti solo da disturbi psicologici: per esempio i malati di depressione, che, una volta guariti o recuperati a condizioni ai loro occhi accettabili, hanno dichiarato il proprio sollievo nel non avere avuto facile accesso al suicidio in fase di sofferenza emotiva.

Tuttavia il settimanale inglese ribadisce la propria posizione liberale in materia di legalizzazione del suicidio assistito, almeno per chi è già vicino alla fine naturale dei propri giorni a causa della malattia. Una posizione a sostegno della quale parla di dignità, diritto alla vita e diritto alla morte, di sofferenza insopportabile, persino di etica medica, religione e fede. Ma mai di speranza.

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