Requiem per il critico d’arte

Curatori e galleristi hanno ucciso i teorici della creatività. Che ora però risorgono online. Mappa (polemica) del mondo che verrà

Calamita cosmica di Gino De Dominicis

Marco Di Capua

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Dalla metà degli anni 90 uno spettro s’aggira nel mondo dell’arte contemporanea: il curatore. Il termine, d’origine americana, s’è sparso fra le varie colonie culturali (la più fedele delle quali è la nostra) e ha progressivamente scalzato quello di critico d’arte, così come una specie prevale su un’altra e ne occupa la nicchia ecologica. A parte le dovute eccezioni, oggi "critico" non si dice quasi più, tutti sono, o desiderano essere, curatori. Anzi curator.

Organizzano eventi in un habitat planetario affollatissimo che genera 60 biennali e triennali l’anno (c’è chi ne ha contate 250). La loro ambizione è presidiare musei e fondazioni, muovere un mucchio di soldi, recepire le imperscrutabili indicazioni del mercato circa gli artisti da promuovere, gestire con grinta manageriale un materiale inesauribile e intercambiabile nei massacranti turnover fra chi, per quella stagione, è in e chi è out.

La mutazione genetica di coloro che si collocano fra l’arte e il pubblico che la fruisce è impressionante. Sulla linea C che va dal critico al curatore si trova infatti, alla partenza, il poeta Charles Baudelaire, e a fine corsa, facciamo per dire, Massimiliano Gioni, neodirettore della Biennale di Venezia del 2013 ed ex segretario-assistente dello spiritoso artista (rifacciamo per dire) Maurizio Cattelan. Magari il paragone è crudele, però rende alla grande la profondità del cambiamento. Osserviamo Baudelaire (ma, per capirci, potreste scegliere anche il nostro Giovanni Testori): sta percorrendo un salon della Parigi ottocentesca pieno zeppo di quadri e sculture, prende appunti, scrive per i giornali, tutto in lui fa pensare a uno dall’immaginazione insolente e metafisica, dalla sensibilità quasi fanatica.

Come un San Pietro della critica d’arte, dunque a nome dei molti che obbediranno a questa vocazione, Baudelaire attende rivelazioni. La sua scrittura (sostanza di un mestiere forse inattuale) è a caccia di significati ma soprattutto veicola emozioni. Riveste di parole il silenzio dell’arte, avvertendo, con trepidazione, il piacere del compito. Stacca frasi così: "Il Bello non è che la promessa della felicità". Si ritroveranno dalla sua parte critici come Harold Rosenberg o Lea Vergine. Se il radar di un critico registra e interconnette bip luminosi visualizzando un mondo fatto comunque di individui, quello del curatore segnala gli iceberg di un pubblico da mobilitare. Enuclea trend, intercetta mode.

Indifferenti alle idee e impermeabili alla storia, molti curatori officiano una specie di culto misterico inscenando temi eclatanti: dosi massicce di horror glam, pizzichi di provocazione anticattolica, il kitsch, la morte & il sesso. Là dove ci sono problemi planetari arriviamo noi, esclamerebbe, all’apice del politically correct, Carolyn Christov-Bakargiev, direttrice della Documenta tutta "apocalittici e disintegrati" attualmente a Kassel.

L’influenza dei curatori è garantita dal fatto che i musei si sono insensatamente moltiplicati mentre i frequentatori di mostre obbediscono alla ritualità di un sistema che, aboliti parametri e giudizi di valore (il bello? Macché!), si autolegittima in blocco: prendere o lasciare. Insomma, c’è ancora qualcuno in giro capace di rivendicare per sé il diritto e, come direbbe Grace Paley, "l’importanza di non capire tutto"? Qualche critico, magari?

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