Arte & Idee

Roma 900, mezzo secolo d'arte nella città eterna

Mario Sironi, Giacomo Balla, Renato Guttuso e altri grandi in mostra con cento opere alla Fondazione Magnani Rocca, vicino a Parma

Mario Sironi, “La famiglia”, 1927, proveniente dalla Galleria nazionale d’arte moderna di Roma.

Antonio Carnevale

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Nell’inutile sfilza di mostre-carrozzone aperte recentemente in Italia, con opere disambientate dal contesto che le ha viste nascere, trattate come fossero semplici figurine, merita più di un elogio la rigorosa rassegna Roma 900, alla Fondazione Magnani Rocca, a Mamiano di Traversetolo (Parma), dal 21 marzo fino al 5 luglio (catalogo Silvana editoriale).

Con cento opere (scelte da Maria Catalano, Federica Pirani e Stefano Roffi) la mostra documenta l’arte nell’Urbe nella prima metà del secolo scorso. E il racconto che si dipana è un affascinante intreccio tra radici estetiche, politiche, sociali, personali. De Pisis, De Chirico, Sironi scorrono al fianco di Cambellotti, Lionne, Tato. Nomi celebri si alternano a quelli meno noti. La vita privata si fonde a quella della città. E la grande storia investe tutto.

Spiccano, come simbolo di un’intera stagione le «demolizioni» di Afro e di Mafai, documenti di quel terremoto urbanistico messo in atto dal fascismo per ridisegnare Roma. Sotto le ruspe di regime sarebbe crollata anche la casa dello stesso Mafai, affacciata sul Colosseo, con quella terrazza che fungeva da epicentro culturale della città, dove fino a tarda notte si riunivano artisti e intellettuali come Scipione, Longhi, Ungaretti. La «poesia del paesaggio» affiora negli scorci di Adolfo De Carolis.

L’Urbe, vista dall’alto, trascolora nei dipinti di pilotipittori come Balla e Depero. Le visioni borghesi di Casorati diventano inquiete, magiche, oniriche nei dipinti di Pirandello, Donghi, Savinio. Sala dopo sala, le tradizionali suddivisioni in movimenti e scuole si fanno sfocate. I Secessionisti romani, per esempio, trovano punti di contatto con i Futuristi più eretici.

Artisti comunisti, come quelli fascisti, si dividono nelle diverse interpretazioni linguistiche di una stessa causa ideologica. E i cortocircuiti abbondano nel mostrare frizioni (e attrazioni) fra l’arte e il potere.

«Lungi da me l’idea d’incoraggiare qualcosa che somigli a un’arte di Stato» diceva, per esempio, nel 1931 un Mussolini affamato di consenso, sconfessando (solo a parole) il sogno suo e di Bottai. Quindici anni più tardi, a liberazione avvenuta, spetterà invece a Palmiro Togliatti tradire la tanto sbandierata libertà d’espressione. Il segretario del Pci bollerà come «arte mostruosa» le punte più avanzate della pittura italiana, definirà «scarabocchi » i dipinti di Turcato (comunista, ma troppo astratto) e benedirà infine il realista Guttuso «comprensibile a tutti» e dunque utile mezzo di propaganda.

Diversi esempi, in mostra, documentano le contraddizioni di una politica che ha usato l’arte più di quanto l’abbia compresa. Raramente una rassegna antologica offre così tanti livelli di lettura. Non secondario, allora, è il rapporto fra le due istituzioni che ne hanno permesso la nascita: la Galleria d’arte moderna di Roma, nata in quegli anni per documentare l’ambiente artistico della capitale (e da cui provengono le opere in rassegna), e la Fondazione Magnani Rocca, originata dal grande amore per l’arte del collezionista Luigi Magnani. Quest’ultimo frequentava e collezionava proprio gli artisti che in quegli anni andavano a comporre, con le loro opere, le raccolte pubbliche della Gnam.

Un circolo virtuoso, dunque, questa Roma 900, che dimostra come la grande arte sia sempre collegata alla complessità dell’epoca che l’ha prodotta, non escluse le ragioni (spesso trascurate) del collezionismo pubblico e privato.

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