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Siamo tutti qabbalisti...

...purché si dimentichino Madonna, numeri magici e misteri. Lo studio della Bibbia non è una moda ma un percorso per non dimenticare le certezze. Parola dell’ultimo profeta, Haim Baharier

Haim Baharier (Credits: Olycom)

«Le buone domande non hanno risposta. Le altre invece non la meritano». L’inizio è sempre un enigma con Haim Baharier, matematico, psicoanalista, imprenditore, consulente di capitani d’industria ma soprattutto fra i massimi esperti di Qabbalà. L’ultimo feticcio, l’estremo appiglio, l’ennesimo incantesimo di un Occidente sempre più alla deriva.

Un enigma che inizia a sciogliersi quando Baharier apre le porte del Centro Binah, letteralmente «conoscenza», la seconda delle dieci Sepirah, gli zaffiri d’energia per mezzo dei quali Dio agisce nel creato. Offrendoti una San Pellegrino ghiacciata nell’afa mattutina della Milano d’inizio agosto. «Madonna e la Qabbalà? Poverina, non sa quel che fa. Però vedrà come avrà fortuna questa idea di Qabbalà da rockstar».

In realtà Qabbalà è la luce che si origina dal testo biblico. In che senso, però?

Nel senso che è un sistema di interpretazione della realtà che s’accende solo se c’è un sapere preliminare. Un po’ come per leggere Edmund Husserl, bisogna prepararsi bene. Qabbalà è un’invocazione, un ritorno allo studio serio e non a promesse magiche.

Cosa significa letteralmente Qabbalà?

Vuol dire «ricezione». Però, nell’ebraico «p» e «q» possono essere sostituite e quindi la parola diviene «raddoppio», ovvero «approfondimento». È come se, una volta interpretata, una parola si addormentasse, se le venisse praticata una sorta di anestesia. È così che da Adamo nacque la donna, dalla parola uomo che si era addormentato.

Quando inizia la Qabbalà?

Ci sono due rami. Uno nasce con il Cristianesimo, ovvero dall’incontro tra l’ebraismo e i «neri», cioè i filosofiche erano frange estreme della filosofia greca. Dall’altro invece si tumula, si nasconde per rinascere nel 1200 in Spagna e in Provenza. Questo secondo approccio si chiama esoterico, anche se non c’è niente di più lontano dalla mistica del buco della serratura (sorride).

La Qabbalà non è una disciplina del mistero, dunque?

Il mistero è assente dalla Qabbalà. Anche perché «mistero» è un concetto cristiano, che per me implica cose poco chiare. Qui tutto è più semplice: la Qabbalà è una lunga preparazione al linguaggio e alle sue perversioni. Se si fosse fatta attenzione al linguaggio tedesco degli anni Venti, alle sue degenerazioni, si sarebbe potuto prevedere che sarebbe arrivato il nazismo.

Molti pensano che Qabbalà e numerologia siano sinonimi.

Davvero? In realtà la numerologia si fonda sul fatto che nell’ebraismo le parole sono anche numeri. Hanno una stessa energia aritmetica, quindi l’orizzonte dell’una e dell’altra si cumulano, arricchendosi a vicenda.

Come si riconosce un maestro di Qabbalà?

Semplice, non si riconosce. Anche perché nessun cabalista ammetterebbe mai di esserlo, né di scrivere libri sulla Qabbalà. Si farebbe prima uccidere, per non rischiare il ridicolo di essere preso per un mago da tre soldi.

Oggi però c’è un fortissimo interesse per questa disciplina. Perché?

Credo per due motivi, o meglio per due parole. La prima è «claudicanza», un termine che viene dalla patologia medica. La Qabbalà ci riporta a un principio di claudicanza, la perfettibilità intesa come percorso. Mi si dirà che non sempre la via è percorribile, che esistono delle lesioni irrimediabili. E io invece rispondo che sono proprio le menomazioni, le pecche, i difetti congeniti, le ferite interiori a renderci spiritualmente forti e ambulanti, in cammino. La claudicanza dunque fa parte della nostra integrità. La considero cifra dell’umanità, condizione comune a tutto il genere umano.

Una condizione di disagio…

Al contrario. Ricordo una frase che mi disse mio padre quand’ero un ragazzino timidissimo e tra la gente me ne stavo sempre addossato al muro. Papà diceva: «Non farti così piccolo che non sei così grande». A suo tempo non capivo. Ci ho messo anni ad afferrare il senso di quella frase che ha a che fare con il trovare la propria umiltà. Gli autentici «piccoli», i veri claudicanti, sono quelli sempre pronti nella vita a disfarsi in un attimo del loro bagaglio di certezze, delle loro corazze; soltanto «i grandi» ne sono capaci. Chi si ritiene perfetto è l’integralista, colui che è convinto di possedere la verità. Se scegli la corazza sei come un granchio: lo scheletro che hai come guscio ti lascia molle dentro, e ti mangiano. Per il claudicante è più preziosa una domanda che la risposta, poiché il claudicante sa che le buone domande non hanno risposta e le altre non meritano risposta.

E la seconda parola?

«L’economia di giustizia». Noi israeliti festeggiamo lo shabbàt, che non è una domenica che cade di sabato. È il giorno in cui, dopo i sei giorni laboriosi della Creazione, viene sancito il ritiro di Dio; nel deserto, quel giorno, non cadeva la miracolosa manna. Un giorno in apparenza carente, imperfetto. Ma la Bibbia dice che il giorno prima, di venerdì, ne cadeva in giusta misura anche per il giorno dopo e solo per quel giorno: non si poteva metterla via, farne dispensa o commercio, speculazione.

È questo equo traboccare del prima sul dopo che può indicarci una nuova strada, l’economia di giustizia appunto. Molto del danno di oggi ci viene da chi ha accumulato denaro e giustifica le sue aspirazioni alla ricchezza adducendo il benessere comune. In ebraico la parola «damìm, denaro» è il plurale della parola «dam, il sangue». Il valore del denaro come il valore del sangue consiste nella sua capacità di circolare. La moneta deve tornare a essere unità di scambio e non misura della ricchezza; se non circola non svolge la sua funzione di scambio e non serve a nulla. Dico bene, circolazione e scambio, no di certo la circolazione extracorporea della finanza d’assalto…

Come può aiutarci la Qabbalà nella crisi attuale?

Molto. Qualcuno dice che dopo le dissipatezze del passato occorre sapersi limitare in felicità. Non sono d’accordo. Perché smentire tutto ciò che finora siamo stati con un sorriso forzato? Le cicatrici, le storte, le zoppie acquisite nel cammino sono merce preziosa. Ma la merce più preziosa di tutte è l’aspirazione anche folle che ci ha spinto a pensare e a realizzare in grande. Uno stupore e un afflato che dobbiamo preservare e dirigere altrove. Perché la claudicanza non è lo zoppicare compassionevole di chi si rassegna a stare fra gli ultimi ma di chi va fiero della propria menomazione. Perché grandezza e precarietà non sono in alternativa ma costituiscono il modus vivendi dell’uomo responsabile.

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