Scuderie del Quirinale: Vermeer, ma non solo Vermeer

Quattro guide d'eccezione alla mostra romana intitolata al maestro di Delft, ghiotta occasione per scoprire altri grandi talenti della pittura olandese

"L'uomo che scrive una lettera" di Gabriel Metsu

Di Johannes Vermeer (1632 – 1675) si conoscono oggi meno di 40 opere. E considerato che, negli ultimi 100 anni, delle otto grandi mostre a lui dedicate solo tre abbiano ottenuto in prestito più di quattro capolavori, risulta assai ghiotta l’occasione di vederne otto nell’esposizione romana alle Scuderie del Quirinale. Ma la mostra vale molto di più. Come spiegano gli esperti in queste pagine, è una possibilità per scoprire 50 capolavori di altri maestri olandesi, a volte superiori al maestro di Delft: da Gabriel Metsu a Pieter de Hooch passando per Gerrit Dou, tutti alle prese con la vera protagonista del secolo d’oro della pittura olandese: la luce.

ALTRE SEDUZIONI
di Bert W. Meijer*
Poche sono state le occasioni espositive in Italia per confrontarsi con Vermeer e per farci ammirare qualche opera sua nel contesto della pittura olandese del tempo. Chi di noi ha visto la mostra dei capolavori olandesi di Palazzo Borghese a Roma del 1928? Chi si ricorda quella di Palazzo delle esposizioni a Roma e Palazzo reale di Milano del 1954? E quanti hanno vissuto l’esperienza di quella più piccola di Modena del 2007? Ora, accanto a Vermeer, la mostra alle Scuderie offre una scelta dei massimi capolavori della scuola secentesca olandese. Già nel passato è stato notato che in certi dipinti il suo concittadino delftiano Pieter de Hooch sembra, se non superare, almeno uguagliare il grande Johannes. L’allievo di Rembrandt e capomaestro leidense Gerrit Dou ci ha lasciato nella Donna al clavicordo uno dei suoi splendidi esempi di seduzione e simulazione pittoriche. E la Curiosità di Gerard ter Borch è altresì esemplare dell’estrema abilità pittorica con la quale egli e i connazionali riescono a fare rivivere davanti ai nostri occhi scene di genere con donne e uomini elegantemente vestiti e i sontuosi interni delle abitazioni. Fu assai calzante l’osservazione di un visitatore italiano, il cappellano Francesco Belli, in Olanda al seguito di un ambasciatore veneziano: "Sono non poche case di mercadanti, le quali se non hanno la mole e la prospettiva da re, hanno almeno gli addobbi, gli ornamenti, le pitture e simili esquisitezze reali".
*esperto di pittura olandese del ’600, professore emerito dell’Università di Utrecht.

PITTURA ANTIBLACKOUT
Siccome tutto è relativo, otto Vermeer in mostra, su un totale di quasi 40 fa poco meno di un quarto. Però alle Scuderie del Quirinale sembrano ancora meno di otto i dipinti dell’artista di Delft, e un po’ indeboliti perché sparpagliati qua e là come sale di una terra, il ’600 olandese, che senza di essi non ci parrebbe d’oro, né ci farebbe fare la megafila. Forse era meglio mettere quei capolavori in un’unica sala, con effetto Friedrich assicurato. Che sarebbe il seguente. Chi gira per l’Alte Nationalgalerie di Berlino contempla un ottimo ’800 tedesco, così gli sembra almeno, finché non arriva in una sala dove ci sono soltanto i quadri di Caspar David Friedrich e boom: aria d’altri pianeti. Lo stesso succederebbe qui, con tutto il rispetto per Gabriel Metsu, o per Pieter de Hooch il cui occhio non si perde nemmeno un granello di polvere. Il particolare indimenticabile? Il porpora fosforescente del cappello che getta in penombra il volto di una ragazza (La ragazza con il cappello rosso). La luce con Vermeer viene da dentro il quadro, si irradia da un generatore autonomo: se alle Scuderie andasse via la corrente i suoi sarebbero gli unici dipinti che si vedrebbero anche al buio.

VERMEER CONTRO BERNINI
di Giuseppe Frangi
Cosa avrebbe pensato Vermeer se avesse saputo di esporre a 300 metri da uno dei capolavori del Barocco romano? La Chiesa di Sant’Andrea al Quirinale di Lorenzo Bernini è qualcosa di antitetico al mondo di Vermeer. Eppure gli anni erano gli stessi: l’artista di Delft e il grande regista della Roma papalina muoiono a 5 anni di distanza uno dall’altro. E mentre Bernini riprogettava in modo tanto enfatico Roma, Vermeer, chiuso nel microcosmo del suo studio, dipingeva con pazienza monacale i muri e le strade di Delft, senza l’ambizione di spostare neppure un mattone. Fra le suggestioni della mostra romana c’è da tenere presente anche la chimica imprevista di questo contatto così ravvicinato fra due opposte radicalità. Il mondo di Vermeer è centripeto. Per quanto fosse vicino ai cattolici, Vermeer non ha più chiese per le quali dipingere. I suoi quadri avevano destinazione privata e, in un sofisticato gioco di specchi, potevano finire appesi ai muri delle case che erano l’oggetto stesso delle sue rappresentazioni. Bernini invece ha un committente che cerca visibilità e concepisce l’arte solo come azione pubblica, di grande teatralità. Inizia come scultore per i principi della Chiesa ma viene strattonato da Urbano VIII che lo costringe a essere di più. Cioè architetto e anche urbanista con il compito di "scolpire" Roma. Fosse capitato allora da quelle parti, Vermeer sarebbe uscito di senno.

ALTRO CHE CIOCCOLATINI
di Philippe Daverio
Vermeer il magico. L’artista del quale rimane forse una trentina di dipinti o poco più e che nondimeno è mito a tal punto che basta vederne pochi per capire. Vermeer che piace per via dell’orecchino della dolce fanciulla nella dolce luce della dolce Olanda. Una pubblicità per la cioccolata. Ben altra cosa è lui, nato nello stesso anno, il 1632, di Baruch Spinoza e 5 anni prima che, a 20 chilometri da lì, a Leida, Cartesio pubblicasse il Discorso sul metodo accompagnandolo con tre saggi, uno sulla diottrica, uno sulle meteore e uno sulla geometria, la diottrica essendo il primo tentativo scientifico, dopo gli esperimenti leonardeschi, di spiegare il meccanismo della vista. E a Voorburg, in un villaggio a 10 chilometri, si stabilirà Spinoza a tornire lenti ottiche per sbarcare il lunario. Ecco perché i piccoli quadri di Vermeer, oltre a essere dolci progetti per coperchi di scatole di cioccolatini, sono geniali realizzazioni di ricerca dell’autenticità attraverso l’indagine quasi scientifica della luce. Vermeer ha 16 anni quando con il trattato di Vestfalia l’Olanda conclude la sua guerra d’indipendenza dalla Spagna. Hanno vinto i puritani calvinisti ormai convertiti all’agiatezza borghese; è ora di rifondare la pittura ritrovando le radici fiamminghe che Jan van Eyck aveva suggellato nella precisione della pennellata due secoli prima. Ecco perché Vermeer si fa l’opposto sia di Rembrandt sia di Rubens e dipinge meraviglie piccolissime senza data nella storia.

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