Anche se non è Leonardo da Vinci, è un capolavoro

Bellezza, misteri e coincidenze fra il dipinto del genio e quello del suo allievo amante Gian Giacomo Caprotti detto Salaì

Credits: Ufficio Stampa

di Giuseppe Frangi

Egli, Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì, era morto da oltre un anno, ucciso da un tiro di schioppo il 19 gennaio 1524, ma sulla sua eredità di allievo e amante di Leonardo da Vinci si erano accesi troppi appetiti. Così il 25 aprile 1525 l’autorità aveva predisposto un inventario, per mettere un po’ d’ordine. E nel numero sorprendente di opere elencate era comparso anche "uno Cristo in modo de uno Dio Padre". Cioè un Cristo atteggiato a Salvator mundi. Leonardo s’era avvicinato a questo soggetto sia nella commissione, mai andata in porto, per la potente Isabella d’Este, sia in una lunetta distrutta a fine 1500 in Santa Maria delle Grazie a Milano. Lo scorso anno, inoltre, la grande mostra su Leonardo alla National Gallery di Londra si chiudeva con la "rivelazione" di un’opera inedita proveniente da una collezione privata inglese: un Salvator mundi misterioso e affascinante.

Comunque la si pensi circa la paternità di quel quadro presentato a Londra, è certo che Leonardo aveva dipinto un’opera con quel soggetto, che con la sua forza iconica era diventata una sorta di prototipo, replicabile nel suo concept così essenziale, probabilmente ispirato al Velo della Veronica, custodito a San Pietro sino al Grande sacco del 1527.

L’opera donata da Bernardo Caprotti alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano è un ulteriore, importante pezzo che arricchisce questa affascinante storia. Il patron dell’Esselunga l’aveva comperata a un’asta di Sotheby’s a New York, con l’attribuzione al Salaì, a un prezzo di 656 mila dollari, quasi doppio rispetto alla stima di partenza.

Il marchio leonardesco è ben visibile nell’immagine di un Cristo dai lunghi capelli che si depositano a boccoli sulle spalle, nella barba corta e arricciata e soprattutto in quella frontalità che segue un rigore quasi geometrico: basta osservare il modo con cui la curva marcata dei sopraccigli confluisce nella linea perfettamente retta del naso. Rispetto al prototipo, diffuso nel ’600 da una stampa di Venceslaus Hollar, il Salvator mundi Caprotti è una sorta di close-up che punta tutto sulla ieraticità del volto, rinunciando al gesto della mano benedicente e dell’altra mano che regge la sfera del mondo. A dispetto della cattiva fama (il soprannome Salaì viene da Saladino, nell’accezione di "diavolo"), Gian Giacomo mostra di avere imparato il linguaggio intessuto di mistero del maestro.

Oggi l’opera, per festeggiare l’acquisizione, è stata sistemata nel cuore della Biblioteca Federiciana. Ma la sua naturale destinazione è nella sala che precede, un vero scrigno di opere leonardesche, che fanno coro al celebre Ritratto di musico, autografo certo del genio da Vinci.

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