Salman Rushdie, dietro la fatwa resta l'impegno

Franco Cardini incontra lo scrittore. Che racconta gli anni di isolamento e l'amore per la sua India

di Franco Cardini - foto di Roberto Caccuri per Panorama

Un poema epico bizantino, il Dighenis akrites, presenta il dramma di un eroe segnato dalla sua duplice stirpe, cristiana e musulmana; il ciclo medioevale  spagnolo dedicato al Cid Campeador propone una simile situazione e un analogo dramma; Carl Schmitt ha insistito sull’immenso potere e sulla desolata solitudine di chiunque, in quanto possessore della chiave di due mondi diversi e magari opposti eppure entrambi amati, appartiene alla vasta e articolata categoria che comprende interpreti, traduttori, traditori.

Non sono un giornalista, per quanto sia iscritto all’ordine dal 1985 e paghi (rara avis) i regolari contributi. Parlare tranquillamente con Salman Rushdie , come ho potuto fare per quasi un’ora a Milano, è stato un raro privilegio per chi come me esercita la professione di ricercatore di storia. Ed è, effettivamente, un bel pezzo di storia che ti si fa dinanzi nell’incontro con questo massiccio e cortese signore di 65 anni, l’aria inappuntabilmente British e lo sguardo mite, ironico, lontano dei sapienti indiani. E immediatamente ti chiedi se egli appartenga all’Oriente o all’Occidente: e la schematica genericità della domanda non ne annulla per niente il drammatico carattere intrinseco.

Sir Ahmed Salman Rushdie, che la regina ha insignito nel 2007 della dignità cavalleresca provocando scontri e quasi sommosse dal Pakistan alla Malaysia. Nato nel 1947 a Bombay da un indiano musulmano educato a Cambridge, avvocato e quindi uomo d’affari, e a sua volta emigrato quattordicenne in Inghilterra, frequentatore del King’s College, romanziere di successo da quando, nel 1981, pubblicò Midnight’s children. Lo scrittore che con The satanic verses (1989) provocò in quasi tutto il mondo musulmano sommosse con morti e feriti. Una fatwa dell’imam Ruhollah Khomeini, nell’89, lo condannava a morte: si tratta di una sentenza giuridica che, secondo il diritto coranico, può venire revocata solo da chi l’ha emessa, cosa in questo caso impossibile data la morte del teologo-giurista. Oggi su Rushdie pende ancora una taglia che sfiora i 3,5 milioni di dollari: eppure fino dal 1990 egli ha pubblicato un saggio nel quale ha riaffermato il suo rispetto per l’Islam, la fede nella quale è stato allevato.

Non potrò certo evitare quest’argomento amaro e pericoloso. Poi, quel che vorrei capire sul serio è qualcosa sul suo elegantissimo, affascinante ma forse precario equilibrio tra Oriente e Occidente, lo sguardo di quel tanto di lui che resta indo-islamico (molto di più di quanto sembri, forse) puntato con simpatia, magari con complicità eppure con rigore sul nostro mondo. Il nome, anzitutto. Pare che fu suo padre a cambiare il suo nome in Rushdie in onore del grande filosofo arabo-ispanico Ibn Rushd, che noi chiamiamo Averroè: studioso, traduttore e commentatore di Aristotele. Il fatto che egli venisse perseguitato dai fanatici musulmani del suo tempo non ha mai suscitato in Rushdie un qualche sentimento di analogia? La risposta è rivelatrice dell’uomo: riserbo, equilibrio, moderazione, accompagnati da un cortese avvertimento sottinteso all’interlocutore affinché rispetti nel dialogo confini che non dev’essere necessario esplicitamente tracciare.

«Mio padre era un uomo d’affari, più interessato all’Islam di quanto io non sia stato. Sono nato a Bombay, una città cosmopolita dove allora la convivenza tra gruppi e stirpi diverse era naturale. Mio padre aveva come amici anche famiglie di indiani ebrei». Ecco già delineato un ambiente: la Bombay libera, colorata, e l’ambiente degli indiani facoltosi. Senza dubbio privilegiati, che in quanto musulmani sono anche estranei alle pastoie delle caste. Fosse nato a Delhi, la vita di Rushdie sarebbe stata diversa. A Bombay c’era (e c’è ancora) di tutto: perfino i parsi, i mazdei seguaci di Zarathustra. E poi Ibn Rushd: e qui il colloquio indugia a lungo sulla profondità dei rapporti tra mondo musulmano e Occidente moderno, su Averroè "allievo" di Aristotele e al tempo stesso "maestro" dei filosofi scolastici del nostro Medioevo e dunque di Dante. È facile, partendo da qui, portare Rushdie sul suo prediletto terreno del "realismo magico": la tesi di Asín Palacios sull’influenza del testo mistico arabo-ispanico Kitab al-Miraj (il Libro della Scala), che tratta dell’ascesa del Profeta Muhammad al cielo, sulla Divina commedia, quindi il fantastico in Dante al quale tuttavia lo scrittore mostra di preferire Boccaccio, Boiardo e Ariosto. Siamo, col primo, nell’ambito privilegiato del rapporto con la novellistica orientale (il Panchatantra indiano, Le mille e una notte arabo-persiane); e, con gli altri due, in quello del realismo magico: il che lo porta a parlare del suo autore italiano prediletto del XX secolo, Italo Calvino. Nel 1987 Rushdie visitò il Nicaragua e ne scrisse una memoria di viaggio che testimoniava anche del movimento sandinista, The jaguar smile. Mi (e gli) chiedo se un titolo del genere non gli fosse per caso stato ispirato dai racconti di Calvino, Sotto il sole giaguaro. Sorride: chissà, forse inconsciamente.

