Il misterioso Sassoferrato a colloquio con i suoi maestri: Perugino e Raffaello

Due ritratti dei due celebri pittori al fianco dei dipinti di Giovanni Battista Salvi. In un grande evento a Perugia

La "Sant’Agnese" del Sassoferrato a Perugia

Vittorio Sgarbi

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Questi tempi difficili favoriscono iniziative intelligenti. Così due grandi città d’arte si uniscono mettendo a confronto capolavori assoluti in spazi straordinari. Arrivano dagli Uffizi, a Perugia, nel nobile Collegio del Cambio dal 22 giugno al 20 ottobre, due ritratti di PeruginoRaffaello, messi a confronto con una serie di dipinti di Giovanni Battista Salvi, detto il Sassoferrato, provenienti dalla Chiesa di san Pietro a Perugia. È certamente un’occasione per tornare a riflettere sul meno noto dei tre, pittore che, come osserva il curatore Fabio De Chirico, "resta misterioso e sconosciuto".

È indiscutibile che il Sassoferrato, davanti agli esempi sublimi dei due grandi maestri del Rinascimento, senta l’inutilità di tentare strade nuove, e che questo lo porti a elaborare un’estetica senza tempo interpretando una condizione psicologica condivisa da altri artisti in diverse situazioni culturali e geografiche. Penso a Scipione Pulzone a Roma, a Carlo Dolci a Firenze, a Guglielmo Caccia a Moncalvo. Per questi artisti, l’esperienza sublime di Raffaello determina una paralisi del tempo, come se la perfezione che aveva determinato la scelta necessaria dei manieristi, nei tempi più prossimi (Pontormo, Bronzino, Parmigianino) imponesse una seppur vitrea e sigillata ripetizione di quegli esempi e di quei modelli.

Si tratta pur sempre di una tenuta classicistica che troverà una conferma teoretica nell’idea sulla pittura di Giampietro Bellori. Il ritorno a una bellezza ideale, che ha il suo campione in Raffaello, contro la realtà dura e, per alcun tempo, seducente di Caravaggio. Più di Annibale Carracci, più di Pietro da Cortona, Sassoferrato è l’interprete di questa visione. Il suo non è propriamente un bello ideale, ma un bello senza tempo, per la necessità estetica di una pittura della devozione, che a distanza di più di 100 anni dalla morte di Raffaello, porta Sassoferrato a eseguire "preziosissime copie" delle opere di Perugino e di Raffaello. Tema affrontato persuasivamente dalla curatrice Cristina Galassi, dando rilievo a un’indicazione dell’inventario delle più di 100 tele conservate nella casa del pittore al momento della sua morte, con alcuni paesaggi "tutti affumicati". "L’uso del fumo di paglia molle per invecchiare i dipinti" che "nella pittura introduce una certa scorsa simile a quelle che gl’indusse il tempo, è tecnica ben nota e descritta nelle Considerazioni sulla pittura anche dall’archiatra pontificio Giulio Mancini".

Questa propensione alle repliche non comporta l’intervento di una bottega perché la qualità del Sassoferrato è sempre alta, quale che sia il soggetto che affronta. Lo si può osservare nel San Benedetto, dipinto tra il 1647 e il 1650, conservato nell’appartamento abbaziale del Monastero di san Pietro. Il santo, pur nella compostezza compositiva, è in realtà un ritratto di evidenza iperrealistica nello stesso spirito del Ritratto di monsignor Ottaviano Prati della Galleria nazionale di Palazzo Barberini a Roma, secondo le istruzioni del cardinale Gabriele Paleotti: "Raccordiamo al pittore ch’egli, nel fare ritratti, non si scosti dalla verità, servendo le regole dell’historico che narra il fatto come è stato, et non dell’oratore che spesso amplifica et estenua le cose".

Il santo ti guarda con una formidabile penetrazione, concentrato e persuasivo. Ma quando ritorna dai ranghi della pittura devozionale, veramente Sassoferrato appare un "quattrocentista smarrito nel Seicento", come lo vedeva Adolfo Venturi. Ecco allora che, nell’Annunciazione della Basilica di san Pietro, Sassoferrato traduce nelle dimensioni di una pala d’altare il pannello di sinistra della predella della Pala Oddi di Raffaello.

La felicità di questa esposizione, con il celebre Autoritratto di Raffaello e il potente Ritratto virile di Perugino, e l’Autoritratto di Sassoferrato, è nella collocazione sapientemente decisa dai curatori Francesco Federico Mancini e Antonio Natali nel Collegio del Cambio di Perugia. I due studiosi intendono misurare la tenuta, come possibile Raffaello, del Ritratto virile che io ritengo opera tipica di Perugino. E tanto più nell’ambiente solenne in cui è posto, a pochi metri dall’autoritratto affrescato, come tavoletta in trompe-l’oeil, dal Perugino. Come osserva De Chirico, in questi confronti nel tempo e contro il tempo, si respira un’aria borgesiana. La cronologia reale è contraddetta dalla forma apparente, ed è difficilmente percepibile dai non esperti. Noi siamo disorientati, ma gli artisti non perdono l’orientamento.

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