Il savoir vivre non passa mai di moda

Il musical My fair lady ha oltre mezzo secolo. Ma la sua modernità resta immutata. Contro cafoneria e sciatteria.

Il cast My fair lady

Maddalena Bonaccorso

-

Chissà se George Bernard Shaw avrebbe mai immaginato che a distanza di 100 anni esatti dalla prima rappresentazione del Pygmalion, nell’aprile del 1914 a Londra, il suo spettacolo sarebbe stato ancora così incredibilmente attuale.

Eppure, la versione in musical (che nel 1956 a Broadway venne ribattezzata My fair lady e che divenne ben presto più famosa dell’originale in prosa) nella deriva di questi nostri anni dominati dalla maleducazione e dalla volgarità dell’odio virtuale, dall’appiattimento culturale e dal rifiuto delle buone maniere, continua a parlarci con la forza della pura attualità e la leggerezza dell’anacronismo, insieme. Sapere far riflettere e nello stesso tempo riuscire a far sognare: è uno dei tanti segreti dell’enorme riscontro da parte del pubblico che ha avuto anche l’ultima e raffinata versione di questo spettacolo, creato e curato da Massimo Romeo Piparo, che ha fatto registrare il tutto esaurito in una tournée durata più di un anno.

scena, oltre a due consumati attori teatrali come Giulio Farnese (Alfred Doolittle, il padre della protagonista) ed Enrico Baroni (il colonnello Pickering), ci sono due volti amatissimi anche dal pubblico televisivo: Vittoria Belvedere nei panni dell’umile fioraia Eliza Doolittle, rozza e inadatta alla vita di società, e Luca Ward in quelli del facoltoso gentiluomo e professore di fonetica Higgins. Quest’ultimo è proprio il pigmalione che per scommessa cercherà, insegnando a Eliza dizione e galateo, regole di comportamento e savoir vivre, di affrancarla dalla sua condizione e farla ascendere in classe sociale ed eleganza.

Ma sarebbe ingiusto cercare nel pur perfetto macchinario teatrale, dove spiccano anche le scene di Aldo De Lorenzo, le coreografie di Roberto Croce e soprattutto i cori dei domestici, delizioso asse portante per uno spettacolo che doveva anche in qualche modo sopperire alle non eccessive doti canore dei due protagonisti, la prima ragione di questo successo. Che forse, invece, risiede proprio nel perfetto adattamento del suo messaggio a questa nostra società del 2014, che mentre scivola inesorabilmente nel vortice della sciatteria e del trash, allo stesso tempo anela anche solo inconsciamente verso l’eleganza e il rispetto del prossimo; ed ecco quindi l’amore per serie televisive come Downton Abbey che sublimano l’aristocrazia dei modi e il fiorire di scuole per maggiordomi che registrano sempre il tutto esaurito e la fortuna dei corsi di bonton e arte del ricevere (l’ultimo, iniziato a Milano, è organizzato da una società che si chiama proprio My fair lady).

E dato che la forma è sostanza, ben venga anche la storia di Eliza Doolittle con il suo carico di ingenuità, con il suo leggero maschilismo (seppur momentaneo, perché la fine è tutta delle donne) e solo apparente anacronismo: scopriremo presto che l’essenza «cafonal», in ogni momento del vivere quotidiano, è ormai definitivamente out. E che sarà bene, donne o uomini non importa, imparare ad apparecchiare la tavola come solo l’inappuntabile maggiordomo Carson riesce a fare a Downton: un giorno, stiamone certi, anche questo ci
servirà.

Leggi Panorama Online

© Riproduzione Riservata

Commenti