È il nesso fra letteratura contemporanea, società e politica ad attirarlo. Dichiara con forza di seguire sempre con molta attenzione le vicende culturali e politiche del suo paese d’origine. È orgoglioso dei progressi compiuti dall’India, del suo trovarsi oggi al top dei paesi in crescita candidati a compartecipare della futura leadership mondiale: e parla della "naturale" disposizione del suo paese alla democrazia, rammentando che al riguardo ha contato, con tutto il male che se ne può dire, l’occupazione coloniale britannica. In ciò l’equilibrio della sua posizione mi appare molto vicino al pensiero di Amartya Sen.

Ma, per imbarazzante che possa essere, il tema della fatwa che ha segnato una svolta profonda nella sua vita resta irrinunziabile. Dopo di essa, è stato a lungo costretto a vivere nascosto: ha portato per molto tempo il nome fittizio di Joseph Anton e infatti Joseph Anton. A memoir è il suo ultimo libro nel quale ripercorre le vicende di un’esistenza paradossalmente distribuita fra una pluralità di nascondigli e una fiumana di successo e di riconoscimenti. Va detto che egli lascia trapelare un certo disappunto dinanzi al rilievo, inevitabile, del fatto che la sua condanna è stata altresì uno degli ingredienti del suo successo: e, nella risposta, sottolinea energicamente che un conto è il successo (qualcosa che resta in fondo sempre imprevedibile, inspiegabile e improgrammabile), un altro la qualità del suo lavoro, della sua immensa e quotidiana fatica di scrittore attentissimo alla storia, alla filologia, allo stile.

Ma, proprio per questo, è un lavoro calato nel presente, attentissimo a quel che gli accade intorno. E gli ricordo le critiche a suo tempo suscitate da alcune sue dichiarazioni di appoggio alle azioni della Nato contro la Serbia o alle campagne afghana e irachena: non elude l’argomento, ma replica richiamando alla complessità di quelle situazioni, come quella vicino-orientale o quella sudamericana; o la stessa situazione statunitense, a proposito della quale non esita un istante a dichiararsi felice della vittoria elettorale di Barack Obama, ma al tempo stesso rivendica un suo passato interesse per le posizioni repubblicane, incluse quelle del periodo di Ronald Reagan.

Ed eccoci al punto: un grande scrittore ha il diritto di mettere in campo tutte le distinzioni e le limitazioni che vuole, ma non può esimersi dal conferire al suo mestiere un carattere d’impegno civico. In tutte le parole di Rushdie vibra uno straordinario interesse, quasi una passione, per l’oggi e le sue vicende. A un’altra domanda su quali siano state le sue reazioni al Nobel per la letteratura assegnato a Mo-Yan, non esita a rispondere candidamente di conoscerlo poco come scrittore, ma a rivendicare al tempo stesso il carattere non solo estetico e artistico bensì anche morale di un riconoscimento come quello conferito dall’accademia svedese.

È appunto questo atteggiamento a consentirgli di non cadere nell’ultima trappola tesagli dall’intervistatore. Approverebbe un’eventuale azione militare israeliana nei confronti dell’Iran? La sua risposta è una negazione decisa: anzitutto, un paese e un popolo non vanno mai identificati e confusi con il loro governo, nemmeno se e quando gli dimostrano un consenso; inoltre, le azioni militari causano sempre distruzione e dolore, ma di rado risolvono i problemi. Va a questo punto richiamato il costante atteggiamento di serenità e di equità di Rushdie: fin dal 1990 confermò il suo rispetto per l’Islam in termini che suonavano come un omaggio e nel 2005 coordinò, raccogliendola in un libro di più autori dal titolo Free expression is no offense, la nobile battaglia di cittadini e studiosi che dissuasero il governo britannico dall’emanare il Racial and religious hatred act, una legge che considerando crimine legalmente punibile qualunque espressione di odio razziale o religioso si presentava, al di là delle sue stesse intenzioni, come obiettivamente illiberale e repressiva.

Amavo già lo scrittore Salman Rushdie. Ora, congedandomi da quest’uomo che chiude le sue considerazioni con la sconsolata confessione di non avere ancora visto l’Egitto ("I must go there") e con la divertita conferma da parte sua di quel che si dice al suo paese, che gli italiani sono "gli indiani dell’Europa", mi sembra di avere colto in lui doti che me lo rendono più vicino anche sotto il profilo umano. Rushdie è uno di quei personaggi che ti obbligano a rimetterti in discussione. E che cos’è la cultura, se non la capacità di e la disponibilità a rimettersi di continuo in discussione?

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