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Neo severità: cattivi maestri o pessimi allievi?

Oggi la fermezza è diventata un tabù perché siamo una società fragile che non offre più riferimenti ai giovani

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Cattivi maestri o pessimi allievi? Tramontati gli anni di piombo, e ormai al lumicino anche quelli fluidi, oggi la frase è cambiata: sono i professori (troppo) severi o gli studenti (troppo) fragili? La risposta è difficile. Non solo per i presidi, che hanno comunque iniziato a penalizzare i docenti troppo severi, la correzione trasversale dei compiti, la «più equità». Ma soprattutto per i politici, sulla cui preparazione generale sappiamo sempre di più grazie ai test dell’indispensabile Sabina Nobile delle Iene. «Buongiorno onorevole, mi sa dire chi è Hamas?». «Guardi che in Italia dobbiamo cambiare tutto, a partire dal sistema giuridico e finanziario». «Sì, ma sa cosa è Hamas?» «Grazie e buon lavoro».

I dati del Censis ci ricordano che non siamo su Scherzi a parte. In Italia infatti l’11,9 per cento degli iscritti al primo anno delle scuole superiori abbandona gli studi. Un fenomeno che se tocca i picchi in Campania (13,8 per cento) e in Sicilia (14,6 per cento), attesta una media nazionale del 26 per cento di studenti che non arrivano alla maturità, andando anche a ingrossare le file della criminalità organizzata. D’altra parte quelli che ce la fanno si piazzano agli ultimi posti nelle classifiche europee, centrate purtroppo non solo sulla competenza scientifica, secolare bestia nera di una cultura (che si ritiene) umanistica e liberale. Con buona pace delle teorie di Benjamin Spock, il pediatra che credeva nel laissez-faire.

Che fare?, quindi, si chiederebbe Lenin, altro discutibile maestro che per giunta qui copiava un titolo del compatriota Nikolaj Gavrilovj Cernycevskij. Se la meritocrazia è stato il mantra retorico (inapplicato) degli ultimi trent’anni di liberalismo, i cui prodotti sono sotto gli occhi di tutti, l’idea di una neoseverità rinasce politicamente in Francia. Per puri scopi politici, fu l’allora in ascesa Nicolas Sarkozy a farsi promotore di una critica serrata al ’68 e le sue eredità, mettendo a tema l’idea di un ritorno all’ordine, alla disciplina, al merito nella scuola dopo decenni di permissivismo e di lassismo pedagogico. Troppi e profondi erano i danni che avevano provocato alla società tre decenni di «vietato vietare» e discredito di ogni autorità. Come spesso accade, non si andò al di là dei buoni propositi, perché una vera riforma in senso meritocratico dell’istruzione non avvenne. Nemmeno in Francia, paese che peraltro gode di una tradizione di grandi scuole.

In Italia, se non c’è alcuna seria politica scolastica e di riqualificazione del corpo docente è anche perché quest’ultimo ci ha messo del suo in termini di ostruzionismo. Dai tentativi di Luigi Berlinguer a quelli di Letizia Moratti, fino alla (ingiustamente) «famigerata» riforma Gelmini, che se fosse stata davvero applicata avrebbe liberato la scuola dalla dittatura dei bidelli, il corpaccione della pubblica istruzione ha sempre opposto netti rifiuti a ogni apertura seria alla libertà d’insegnamento, alla valutazione degli insegnanti, alla competizione fra istituti secondo parametri sperimentati nel resto d’Europa.

D’altra parte, l’evoluzione del capitalismo globale ha creato un contesto in cui il lavoro che si svolge non è più legato al ruolo che esso rappresenta nella società. Dunque anche i moltissimi docenti seri, autorevoli e preparati si trovano a vivere uno status economico e simbolico che non conferisce loro l’autorevolezza necessaria per essere rispettati, per rendere convincenti e pregnanti i loro discorsi, legittimando così la severità nell’applicarli. Come far comprendere che il senso della dedizione alla verità e dell’indipendenza di giudizio passano attraverso lo studio degli integrali o il ruolo delle banche nella guerra dei Trent’anni, se nella vita reale i criteri di ascesa sociale sono l’apparenza e l’assoggettamento al pensiero dominante?

Qualche anno fa Bernhard Bueb, un filosofo tedesco per trent’anni direttore di un prestigioso collegio, scrisse Elogio della disciplina (Rizzoli), dove invitava a riscoprire la virtù e il coraggio della severità. Il libro fu un caso editoriale in Germania, anche perché sosteneva che i giovani avevano addirittura il «diritto» alla disciplina. Per Bueb, genitori e insegnanti devono ricercare un equilibrio fra intransigenza e amore, giustizia e bontà, controllo e fiducia. La vera autorità, infatti, non incute timore ma sicurezza: è la mancanza di punti di riferimento, dei paletti di ogni tipo, a rendere gli adolescenti insicuri, aggressivi e disorientati. Erano le tesi educative di don Lorenzo Milani, scritte però da un laico con venature protestanti. «Se nella fase della ribellione, ossia durante l’adolescenza, i giovani non incontrano alcuna autorità con cui potersi confrontare, il processo educativo fallisce, perché viene loro a mancare un antagonista con cui scontrarsi ma che anche li faccia crescere». E ancora: «I giovani vogliono che docenti, educatori e soprattutto genitori siano persone dotate di un forte ascendente, tuttavia devono sottostare anche a insegnanti che con la loro personalità non riescono ad affermare il proprio diritto all’autorità».

Qualunque cosa si pensi delle tesi di Bueb, e di don Milani, purtroppo reintrodurre il 7 in condotta o le bacchettate a scuola non è sufficiente. «Oggi più che mai i giovani patiscono la carenza di una comunità strutturata. Una carenza diventata ancora più pericolosa perché i ragazzi crescono in un mondo che è loro ostile; basti pensare al potere del denaro sin dall’adolescenza o addirittura dall’infanzia, alle droghe, all’alcol e soprattutto alle limitate aspettative per il futuro».

Come dice un proverbio africano, per crescere un bambino non ci vogliono i genitori ma un intero villaggio.

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